Basket Sofa: Attitude is (not) everything…

Conference

Tempo di playoff NBA e di nuove situazioni, nell’entrare nelle pieghe di alcune serie che, se sulla carta appaiono scontate, stanno invece dimostrandosi ricchi di spunti e di pieghe che forse non erano proprio pronosticabili alla vigilia: si parla di “intangibles” e di “corrective” per indicare proprio quelle variabili, non necessariamente legate al talento, che stanno dominando il tabellone sul soffitto delle arene. Ed è qui che Basket Sofa, lungi da un’analisi che sia squisitamente tecnica, va ad infilarsi, alla ricerca di quei dettagli che non sono nè highlists nè statistiche, ma stanno davvero facendo la differenza. As always, enjoy your read and keep lovin’ basketball.

GIANNIS E IL BARBA, POTENZA IN CONTROLLO

Sono le due serie che hanno mantenuto il fattore campo, le due squadre che hanno mostratola migliore mole di gioco, che hanno surclassato un avversario ostico – specie nel caso di Houston – e han saputo mantenere la propria identità di gioco. Se per esempio guardiamo altrove, le sconfitte delle teste di serie, preventivabili ma mai preventivate, sono state figli di un adattamento parziale all’avversario, di una scelta di modificare le proprie scelte e di un essere camaleontici che si addice più alle piccole squadre che non ai big teams. Milwaukee e Houston, invece, han lasciato il raziocinio delle strategie in fondo ai propri spogliatoi, han continuato a giocare la propria pallacanestro e a incedere su un percorso ben tracciato e delineato. Non è un caso che in queste due squadre ci siano i due candidati a Mvp della stagione, ossia Giannis Antetokoumpo e James Harden. I Bucks, comunque, hanno davvero avuto vita facile contro una Detroit che si è anche dovuta privare di Blake Griffin, concedendo dunque al dio greco della pallacanestro di poter dominare. Milwaukee ha finito il processo di equilibratura della propria formazione, ristabilitosi anche al netto di qualche infortunio di troppo. Bene ha fatto la dirigenza a decidere per un riposo programmatico nelle ultime gare di regular season per arrivare ai playoff carichi e con la voglia di dimostrare che quel primo posto ad Est non è aurea mediocritas. Oltre ad Antetokoumpo, è comunque innegabile l’apporto che Middleton e Bledsoe stiano dando alla causa, specie considerando che il primo spesso è stato visto solo come un buon realizzatore di contorno, mentre il secondo, al respiro playoff, è sempre sembrato confuso e raffazzonato. Qualora dovesse arrivare lo sweep, di sicuro per i Bucks ci sarebbe da faticare di più al prossimo turno, ma il beccare i Celtics, ancor più che i Pacers, tutto sommato può essere un affare.

Houston ha invece dimostrato, ancora una volta se ce ne fosse bisogno, che col giusto equilibrio la seven second or less  di coach Mike D’Antoni può essere utile e vincente. La riprova non è il 2-0 che sposta la serie a Salt Lake City, quanto il modo con cui i Rockets siano riusciti a scardinare l’ostica difesa di coach Snyder, alle volte fin troppo eccentrica nel fermare James Harden. Se “Il Barba” sta dominando a piacimento, specie con la gestione del pallone ancor più che con i tanti punti a referto, la variabile impazzita del gioco dei texani sembra essere la capacità di close-out sugli esterni avversari, dote fin troppo sottovalutata. A chi pensava che le assenza di Ariza e Mbah-a-Moute potessero aver privato Houston di quella garra difensiva necessaria in gare da dentro o fuori, la risposta è giunta puntuale con un lavoro di squadra certosino e meticoloso. Magari non sono la difesa studiata a tavolino che indirizza una gara, ma l’avere in mezzo all’area colorata due rim protector temibili come Capela e Faried (gran pescata dei “razzi” dal sottobosco dei FA), permette a Tucker e Gordon di avere un ruolo meno tattico e più dinamico. La possibilità poi di inserire dalla panchina Rivers, Green e Shumpert (occhio a lui per la semifinale di Conference) è quello che forse mancava negli anni passati e che garantisce la possibilità di giocarsi le proprie fiches al tavolo verde, a patto che la condizione fisica non si deteriori strada facendo, CP3 prima di tutti gli altri.

