Bargnani: “Garnett difensore pazzesco, Duncan il più difficile da fermare”

Negli ultimi mesi, c’è una “vecchia” celebrità del mondo del basket tornato ad esporsi sui social e nelle interviste come non accadeva da tempo. Trattasi di Andrea Bargnani, il primo giocatore europeo della storia scelto come prima chiamata in un draft NBA. La sua storia la conosciamo tutti molto bene, così come il suo ritiro prematuro dal mondo della pallacanestro. Dopo aver smesso di giocare, Bargnani ha vissuto un periodo di assenza totale da sotto i riflettori, scomparendo per diverso tempo da internet. Ora invece l’ex Treviso è ricomparso ed è molto più attivo sui social, concedendosi anche a molte interviste (basti vedere quella di Afternoon).

L’ultima, molto interessante, Bargnani l’ha concessa al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli. Una intervista lunga e di cui non riportiamo ogni singolo passaggio, ma le dichiarazioni più significative. Vi rimandiamo al video su Youtube per vederla tutta, lasciandovi in questo pezzo le parole sui suoi anni in NBA, tra celebrità affrontate e soddisfazioni personali.

Sugli anni a Toronto:

Sono stato lì sette anni, è la mia seconda casa. L’allenatore i primi due mesi mi ha fatto giocare poco, io l’ho vissuta malissimo. Se non giocavo scleravo completamente. L’estate in cui è andato via Chris Bosh hanno costruito tutto attorno a me, eravamo vicinissimi a prendere Nash che poi è andato ai Lakers. Sarebbe stata una storia bellissima, il canadese che torna in Canada. Lui è incredibile, la persona più umile e bella che abbia conosciuto in America.

Sul giocatore NBA più ostico da affrontare in campo:

Garnett mi è rimasto impresso, un difensore pazzesco. Te lo trovavi ogni volta davanti. Poi c’erano partite in cui riuscivi a superarlo e segnavi 20 punti, ma ogni volta era una battaglia.

Sul giocatore che ha pensato di non poter fermare:

Tim Duncan, sia per la forza fisica (anche se non sembra averne così tanta) che come tecnica.

Sulle cene con Kobe Bryant e Lebron James:

Siamo andati a cena a Roma assieme con Kobe, la prima volta il suo italiano mi ha fatto impressione. Poi era molto sul pezzo, sapeva tutto. Era uno “spostato”. Di un altro mondo, come tutti i geni.

Sono stato un paio di volte a cena con LeBron perché avevamo lo stesso agente, è molto piacevole e super carino. Persona molto easy al di fuori di tutto quello che lo circonda.

Sul momento più bello della sua carriera NBA: 

Fare 20 punti di media, mi hanno sempre costruito come realizzatore fin da piccolo e riuscire ad esserlo anche in America è stato molto figo. Io ero centro e continuavo a giocare da guardia, ne ero orgoglioso. Le critiche su altre cose, come i rimbalzi, ci stavano anche.

Sul suo rapporto con le critiche:

Ogni tanto leggevo i giornali e le critiche, alcune volte mi hanno fatto innervosire e ho chiamato direttamente i giornalisti. Ma in generale non seguivo niente di quello che si diceva, intervenivo se erano cose estreme con del “dolo”.

Sulle esperienze ai Knicks e a Brooklyn:

Logisticamente i Knicks sono un incubo, da dove si allenano c’è praticamente un’ora e mezza di distanza fino al Madison Square Garden. Tanti giocatori non andavano li anche per questo motivo. Nel giorno della gara c’è lo shootaround e per alcuni era come una trasferta, anche in base a dove vivevano. Brooklyn invece comodissimo. A new York non ti caga nessuno come giocatore di basket, sono abituati a vedere le celebrità.

Col senno di poi non dovevo andare a Brooklyn, in cui non sarei stato titolare, ma a Sacramento. A posteriori è stata una scelta sbagliata. Ma chi fa sbaglia, succede.

Sul suo rapporto con le altre stelle NBA:

Carmelo Anthony è un attaccante fortissimo, ma stava molto sulle sue. In NBA in generale funziona un po’ così, tranne a San Antonio dove c’è una cultura diversa: i forti fanno gruppetti con i forti.

 

Marco Marini
Marco Marini
Marchigiano fuori sede, studio Relazioni Internazionali e nel frattempo mi diletto a scrivere della mia più grande passione: il basket.