Basket Sofa Focus: the Brooklyn Nets era

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Prendiamo uno di quei treni sgangherati tipici dei sobborghi americani ed entriamo – un po’ alla Midnight in Paris – nei meandri di Brooklyn, un posto unico al mondo, per la sua storia, per il mondo ed il crogiuolo di razze che in esso vi è stanziato, per lo sport. Nonostante al momento è soltanto una la franchigia dei major sport americani che è attestata alla cosiddetta “altra parte” di New York, si deve quasi tutto alla patria – tra gli altri – di Spike Lee, che in più frangenti l’ha raccontata. Dal primo afro-americano della storia sportiva, ossia Jackie Robinson del baseball, a Larry Joe Gatjens, capitano del Brooklyn United del calcio degli anni ’50 sulla East Coast, passando per Rucker Park e le partite più importanti della storia del gioco della pallacanestro che nessuno conosce: storie che si incrociano e ci portano a scandagliare il passato dei Nets, vincenti (quasi) mai ma unici in tutto. Oggi un Basket Sofa diverso ve le racconta…

HUDSON RIVALRY: NEW YORK KNICKS

Quando hanno costruito il ponte che doveva portare la forza lavoro popolare al “servizio” di Manhattan, si pensava che il processo di stratificazione popolare che era riuscito fuori dall’isola, potesse estendersi anche all’élite, ma come il libro di Jacob Riis sottolineò già nei primi anni del ‘900, le due metà vivevano in modi diametralmente opposti. Quando i Dodgers (che battono con Robinson al piatto gli Yankees della grande leva) verranno trapiantati a Los Angeles, la supremazia di Manhattan e della New York “verde dollari” diviene opprimente, lo show business è imposto da quelli al di là del ponte e a Brooklyn non resta che il basket da strada, rude, grezzo, a tratti brutale. Non è un caso che i Knicks scelgano la NBA, mentre i brooklynesi emigrano in New Jersey, a un tiro di schioppo, per giocare nella ABA. Sarebbero i New York Americans per le regole, ma scelgono il nome New Jersey ed il motivo non è casuale. L’allora proprietà aveva scelto il palazzo del 69th Regiment Armory come propria casa, ma la potenza dei Knicks era così forte da costringere i palazzinari dell’epoca a non affittare la struttura agli altri. Primo sgarbo di molti altri. Quando arriva la fusione tra ABA e NBA i New Jersey Nets, reduci da due titoli in tre anni con Julius Erving – re di Rucker Park tra l’altro – sono tra le squadre che devono iscriversi, ma i Knicks, vittime di aver perso l’esclusività di franchigia cittadina, imporranno una “luxury tax” che a quell’epoca non era nelle corde della proprietà. Per poter trovare quei soldi i Nets venderanno Doctor J e con quel cash entreranno nella lega col logo di Jerry West, ma i fasti di quei tempi non saranno mai raggiunti, neanche con Marbury – brooklinese doc – in cabina di regia. Il Karma è però gentiluomo e la crisi senza fine dei Knicks, contrapposta alla crescita dei Nets, prima in quel di New Jersey e poi con il ritorno a Brooklyn, al Barclays Center, dimostra che le malefatte si pagano salate. Ah, e se vi chiedete da dove la squadra del sobborgo abbia preso il nickname Nets, la risposta non può che arrivare dalla città stessa: osteggia infatti le due franchigie perdenti della “buona” New York, i Mets (baseball) e i Jets (football). Ed il ritorno in bianconero è il simbolo di quella black power che a Brooklyn non è mai simbolo di diversità, ma anzi di grande coesione e voglia di farcela, con a capo del brand Jay-Z, più che un semplice tifoso di questa franchigia.

CAMPIONI DI UN TEMPO E TANTI INFORTUNI

Se si pensa che esistano squadre sfortunate, non pensiate soltanto ai Clippers. Detto di Doctor J, miglior giocatore che i Nets abbiano mai avuto (in attività aspettando magari forse Durant il prossimo anno), per tempo immemore la squadra del New Jersey ha rappresentato tutto ed il contrario di tutto in fatto di scelte sbagliate e pescate miracolose, alcune delle quali hanno anche cambiato l’inerzia del gioco, soltanto però quando l’anima popolare ha preso il sopravvento si sono raggiunti grandi risultati. Girandole di allenatori, dai più disparati – Kevin Loughery ha allenato i Nets in ABA ad esempio – passando per Byron Scott, John Calipari, Chuck Daly, Larry Brown fino ad arrivare a coach Atkinson, che sta provando a dare una nuova dimensione al gruppo. Il tutto sperando che gli infortuni non ci mettano lo zampino, dato che a cavallo tra la fine degli anni 80 e gli inizi 90, una letterale pestilenza ha privato i Nets di tanti progetti di rebuilding. Qualche risultato, dopo anche la sofferta partenza di Marbury, si è raggiunto col trio Kidd-Jefferson-Carter, che ha portato la squadra alle Finals per la seconda volta nella storia. Se però vai due volte alla Finals e rimedi due 4-0 qualche problemino ci deve pur essere. Nets che di campioni ne hanno avuti parecchi, ma che hanno anche saputo fare di necessità virtù, decidendo di puntare su Drazen Petrovic che era stato scaricato da Portland. Quella mossa avrebbe cambiato per i confini del basket NBA, aprendo le barriere e rendendo possibile il basket cosmopolita dei nostri giorni. Il resto, come si suol dire è storia.

TODAY… HELLO BROOKLYN

La squadra di quest’anno è irripetibile. Anche senza Durant che tornerà l’anno prossimo, i pezzi pregiati del mercato sono stati presi, con Kyrie Irving e anche il buon vecchio DeAndre Jordan a portare esperienza e tanto talento, sempre aspettando il #35. La cosa che però fa davvero credere nel lungo corso dei bianconeri è il gran numero di giovani presenti che si sono formati negli ultimi anni e che stanno sbocciando appieno: dall’eclettico talento di Jarrett Allen a quello esplosivo di Caris LeVert, passando per uno Spencer Dinwiddie che – anche in assenza di Irving – si è inventato il clutch shot della vittoria contro Cleveland di qualche giorno fa. Non solo, dopo secoli di squadre corte e risicate e in cui era necessario e doveroso passare dal go to guy, dal campione di turno (ed il riferimento alla squadra magnifica perdente di Keith Van Horn è chiaro e semplice), oggi il talento, così come le tante etnie sparse nei quartieri è diversificato. Temple – che faceva fatica a Casale Monferrato – è una buona certezza, Prince garantisce quantità, Harris tanto lavoro sporco, nonché gente come Chandler, Nwaba, Ellenson e Shumpert possono sempre tornare utili. Magari Brooklyn non sarà la squadra del momento e magri non è neanche destinata a vincere, ma lo spirito di cavarsela, di voler riuscire contro tutto e tutti, sono propri di questa squadra, che può – già adesso – vincere e perdere contro chiunque. Perché magari il viaggio non è bello solo se si guarda a dove si è arrivati, ma da quel treno, su cui siamo saliti qualche tempo fa, è stato piacevole viaggiare.