American “Jewish” Graffiti: Maccabi Tel Aviv vs NBA

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I giocatori statunitensi che valicano l’Oceano e vengono a calcare i parquet europei, specie quando hanno qualche anno di esperienza alle spalle, spesso sono spinti da un senso di rivalsa, una volontà di dimostrare qualcosa o di riprendersi il giusto posto che pensano di meritare nel mondo della pallacanestro. I risultati non sempre sono da annali, ma se si guarda a continuità nel tempo, trofei vinti, nonché la caratura di chi ha permesso di alzare quelle coppe, allora è davvero impossibile non pensare al Maccabi Tel Aviv.

Non è un caso che Israele e Stati Uniti siano legati da un filo rosso, magari invisibile, perché se c’è un popolo che ha capacità di adattamento e costante ricerca del raggiungimento di nuovi limiti o obiettivi da raggiungere, di sicuro è quello della comunità ebraica che in America ha attecchito le proprie radici. È proprio il richiamo della terra Santa e la passione per un luogo ancestrale lontano ma “familiare” che ancora oggi è il primo motore a portare tanti giocatori di scuola NBA a vestire il gialloblu.

I TALENTI DI OGGI E DI IERI

Oggi in ambito Eurolega nessuna squadra può permettersi una batteria di esterni che comprenda un giovane di buone speranze come Pierre Jackson, sputato dal “Process” di Philadelphia con eccessiva fretta, che si sposa appieno con il genio e sregolatezza di Norris Cole, uno dei guardaspalle di LeBron in serie di Finals, quando “Il Prescelto” vestiva la casacca dei Miami Heat. Senza dimenticare poi chi completa il roster, accolto dalla tribù dello Yad Eliyahu e diventatone beniamino, vedi Alex Tyus, giocatore magari sottostimato ma devastante per impatto su gara secca.

Nulla di nuovo sotto il sole, ma la verità è che altrove, i cosiddetti “Former Nba players” non hanno reso in maniera così devastante come con la maglia del Maccabi. E il tutto attecchisce in una storia di oltre 50 anni fa, che ha dato origine alla dinastia della squadra che poi sarebbe diventata il simbolo di Israele, o, per dirla con le parole dello stesso protagonista, “L’avrebbe messa sulla mappa”. Ci riferiamo a Tal Brody, ragazzo star del college di Illinois, chiamato alla #12 dai Bullets, andato poi in vacanza in Israele alla ricerca delle origini della sua famiglia, emigrata in New Jersey per fare fortuna, e non tornando più indietro.

Il giocatore americano avrebbe formato insieme allo storico coach Klein, il più vincente della storia dello stato con la Stella di David sulla bandiera, binomio d’oro del Maccabi degli anni ’70, quello capace di giocare il “fastbreak” alla maniera che solo oltreoceano era possibile applicare, ma anche e soprattutto del primo storico acuto europeo, dato che in patria il tassametro degli scudetti non ha mai smesso di aggiornarsi. La partita vinta contro il Cska Mosca nella semifinale storica contro Belov e soci, ma in pratica contro la nazionale sovietica,e una nazione che non riconosceva lo stato israeliano, rappresentò il primo passo per la consacrazione di un popolo che era follemente innamorato della pallacanestro e che sapeva fondere cultura e successo come pochi.

È questo il motivo per cui in tanti, nati negli Stati Uniti da genitori emigrati, avrebbero poi scelto la nazionalità dello stato culla dell’ebraismo, sposando la causa del Maccabi. Potrebbero ricordarsi tanti nomi, da Jim Boatright, a Kevin Mcgee, dai muscoli di Earl Williams alla tripla di Derrick Sharp contro lo Zalgiris nel 2004 che ha permesso l’inizio della dinastia. Questi nomi però, non sono i canonici vessilli, appesi come stendardi al soffitto dello storico palazzetto oggi griffato Nokia, ma la testimonianza di una storia che si ripete nel tempo.

Se si pensa che ai tempi in cui Tal Brody portava per la prima volta al successo il Maccabi, in pieno clima di Settembre Nero e Guerre Arabo-Israeliane, l’intero entourage del primo ministro sospendeva le operazioni per vedere un folletto americano capace di richiamare migliaia e migliaia di persone, pur in uno stato di tensione immane, allora si ha un’idea di che cosa il Maccabi è stato per il suo popolo.  Vincere non è stata però l’unica cosa ad importare, lasciare la propria impronta sul basket è stato da sempre un must per la truppa gialloblu, che ha sempre creduto nei propri mezzi, ha sempre avuto l’occhio rivolto al mondo NBA per potersi rinforzare con giocatori che non sarebbero venuti a svernare, ma che avessero voglia di riscatto.

NBA TO MACCABI & MACCABI TO NBA

L’interscambio c’è stato anche a parti invertite. Ci sono due nomi, forse a cui stiamo girando intorno e che invece meritano di essere le milestones del flashback fino al presente: Anthony Parker e David Blatt. La finale 2004 contro la Fortitudo magari non sarà un ricordo piacevole per i tifosi bolognesi, ma come il giocatore, poi in Nba per tanti anni ai Cavaliers, seppe dominare quella gara rappresentava l’abisso che separava il mondo cestistico americano da quello europeo. Avere fisicità e talento, come quella finale ci ricorda, rappresentò il trampolino per l’evoluzione del gioco di area Fiba, per un’estensione al numero di stranieri da portare nelle competizioni per alzare il tasso tecnico. E chi seppe approfittarne? Chi aveva un coach preparato per gestire tutto questo.

Blatt è un coach americano, nel senso che negli States ci è nato, ma ha una formazione e una visione del gioco tipicamente europea, che ha esportato in NBA, forse il primo “Europeo” assieme a D’Antoni a riuscirci. Il suo miracolo contro l’Olympiacos degli armatori e il solito Cska dei petrolieri è una risposta tecnica ma anche e soprattutto politica che rimette in discussione la democrazia del basket, in cui i mondi più diversi, nonché i talenti più disparati, possono imparare a convivere con la filosofia giusta.
Il Maccabi traccia una via. Nelle ultime stagioni, anche grazie al lockout, vedere Jordan Farmar, Omri Casspi, Joe Alexander, Andrew Goudelock, Sofoklis Shortsanidis, solo per citare i nomi più noti, con quella maglia indosso, non è solo il simbolo di continuità con un passato di successi, ma anche il prosieguo di un lavoro che mira a completare la formazione cestistica di alcuni giocatori e che poi, immancabilmente, regala a questi quel salto di qualità.

Oggi la squadra di coach Spahija galleggia in una posizione importante in Eurolega, magari dopo 51 anni di finali israeliane consecutive, ha ciccato un appuntamento, ma ha posto le fondamenta per un nuovo ciclo, con una maggiore presenza di giocatori nativi, ma anche e soprattutto col giusto mix di quei giocatori che hanno fame di successo, di voglia e di trovare il proprio posto nel mondo.