Bargnani: “Messina durissimo, più ci tiene a te più ti massacra”

Negli ultimi mesi, c’è una “vecchia” celebrità del mondo del basket tornato ad esporsi sui social e nelle interviste come non accadeva da tempo. Trattasi di Andrea Bargnani, il primo giocatore europeo della storia scelto come prima chiamata in un draft NBA. La sua storia la conosciamo tutti molto bene, così come il suo ritiro prematuro dal mondo della pallacanestro. Dopo aver smesso di giocare, Bargnani ha vissuto un periodo di assenza totale da sotto i riflettori, scomparendo per diverso tempo da internet. Ora invece l’ex Treviso è ricomparso ed è molto più attivo sui social, concedendosi anche a molte interviste (basti vedere quella di Afternoon).

L’ultima, molto interessante, Bargnani l’ha concessa al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli. Una intervista lunga e di cui non riportiamo ogni singolo passaggio, ma le dichiarazioni più significative. Vi rimandiamo al video su Youtube per vederla tutta, lasciandovi in questo pezzo le parole sul suo inizio di carriera con aneddoti in particolare su Ettore Messina.

Sulla sua evoluzione da giocatore nei primi anni di carriera: 

Ho sempre giocato da esterno, dalle giovanili fino al secondo anno alla Benetton, a 19 anni. Lì giocavo da ala piccola ma facevo fatica a marcare gli avversari. Messina, a quel tempo coach di Treviso, allora mi ha detto: “Che ne dici di spostarti da lungo, da 4?”.

Sul suo rapporto con Messina:

Nel primo anno a Treviso non giocavo, portavo le borracce e mi allenavo. Messina é durissimo, soprattutto per un 18enne. Se lo chiedi a lui dice che non è vero, ma quando sei più giovane sei il suo “bersaglio”. Lui piu ci tiene a te e più ti massacra, é un segnale d’amore difficile da comprendere e tanti non ce l’hanno fatta negli anni. Ci sentiamo ancora adesso, é una delle persone a cui devo il percorso che ho fatto. Per me lui sarebbe dovuto essere allenatore anche in NBA, avrebbe potuto farlo a mani basse.

Sul “sogno NBA”:

Fino al 2004 non sapevo cosa fosse il draft, prima di andare a Treviso. Non era una cosa che sognavo fin da piccolo, a quel tempo non era neanche pensabile di andare a giocare lì. A 13 anni non sognavi di giocare in NBA, gli allenatori ti dicevano di sognare di andare a giocare a Madrid o Barcellona. Successivamente avere addosso, anche sulle maglie da allenamento, il logo NBA é stato scioccante. Lo è tuttora se ci ripenso, non mi sono mai abituato.

Sulla reazione a essere selezionato come prima scelta NBA:

La sera prima del draft mi ha chiamato Bryan Colangelo, allora GM dei Raptors, per dirmi che sarei stato la scelta numero uno. Io gli ho risposto solo ‘thank you very much”, mentre i miei agenti mi incitavano a reagire di più. Non vuol dire che non fossi felice, ma spesso quello che faccio vedere fuori non rispecchia quello che ho dentro.

Sul suo rapporto difficile con la fama e le telecamere:

Non ho mai vissuto bene la fama, se mi metti davanti una telecamera sono a disagio. Ho sempre invidiato gli americani nati nell’entertainment, ci sono abituati. Questa cosa negli anni mi ha svantaggiato molto, anche perché i contenuti extra basket hanno sempre contato di più andando avanti.

Sulla sensazione di essere un europeo tra gli americani:

Quando sono arrivato io c’era già più percezione dell’Europa. Le altre scelte comunque non mi parlavano, Brandon Roy é stato l’unico degli altri giocatori a parlarmi. Mi ha detto: “Ma tu sei quello che ha vinto il premio di miglior giovane in Eurolega”. Comunque in generale la percezione era migliore. Ai tempi chiesero a Vincenzo Esposito, invece, se in Italia ci fossero i bagni.

Marco Marini
Marco Marini
Marchigiano fuori sede, studio Relazioni Internazionali e nel frattempo mi diletto a scrivere della mia più grande passione: il basket.