WARRIORS E RAPTORS: SIRENE STRIDENTI…

In casa ne hanno perso una, forse anche in malo modo. Erano le squadre costruite per ammazzare la stagione, ma entrambe hanno rischiato, seriamente, di deludere le aspettative in regular season. Se la stagione di Milwaukee può dirsi eccezionale, il secondo posto dei Raptors è un buon risultato, a patto di non gettare alle ortiche l’ennesima post season. Vincere a Ovest è sempre difficile, ma stentare e avere problemi che minano il sistema dall’interno, ancor più che dall’esterno, può essere un serio problema per i padroni di casa di Golden State.

Il fotogramma delle ultime stagioni di vacche magre per i Raptors è tutto il frutto di quella sconfitta in gara 1, dove non è solo il piccolo grande uomo Augustin a vincerla per i suoi Magic, ma è la difesa canadese a concedergli un tiro che è nelle sue corde. Si attende la replica e Leonard va corto di un metro. In gara due il thrilling degno di Hitchcock c’è, il risultato migliora, ma la sensazione è che come al solito la squadra del Nord tema e non poco l’estate, sciogliendosi come neve al sole. L’essere andati all in sul mercato in estate e alla trade deadline impone a questa squadra una prestazione di riguardo, ma gli equilibri sembrano essere stati accartocciati con l’arrivo di Marc Gasol che non sembra funzionale ad una pallacanestro di motion, come quella dei Raptors. Lowry in gara 1 ha omesso praticamente di essere un fattore sul parquet e la parziale rivincita in gara 2 è più un sintomo del suo talento discontinuo che non di una ripresa definitiva. Serve calma e gesso e non è un caso che siano Leonard e soprattutto Dnny Green, forse gli unici con i gradi di esperienza nel roster, ad essere il fattore decisivo in questo momento. La serie si sposta in Florida, dove le cose potrebbero cambiare, ma se i Magic dovessero riuscire a far valere la propria testa sgombra e l’imbarazzante fisicità in vernice, chissà che qualche altra sorpresa non potrebbe arrivare. Del resto, tutti i “King in the North” sono stati deposti…

Una squadra che è a +31, campione in carica e con alcuni fra i giocatori più talentuosi della Lega non può in alcun modo concedersi il lusso di regalare una vittoria alla squadra in trasferta. Pazienza se 132 punti glieli hanno restituiti in gara 3 allo Staples, riprendendosi il vantaggio e l’inerzia della serie, l’acqua sotto il ponte nella Baia sembra essere diventata salmastra e nascondersi dietro il roster corto – ora anche privo di Cousins – e le scaramucce dello spogliatoio non è più sufficiente. La certezza è che con quel tipo di gioco, fondato tanto su come adoperare il talento di Curry e il fisico esplosivo di Durant, anche in serata negativa i Warriors possono battere chiunque, il problema sembra essere solo legato alla testa, poco focalizzata davvero su un obiettivo che dovrebbe essere alla portata. Di fronte non il grande squadrone di talento o di esperienza – e qui leggasi la parentesi Nuggets annichilita dagli Spurs anziani – ma dei Clippers concreti e ben allenati da quel Doc Rivers che nonostante tutto riesce a far fare il salto di qualità alle proprie squadre. Giocare con Curry che può segnare anche dal parcheggio è facile, ma se il resto della squadra non segue il canovaccio di coach Kerr è dura vincere e dominare come in passato: la riprova è che il problema Lou Williams per Kevin Durant sembra essere più mentale che tecnico, visto che in termini di Kili e centimetri, l’ex Lakers paga dazio e non poco rispetto al suo marcatore. Basta così poco a scardinare le certezze di Golden State? Gara 4 può rappresentare lo spartiacque decisivo non solo della serie ma anche della stagione, in cui si aspetta anche il definitivo ingresso di un Draymond Green che non è nenache più quel “dirty player” che vinceva le partite. Da vedere, inoltre, come la resa di Bogut chiamato a un extra lavoro di minuti, sarà sul lungo periodo, anche se visti i nomi della panchina (salvo Livingston e Iguodala poco o nulla) coach Kerr dovrà recuperare appieno il suo pivost australiano. Basterà per la semifinale (ipotetica) contro Houston?