Basket Sofa: Ingles, la personale lotta contro l’autismo

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autismo

Il basket è fonte di gioia e di divertimento, una passione che si sviluppa e cresce col passare del tempo e con la relazione con gli altri, che sia il proprio compagno di squadra, il proprio allenatore, finanche il proprio avversario. La verità è che il basket piace a tutti i suoi appassionati perché sa far stare bene, da qui al concetto di benessere il passo è breve. La pallacanestro può e deve essere simbolo di messaggi alla comunità, e anche stavolta la risposta è stata puntuale.

JOE INGLES: AN EXTRAORDINARY MAN

Di Joe Ingles abbiamo visto spesso il suo talento, spesso il suo temperamento ed altre volte la sua gran faccia tosta di dire quello che pensa in maniera colorita. La sua stagione agli Utah Jazz è di quelle che si potrebbero già ricordare per quello che ha mostrato sul campo, per come lo ha fatto e soprattutto per il ruolo assunto nelle rotazioni di coach Snyder, una squadra che comunque andrà ai playoff e probabilmente anche con una seed di tutto rispetto. Spesso però negli occhi rimane solo il talento ed il giocatore, ma mai l’uomo che dovrebbe essere dentro la canotta. Non basterebbero tutte le parole del mondo per definire gesti che nascono spontanei e che in realtà valgono davvero tanto: doveva essere solo una partita di fine regular season tra Jazz e Lakers…

Si è trasformata nella serata del riconoscimento del problema autistico, simboleggiato non a caso da un pezzo di puzzle colorato che dimostra l’anello di congiunzione tra soggetti dotati di grande acume ma spesso incapaci di avere il contatto col mondo nel senso più diretto e immediato da intendersi. Joe Ingles si è fatto promotore di questa campagna di aiuto alle associazioni a favore del supporto alle persone autistiche, perché solo qualche mese fa ha scoperto che suo figlio ne è affetto, una notizia che, per sua stessa ammissione, lo ha lasciato sconvolto. Da qui l’idea di dedicare una serata al problema, un tentativo per far fronte alle esigenze del quotidiano di un soggetto autistico: colori, puzzle e stimoli di varia natura, in modo che il coinvolgimento e la passione per lo sport possano provare a coinvolgere tutti, nessuno escluso. Se poi alla serata “aderisce” tutta la squadra, tra le scarpe gialle di Donovan Mitchell e quelle purple di Rudy Gobert, allora sì che il successo è assicurato.

BENESSERE MENTALE: UN PROBLEMA EMARGINATO?

Ingles per questa gara aveva una sorta di accordo con un’associazione benefica che avrebbe donato una somma per ogni assist a referto. A fine gara saranno 14, cosa che per un tiratore designato è cosa anche rara, ma che dimostra che l’impegno e la lotta sono la base per poter fare di più. La questione che però va affrontata non si limita solo ad un evento del genere, che fa davvero bene al movimento, quanto invece ad un concetto più ampio di benessere mentale che spesso viene ignorato davanti ai mega contratti, agli endorsment, e allo show business.

La vicenda è stata spiattellata dai media americani in maniera abbastanza tranchant, il protagonista è Kevin Love che, a seguito di alcuni attacchi di panico, ha iniziato un percorso di psicoterapia, segnalando il problema di come una tipologia del genere di attività agonistica possa nuocere alla salute. Love ha lanciato una pietra nel mare magnum dello show business americano, in quanto spesso, anche al di là della maturità fisica, c’è proprio una questione di maturità intellettiva dei tanti giovani che vengono instradati nel sistema NBA, ma la reazione è stata quella di una disapprovazione generale e di una contestazione, quasi come se il problema fosse solo figlio di un carattere o di una personalità e non “anche” dovuto a qualcosa che al momento appare intangibile. Non sono lontane le prediche di Rasheed Wallace e le problematiche sui contratti da one-and-done per i collegiali. Quali le soluzioni?