Basket Sofa – HalleLuka e i dolori di Pop, Howard e Fultz

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La nascita di questa rubrica settimanale, deriva da quel senso di pace che solo un buon divano, la giusta luce, uno snack croccante e una bevanda calda sanno regalare dinanzi allo spettacolo dello sport più bello del mondo. Dunque, benvenuti alla prima puntata di “Basket Sofa” ed enjoy your read.

HALLELUKA! DALLAS AI PIEDI DI DONCIC, RE “DAVID”…

Entrare nella Lega da superstar è stata solo l’anteprima. Neanche Re David, ai tempi dell’Antico Testamento, aveva saputo dispensare allo stesso tempo messaggi profetici, dimostrazioni di forza e, talvolta, di crudeltà – chiedere a Kyrie Irving – contro i suoi avversari: Luka Doncic è il più serio candidato a Rookie of Year, ma soprattutto è il simbolo della rinascita per i Dallas Mavericks. Ancora una volta, è un prodotto del vecchio continente a lanciare la franchigia texana verso nuovi orizzonti e limiti da superare. Mark Cuban si coccola il suo prodigio sloveno, ammettendo – con la solita ansia da miliardario – di attendere il ritorno in rotazione di Wunder Dirk Nowitzki per un ideale passaggio di consegne fra icone. Nel mentre, alla corte di coach Carlisle, un altro cavaliere teutonico si fa largo nella stalla: è Maxi Kleber, in ascesa dopo un primo anno difficile. Doncic ispira e Dallas sogna. A quelle latitudini se ne intendono di religione ed il salmo “Un bambino li guiderà” viene intonato a gran voce dal pubblico. in un inno che risuona le note di Jeff Buckley, ma con un nuovo testo: HALLELUKA!!!

 

POP E KAWHI: L’ALTO PASSERO VS “THE KING IN THE NORTH”

Neanche fossimo sul set di Game of Thrones, le vicissitudini di Greg Popovich e Kawhi Leonard sembrano essere legate da un filo rosso indissolubile. Si sono amati, si sono sopportati, osteggiati e ora sono divisi, finanche in due diverse nazioni. Resta, forse, solo il rancore… Già, perchè il presente, con i suoi tiri da tre – troppi per il coach della franchigia texana – è troppo diverso dalla pallacanestro essenziale e fatta di post dei primi Spurs delle Twin Towers. “È necessario adattarsi” ha dichiarato Pop, prima di glissare sulla ex stella della sua squadra, etichettata “solo” come un:

Gran giocatore, non di certo un leader.

Dichiarazione interessante, se si pensa che arriva in un momento in cui a San Antonio ben avrebbero bisogno di una guida, visto che il plus/minus della panchina risulta sempre migliore di quello dei titolari. Piccata, puntuale e a tratti acida, non si è lasciata attendere la risposta di Kawhi, oramai sempre più “King in the North” in quel di Toronto, con capigliatura nuova in stile Jon Snow e prestazioni di pari coraggio a quelle dell’eroe di Game of Thrones. 

Immagino che quando non si giochi più per qualcuno, è molto facile dimenticare chi guidava.

Al momento, Leonard è un pezzo fondamentale per coach Nurse, ma ancor di più per Toronto che domina l’Est e si prende anche lo scalpo di Golden State con merito. Ancor di più però, e contrariamente alle previsioni di Pop, il prodotto da San Diego State sembra aver raggiunto stabilità e mentalità, che l’anno scorso sembravano doti smarrite all’ombra dell’Alamo. Inciderà, forse, anche il nuovo contratto con New Balance, che ne farà un’icona. Del resto, era per questo che il suo entourage stava lavorando anche lo scorso anno, o forse no?

 

IL VESTITO E L’ASPETTO DEI GOLDEN STATE WARRIORS

Con Steph Curry ai box per infortunio, condito da incidente automobilistico – non per sue colpe si precisa – Golden State ha inanellato una serie di sconfitte, alcune delle quali inaspettate, che sembrano averne minato il valore, specie agli occhi di riteneva questa squadra una corazzata imbattibile. Per chi era abituato ad annichilire gli avversari con una grandinata di triple, la confusione è di certo palpabile, finanche in coach Steve Kerr, che si presenta in shirt, imbarazzatissimo, ai microfoni dei giornalisti nella Craig Sager Night.  È davvero crisi per i Warriors? Qualcosa nel meccanismo perfetto sembra essersi rotto dopo la furiosa litigata occorsa tra Draymond Green – che al momento dovrebbe essere in infermeria per altri motivi, anche se il condizionale è obbligatorio – e Kevin Durant, con la barca della squadra campione che dalle sponde placide e soleggiate di San Francisco, sembra sempre più sospinta verso le secche di Oakland. Un equilibro rotto che non ha impedito a #KD35 di prendersi la squadra sulle spalle, ma che sembra dimostrare che il fuoriclasse scelto da Seattle, quando è da solo al comando, da prima punta insomma come negli anni di OKC, non macina vittorie, anzi. Da ultimo, contro Toronto, mette a referto 53 punti, ma arriva la sconfitta e con essa lo strascico di tante voci. Shaq, nei commenti post partita, prende le sue difese, sibilando un:

Per il suo bene è meglio che rimanga ai Warriors, allontanando le troppe chiacchiere sul rinnovo che si sono accumulate negli ultimi tempi dopo il confronto con Green.

