Basket Sofa: David Stern, una storia infinita…

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Il preciso istante, non un momento o un evento, in cui David Stern ha lasciato questa vita, una parte, una importantissima e gigantesca parte del mondo NBA, ha visto eclissarsi l’uomo che ha permesso l’esplosione della lega con il marchio di Jerry West. Non è stato un semplice commissioner, è stato un uomo che – forse con la sola eccezione di James Naismith – ha preso a cuore questo sport e lo ha portato a diventare una potenza economica mondiale ed autosufficiente. Se le 30 franchigie applicheranno una banda nera sulle divise da qui fino al termine della stagione, il motivo è chiaro, sentito e doveroso.

AVVOCATO IN USCITA DAI BLOCCHI…

Prendiamo una gara di basket in un torneo tra studi legali o qualcosa di simile. David è un giovane avvocato che ha tirato un po’ i fili anche per organizzare questo torneo, sta provando a destreggiarsi sul campo ma gli salta di lì a poco il ginocchio che pone fine a una carriera che non doveva essere per forza definita sfolgorante. La carriera nelle aule di giustizia procede invece come le annate di Doctor J e di Oscar Robertson rispettivamente in ABA e in NBA, e quando la vena giuridica può stringersi indissolubilmente con la passione per lo sport che tende al cielo, l’esplosione è deflagrante. Sono gli anni della fusione tra le due leghe, gli anni in cui i giocatori sono soggetti al “vincolo” con l’ultima squadra che li ha contrattualizzati e di fatto sono dei professionisti tutelati come degli amatori. La causa è storica, Oscar Robertson vs National Basketball Association, la sentenza che ne esce, fondata sullo Sherman Act è inequivocabile. Agli atleti verrà concesso il diritto di diventare free agents alla scadenza di un contratto, con possibilità di gestire i propri interessi senza alcuna limitazione. Stern si è messo in luce per le sue argomentazioni, Larry O’Brien lo vuole nel suo staff e nel giro di tre anni diventa il suo assistente.

COMMISSIONER IN REGIA: CIAK, AZIONE!

La NBA di quegli anni non è che sia un gran bel posto, con le Finals che vanno addirittura in differita sulla CBS e destinate al pubblico di nicchia, giocatori che non spostano alcuni equilibri e imprenditori che scelgono di non investire, cosa che in America equivale a morire. Stern, già da assistente, prende in mano la situazione, ampliando i rapporti tra la lega e l’associazione giocatori, ponendo due pesanti picconate al sistema: Drug Test per tutti gli atleti e salary cap. Idiomatico è in tal senso l’arrivo ai Bulls di Jordan che trova la “dama bianca” nel ritiro prestagione della sua nuova squadra. Di lì a breve dal cannabinoide alle più pesanti sostanze stupefacenti, tutto sarà bandito, così come ancora oggi succede. È una rivoluzione negli USA, dove altri sport – vedi baseball – avevano l’efedrina come proprio sponsor. Per quel che concerne il concetto di Salary Cap lo ispirano la sua passione per i New York Knicks e le stagioni che erano seguite al passaggio di Wilt Chamberlain ai Lakers. La squadra della grande mela ha insegnato – fin dalla tenera età al tifosissimo Stern – che non basta spendere per vincere, mentre le stagioni in cui Bill Russell ha letteralmente spazzato via i Lakers, ha chiaramente indicato che puoi avere Wilt, Jerry West, Baylor e la fila degli aguzzini, magari si vince o si perde, ma limitare il palcoscenico per prendere i migliori non può essere una chance solo per chi ha un magnate alle spalle, quindi porre un tetto salariale da spendere che sia uguale per tutti dà a tutti la possibilità di avere una chance di vittoria.

IL MONDO LA NUOVA PLATEA…

Per la TV un po’ è la congiuntura astrale che manda Magic, Isaiah, Larry e Michael in pochissimi anni, un po’ è l’ingresso nel business di marchi come Nike e simili che permette alla NBA di crescere in visibilità. Serve però un palcoscenico per mettere in piedi il circo degli dei del basket anche fuori dal continente ed ecco le due idee: il Dream Team del ‘92 e l’allargamento del bacino di utenza, con nuovi mercati, come il Canada, che entrano nel panorama cestistico on nuove franchigie che porteranno il numero alle 30. Stern non ha mai dimenticato di dare un’impronta di purezza al gioco da lui tanto amato, ha affrontato il problema dell’HIV di Magic con grande serietà e senza pregiudizi, ha affrontato quattro lockout, ha vietato il dresscode da gangster e si è intromesso anche col proprio potere di veto in determinate trattative, pensando che il tampering fosse una piaga da debellare. I casi Joe Smith e Chris Paul sono storia. L’ultima, ma non meno importante norma, l’obbligo del one-and-done per i ragazzi al college, per evitare che tanti, troppi ragazzi delle high schoool, venissero proiettati in un mondo più grande di loro. Stern ha lasciato la NBA come era stato fatto da O’Brien con lui anni addietro, nominando come suo successore colui che era stato il suo voce. Adam Silver ha dovuto raccogliere il testimone senza perdere quell’abbrivio che era derivato dalla precedente gestione: una sfida non da poco e che induce a riflettere sulla grandissima persona che ci ha lasciati, che ben può ascrivere il proprio nome a quello dei padri fondatori di questo sport.