Basket Sofa Finals (pt.1) – Raptors e Warriors, tutto ed il contrario di tutto

NBA

Con le Finals appena cominciate, Basket Sofa non ha che da concentrare la propria attenzione su quelle che sono le pieghe della gara, sulle sfaccettature dentro e fuori dal campo, non necessariamente tecniche, che ci possono aiutare a leggere la gara in maniera diversa o – se preferite – autoironica. Perchè forse è vero che la pallacanestro può ridursi a cifre, a schemi, a giocate e talento, ma spesso è il contesto che fa la differenza, sono le parole non dette quelle che indirizzano ancora di più una sfida. La verità è che Toronto, che ha il fattore campo, ha fatto vedere al mondo, ma soprattutto agli Warriors, di non essere lì per caso, di volersi giocare le proprie carte e, non ultimo e non meno importante, di poter imporre la propria pallacanestro. As always, enjoy your read and keep lovin’ basketball…

INFORTUNI E INFORTUNATI

Coach Kerr ha fatto ruotare chiunque in gara 1. Non sapeva più chi potesse entrare. Da un lato sembra la classica storia da film sul basket in cui anche lo sconosciuto la decide, nei fatti questa partita ha dimostrato che, se non al completo, i Warriors qualcosa la perda. E se la stavano riaprendo con la tripla di McKinnie, che l’anno passato giocava nel campionato del Lussemburgo, rinomato per le banche ma non per la pallacanestro (anche se nel torneo delle piccole nazioni ha dato una sonora ripassata all’Islanda qualche giorno fa) , allora qualcosa vorrà pur dire. Più che la sconfitta, l’infortunio di Iguodala nel finale sembra essere la chiave di volta ancora una volta decisiva per i ragazzi della Baia, che perdono il loro miglior difensore, e saranno senza Durant almeno in gara 2. Kevin sta dando il suo apporto morale alla squadra, si sgola e li incoraggia uno ad uno, ma non può certo bastare. Vero che senza KD i Warriors giochino una pallacanestro di squadra migliore, passandosi di più il pallone e aumentando la velocità, con meno palleggi e più tiri, ma senza un talento che sa risolverla da solo, che può scriverne 50 ad ogni serata, le cose sono difficili. Per quanto ancora poi si possa contare su Cousins questo è un dilemma di grande portata. Non giocava dal 15 aprile, era letargico, fuori condizione, lanciato nella mischia per provarci, ma se quelli sono i risultati, forse sarebbe stato meglio aspettare. Anche da lui passa molto del destino, perchè Draymond contro Siakam ha sofferto e Bogut non è quello che dominava a Milwaukee.

TRASH TALKING: CITOFONARE DRAYMOND GREEN

Ok, la maglia che indossava Drake, a parte per il fatto che mi ricorda un Vince Carter d’annata, era veramente irrispettosa e forse anche eccezion fatta per il fatto che questa celebrity che entra nel gioco, con la stessa invadenza che ebbe in un Lakers-Toronto Lapo Elkann (che però il gioco non lo conosceva a sua discolpa), ha un po’ stufato, lui ha un po’ stufato. Non fosse per i suoi “massaggini” e per il suo mulinare sul campo (altro che Benny the Bull), l’andare da un giocatore a fine partita per urlargli “Trash“, ossia spazzatura, non può essere tollerato in nessun parquet. L’avesse fatto in una delle minors, specie in quelle del centro sud, dove tale epiteto viene spesso usato, probabilmente avremmo già avuto un epitaffio.

Il fatto che comunque Draymond Green, in conferenza stampa, abbia voluto parlarne, significa che il re dei trash talkers in circolazione ha sicuramente preso il colpo con maggior dolore di quel che si direbbe. Non era solo il fantasma di Siakam che continuava a martoriare un canestro che non riusciva a difendere,  sembra quasi che quella convinzione che lo ha sempre accompagnato in un campo così sottile del gioco gli si stia sgretolando pezzo a pezzo. E’ da lui che Golden State si deve attendere una scossa, perchè forse, nonostante l’ennesima tripla doppia, è mancato nei momenti migliori della gara, con quelle sue lettura, con la sua difesa e quello spirito, un po’ goliardico, un po’ sardonico, con cui si prende il palcoscenico e inizia a dominare l’incontro. Quest’ultima descrizione vi ricorda qualcuno?  Forse è bene rileggere le prime righe di questo paragrafo. Anche se a ben vedere, contro quel Siakam, non sarebbe bastato neanche GOLDRAKE…

 

AFTER ALL… TORONTO WINS GAME 1

Sembrerebbe che parlare di come e dove Golden State abbia perso sia stata la nostra unica attività, ma non è così. Toronto ha vinto con merito una sfida in cui ha saputo dominare dall’inizio alla fine, sfruttando un Leonard normale per i suoi standard, che fa le cose semplici, basilari, ma che si fa sempre trovare pronto nel momento del bisogno. Siakam ha aggiunto la sferzata di energia necessaria, Gasol ha aperto il campo e, trovando la mano dall’arco, ha sparigliato le strategie difensive di coach Kerr. La ciliegina la mettono però Lowry e VanVleet. Il primo dopo aver capito che non era serata al tiro, concentrandosi sul coinvolgere i compagni, si è preso la responsabilità di una tripla dal logo nell’ultimo minuto, imbucandola nonostante stesse scrivendo la solita partita da eterno incompiuto. VanVleet, invece, da quando è diventato papà ha numeri assurdi in attacco, confermati anche in gara 1, ma forse tenere stretto il suo pargoletto in braccio gli ha dato mordente anche in difesa, dova ha preso in consegna uno Steph Curry caldo come una stufa per raffreddarlo in stile Night King di Game of Thrones. Plauso importante per coach Nurse, che è qui alle Finals a predicare la sua pallacanestro, con personalità e competenza, nonostante sia un rookie come Head Coach. Non tutte le ciambelle riescono col buco, ma qui ci sembra davvero vicini alla perfezione.