Basket Sofa: Pop corn di Finali di Conference

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Quando arriva il momento di designare chi si giocherà l’anello alle Finals, le sfide si fanno più decisive e le implicazioni dietro il gioco diventano più misteriose e degne di nota. Senza voler scendere necessariamente nel tecnico, sia Golden State che Milwaukee hanno ottenuto un facile 2-0 nelle serie, che non è nè la svolta decisiva, nè tantomeno un fattore che non va considerato. Saranno però entrambe queste squadre capaci di portare a termine il proprio compito, pur dovendo combattere non solo battaglie sul campo ma anche lotte intestine? Qualcuno riuscirà a porre quel granello di sabbia nei meccanismi ben oliati di due formazioni che sembrano invincibili? Il verdetto attende e, come sempre… enjoy your read and keep lovin’ basketball.

FAST REWIND: IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE…

Si è arrivati a queste finali di Conference dopo sfide emozionanti. I “4 rintocchi” della sentenza del giudice Kawhi Leonard hanno relegato Philadelphia in una prigione buia di una doverosa ricostruzione. Non ci sarà Butler, forse non ci sarà neanche Harris, si ripartirà dal duo Simmons – Embiid, questo è certo. Per il nativo di Yaoundè è stata un durissimo colpo, ben più della sconfitta, perchè era proprio lui a rappresentare lo spirito della squadra di coach Brown che provava a ribaltare pronostici ed establishment. Mentre Toronto festeggia il suo idolo silenzioso, che se ne sta in una posa statuaria fermo ed impassibile a contemplare il suo capolavoro, neanche fosse la Cappella Sistina – anche se forse il casuale inizio del tutto magari sì –Marc Gasol si accorge delle lacrime di Joelone, che di emozioni invece ne trasmette eccome. Non importa la vittoria, lo sconfitto merita la sua stima, ha dato tutto e non può rimproverarsi nulla se non di essere stato sfortunato nell’ultima mano ( o possesso) della partita. Un abbraccio, un passaggio di consegne o semplicemente un cenno che danno all’ambiente l’importanza non solo della vittoria per Toronto, ma anche della sua capacità di “saper vincere”. Del resto, però, sono canadesi, almeno così direbbero in USA.

Dall’altra parte della costa si consuma l’efferato suicidio di Denver, che si arena nelle sue percentuali dall’arco contro una Portland che non avrà Lillard, ma ha McCollum, e tanto basta. Non ci sono state scene commoventi, tranne forse il modo con cui la tigrotta mascotte della squadra del Colorado provava a incitare la folla a spingere la squadra, cosa che – magari sarà che gli effetti dal Pepsi Center erano offuscati – non è avvenuta. Eppure a fine gara Nikola Jokic, quello che aveva “mangiato, visto un film e dormito, poi di nuovo mangiato” prima di una gara così importante, esce dal campo come se le colpe di quella sconfitta fossero sue. Fa tanta, forse anche troppa autocritica, magari solo un libero nel finale avrebbe fatto la differenza. Ha chiuso i suoi primi playoff della carriera a oltre 24 punti di media, con 13 rimbalzi e 8 assist ad allacciata di scarpe, eppure sta a sindacare il suo unico errore. Numeri del genere ci fanno tornare a spulciare le prime stagioni di Shaquille O’Neal e David Robinson (che comunque non avevano le sue doti di passatore) e ci fanno capire quanto il ragazzone di Denver ami questo sport… Chapeau…

 

2-0 FACTS: WARRIORS DI DIFESA, BUCKS DI ATTACCO…

Si cambia campo con due 2-0 per certi versi simili. Golden State ha saputo fare a meno dell’assenza di Kevin Durant sopperendo con una capacità di gestione della palla e di lettura non comuni, anzi forse impossibili ad altre squadre. Gara 1 è stata senza storia con Steph che guida la via, seguito a ruota dai compagni. Sembrava che il suo unico vero problema fosse riferito all’indecisione dei suoi genitori su quale figlio supportare, sentenza rimessa a una moneta con tanto di video allegati. Il verdetto di Gara 2 è più ficcante, affonda le sue radici in una difesa diversa che i Warriors hanno messo sul parquet. Un meccanismo perfetto che: 1) dimostra che la squadra di Steve Kerr non è solo una formazione di run and gun; e 2) ha permesso il recupero da un -17 che sarebbe stato molto più pesante da recuperare psicologicamente che non sul campo. Se Draymond Green si è definito “il miglior difensore della pallacanestro recente” e guai a contraddirlo, il ruolo preponderante di questa squadra è stato assunto da Andre Iguodala, che in molti davano per finito dopo le stagioni di Philadelphia ma che, quando Durant non c’è, è il signore del parquet, così come era avvenuto nella prima vittoria contro LeBron. La sua stoppata con recupero su Lillard non è il solito “mancato fischio” contro i campioni in carica, ma l’ennesima dimostrazione di come Curry e compagni, quando conta, sappiano sempre reagire nel modo giusto. E la dimostrazione è che l’altro splash brother, Klay Thompson, in conferenza stampa risponda con la calma di Leonida alle Termopili, anche alle domande più scomode del “solito giornalista”.

C’erano tutti i mezzi per poter indirizzare la serie verso il Canada. Giannis non stava giocando bene, chiuso dalla difesa, Siakam stava mettendo dentro l’impossibile e Lowry non era la solita comparsa, anzi. Poi arriva il ragazzone che non ti aspetti, forse il più bistrattato dei giocatori di buon contratto dell’intera lega, che ti spara, senza paura triple da 10 metri, che tocca la palla come un invasato e la manda dentro, che ti ribalta una serie e ti dà quell’inerzia che porta alla mattanza anche della recentissima gara 2. Brook Lopez ha cambiato in maniera definitiva il gioco di Milwaukee, che con il ritrovamento di Antetokoumpo ai massimi livelli, con l’efficacia di Middleton e Brogdon in varie fasi della gara, ha portato ad un 2-0 che mette spalle al muro Toronto. Il rammarico di essere tornati a giocare in casa senza un acuto pesa e non poco per la squadra di Nick Nurse, forse anche di più della simile situazione vissuta da Portland, eppure questo non deve essere il punto di arrivo, ma la partenza per i Raptors, che non devono metterla sul corri e tira, ma devono cercare situazioni di gioco rotte e che prescindano dagli isolamenti di Kawhi, che il pubblico vuole spedire già ora, facendolo a gran voce, a Los Angeles. Tutto ciò, però, sempre che Milwaukee non trovi nuovi pezzi del suo supporting cast – occhio all’impatto di Pat Connaughton sul gioco dei biancoverdi – che sappiano sparigliare le carte.