Sicuramente meno diplomatico Charles Barkley, che dopo la pantomima di fine gara, con Durant che regala la sua maglia al rapper Drake, mostrando un fisico asciutto, scolpito ma longilineo, nella sua uscita dal parquet, chiosa riassumendo tutti i mali dei Warriors con un laconico

Se avesse mangiato qualche hamburger di più, magari stasera avrebbe messo 55 punti a referto, regalando ai suoi la vittoria.

 

I DOLORI DEI (NON PIU’) GIOVANI BEAL E HOWARD

Una battuta a buon mercato su una squadra dell’attuale NBA? Sparare a zero sui Washington Wizards, che un tempo erano Bullets, e pertanto il parallelismo non è neanche così peregrino. La squadra è tra le sorprese negative di questo inizio di stagione, specie nella Eastern Conference che non è la Royal Rumble dell’altra costa. Appare inoltre palese che la squadra sia priva di una direzione organica di sviluppo e anzi, dopo anni di buon rendimento, sia in totale disfacimento. Il vero nodo gordiano è rappresentato da Bradley Beal, passato dall’essere il secondo violino di lusso e l’alfiere di Wall, a mero comprimario in crisi di identità, fuori dal progetto e perfetto indiziato per una trade. Dalla sua il ragazzo non ha fatto molto per attirare le simpatie, esternando la sua frustrazione con un brutale

È triste svegliarsi una mattina, sentire i rumors dentro e fuori dal campo, per capire, di aver sprecato gli ultimi sette anni della mia carriera in una squadra che ti scarica così, quasi senza un motivo, proprio in un momento, per entrambi, di difficoltà.

Non bastasse questo, arriva il SexyGate Affair. Non sono – soltanto – le recenti scarse prestazioni sul parquet di Dwight Howard a far parlare la stampa della capitale, anche perché il pivot ex Magic e Lakers il campo lo vedrà fra molto tempo, visto che per problemi alla schiena sarà costretto a un intervento chirurgico. Lo scandalo si è presentato qualche giorno fa, quando il cisgender – che si dichiara omosessuale – Masin Elije, a mezzo Twitter, ha denunciato di aver subito molestie sessuali di varia natura dal giocatore NBA, reo non solo di alcune chat a sfondo sessuale con tanto di immagini esplicite, ma anche di aver partecipato ad alcuni festini viziosi. Lasciando alle autorità gli accertamenti, senza entrare nel merito, è lecito però annoverare questo Sex Howard Show nelle tante storie di eccessi del genere e che han visto coinvolti Dennis Rodman, Jerome “Sexy” James e non molto tempo fa – per sexting analogo – anche Draymond Green. La domanda è sempre la stessa: perché???

 

BUTLER E FULTZ: LE PERICOLOSE STRADE DI PHILADELPHIA

Quando il Boss, Bruce Springsteen, cantava “streets of Philadelphia”  non immaginava che avremmo scelto la sua colonna sonora per perderci nell’intricato labirinto del Target Center, in casa Sixers, successivo alla trade che ha portato Butler nella città dell’amore fraterno. Con “Jimmy Bucket” a decidere i finali di partita – mentre il non rimpianto Dario Saric in quel di Minneapolis sembra un desaparecido – ed un nuovo quintetto con JJ Redick a sparare, il ruolo di Markelle Fultz  è diventato marginale. Un mal di pancia che lo ha portato in infermeria, in un crescendo di voci riguardanti trade all’orizzonte, lontano da un parquet su cui non ha mai appieno dimostrato di valere la prima scelta del draft. Gli Orlando Magic, sorpresa d’inizio stagione e con ali interessanti per i 76ers da mettere sul piatto, sembrano farci un pensiero, ma si tratta di voci. Lo erano anche però quelle dell’anno passato su Leonard. Nel marasma generale, con la squadra che macina vittorie ma si crea una coltre di gelo al suo interno non indifferente, ecco che le difese vengono prese proprio da Jimmy Butler, quasi si sentisse in colpa, che ai media non esita a dichiarare:

Abbiamo bisogno di Markelle, lo voglio al mio fianco in questa squadra, è importante.

Da qui la domanda sorge spontanea: ma davvero dei 76ers che funzionano, possono permettersi il lusso di sopportare la grana con un ragazzino che non ha ancora dimostrato il suo valore, ma che in panca non ha voglia di stare? E soprattutto, perchè con tanti senatori, che han vissuto con Markelle anche la parte negativa dell’anno scorso, è dovuto scendere in sua difesa l’ultimo arrivato nel roster? Appare evidente che qualcosa brucia sotto la cenere e chissà che una nuova trade possa sconvolgere la parte alta della costa est.