Basket Sofa – Eurolega e NBA, andate, ritorni e Carmelo Anthony?

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Quando il vento cambia ci sono sempre tanti segnali premonitori, di un tempo che passa, di sogni che restano chiusi nei cassetti e di prospettive, sempre diverse. Nella giornata in cui la cronaca propone da un lato l’arresto di Rashawn Thomas – che se Sassari avesse vinto lo scudetto sarebbe stato MVP – per possesso di marjuana ed ectasy e dall’altra lo sfogo di Delroy James contro l’AEK reo di aver mancato dei pagamenti, è il mercato a farla sempre da padrone. Le lunghe liste di acquisti e conferme fanno ben pensare a un’Eurolega di alte stelle, ma a ben guardare tutto questo blasone sembra nascondere una verità che rimane ancora sottesa: è vero che il basket NBA ha tanti quattrini, visibilità e tutto il resto, ma se non sei la stella della squadra, se hai un ruolo da comprimario, quello che sembra un sogno può diventare un incubo, specie se ami la pallacanestro. Ecco che quindi l’Europa diventa un porto di nuove avventure, o se preferite nuovi stimoli, un piccolo pesce che in uno stagno non così immenso può fare la differenza…

QUANDO L’NBA ERA IL MASSIMO AUSPICABILE

Mirza Teletovic è un veterano di tante battaglie sul parquet, che alla fine ha messo anche l’occhialino alla Stoudemire per problemi di vista negli anni di militanza americana. Quando qualche settimana fa ha scritto che un giocatore NBA di medio-basso minutaggio ha pochi stimoli nella lega di Adam Silver, è stato a dir poco ostracizzato per un giudizio estremo, ma che non va troppo lontano dalla realtà se si pensa a tante partite a metà stagione con squadre che deliberatamente tankano, laddove in Europa, fosse anche per la salvezza, ci si azzanna fino all’ultima giornata. La sua sembrava una voce nel deserto, poi però con l’apertura del mercato ecco che bombe piovono dagli States sull’Europa come se non ci fosse un domani.

Teodosic che firma alla Virtus Bologna, Shelvin Mack a Milano, Ron Baker, Kosta Koufos (e Mike James) al Cska Mosca, Jonas Jerebko, Mozgov, Bertans e Jeremy Evans al Khimki, Greg Monroe e Josh Huestis al Bayern Monaco, Derrick Williams al Fenerbahce, Jimmer Fredette e Wesley Johnson al Panathinaikos, Mirotic e Abrines al Barcellona e Stauskas al Baskonia. La coincidenza a ben vedere non esiste, ma se negli anni passati erano giocatori ai margini a venire nel vecchio continente a cercare fortuna, ora ecco che ragazzi che potrebbero tranquillamente strappare più di un semplice garantito nella lega col simbolo di Jerry West scelgono di venire a rimettersi in gioco alle latitudini europee, in un processo che aveva già cominciato la sua vorticosa ruota nel momento in cui la NBA è diventata un global game.

SOGNI INFRANTI

C’è chi nel mondo americano, specie giocatori europei, avrebbe potuto lasciare il segno. Datome a Boston non ha mai ricevuto spazio, DeColo è finito nel tritacarne dell’ambiente Spurs, Sergio Rodriguez e Rudy Fernandez, ma anche Kuzminskas, Nedovic, Kuzmic così come il buon vecchio Spanoulis, sono stati sottovalutati dalle rispettive franchigie, trattati come merce di scambio in qualche trade e diventati prodotti alieni al sistema. Se però si pensa a un Derrick Williams che era seconda scelta assoluta, a Fredette che era una star del college che mai più ripetuta così come Siva e Cavanaugh (ora entrambi a Berlino), ma soprattutto a gente come Larkin, Shved e James Anderson, che erano giocatori davvero importanti nelle rispettive franchigie, è sicuramente lecita la domanda cu cosa li abbia portati alle latitudini del vecchio continente.

Bisognerebbe però sempre separare il grano dalla pula, in quanto sono in tanti a fregiarsi di un’annata in NBA, ma chi tra pochi minuti e chi più in G-League (ex NBDL), non tutti potevano dire di avercela fatta, per quanto si tratti di giocatori di grandissimo talento. Semplicemente la loro dimensione era altrove, ed il Fenerbahce in questo è stato maestro, perché permettersi due lunghi importanti come Vesely (che a Washington a spizzichi e bocconi dava il suo) e Lauvergne (che ha fatto fatica ovunque specie a San Antonio) è di sicuro tanta roba. Poi, pensando in maniera molto ironica, se l’anno passato in A2 si vedeva Sims che, complice i tanti infortuni, era stata la “scelta” di Philadelphia prima di Noel ed Embiid, oppure comunque si potevano vedere giocatori come Daye, Vujacic (anche lui in A2), Delfino, il cerchio ben può chiudersi, anche se forse non nel senso sperato.

CARMELO ANTHONY: E SE VENISSE IN EUROPA?

Molti scelgono la Cina quando l’NBA si allontana. Marbury è diventato un dio con tanto di statue votive nella terra di Mao, altri lo fanno per i tanti milioni che ne derivano, eppure Carmelo Anthony sembra aver scartato a priori questa possibilità. Dopo le tristi sorti della scorsa stagione, il giocatore è rimasto senza squadra e magari, dati anche i notevoli risultati ogni volta che si affacciato in area FIBA con Team Usa, potrebbe ancora dire la sua – e vincere un titolo – nel vecchio Continente. Non sembrano esserci stati abboccamenti, anche perché per tramite della sua agenzia si è fatta largo la voce di una sua volontà di un’ultima stagione in NBA.

Il Carosello di tifosi che lo vorrebbero non è stato sicuramente importante, ma tra chi lo preferisce a un Korkmaz qualunque a Philadelphia e chi spera che l’amico (e solito GM occulto) LeBron lo possa portare sul carro dei Lakers, la più suggestiva storia è quella di un clamoroso ritorno a New York, in una sorta di tour celebrativo stile Wade, ma anche con la possibilità di portare esperienza ad un nucleo di giocatori giovani, che magari non hanno da imparare nel comportamento e nelle scelte di tiro, ma che sicuramente possono imparare da lui cosa significa avere talento e come sfruttarlo. Annotazione di colore che favorisce questa soluzione: i Knicks hanno così tanti numeri 4 a roster, che di sicuro non gli verrà richiesto quel surplus di lavoro a rimbalzo che sembrava essere il tallone di Achille delle ultime uscite di Anthony…