Basket Sofa – TBT, sogno di un torneo di mezza estate…per Fredette

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Avete mai avuto un sogno, quello di giocare al campetto – o nel campionato Uisp o Csi che si voglia – e magari ritrovarvi di fronte uno che ha calcato i parquet importanti, ad alto livello, magari con qualche kilo in più? O magari uno che ha smesso per altri motivi ma ancora non sa dire di no alla pallacanestro? Magari capita che un Carlton Myers, un Mario Boni possiate anche incontrarli in queste leghe, ma sono comunque cose rare. Che dite se invece ad un nucleo di giocatori, più o meno di medio livello, venisse data la possibilità di giocarsi le proprie chances in un torneo fatto di win or go home matches in cui, indifferentemente, puoi trovarti di fronte un “Boogie” Cousins, ancorchè un Jimmer Fredette o ancora qualcuno di quelli che sono al vertice di Eurolega? Gli Usa rispondono a questa domanda con The Tournament, che ripercorre un po’ quei tornei estivi tipici ad esempio della Philadelphia di papà Bryant (Joe Jellybean) che mettono di fronte il sottobosco della palla a spicchi con alcune piccole e grandi stelle, in un miscuglio che significa emozione e un premio da 2 milioni di dollari, non certo bruscolini. Il vostro Basket Sofa,  in attesa che ricominci il basket giocato della SL di Las Vegas, si concentra su un qualcosa che magari non è semplice commento del o dal parquet, ma che rappresenta la passione per la palla a spicchi, proprio quello che ci fa dire I love this game

PRELUDIO…

Gli Stati Uniti vengono definiti, specie da parte di chi vi ci arriva per lavoro, il paese delle opportunità, del sogno – che non a caso diventa sogno americano – in cui a chiunque può essere data la possibilità di arrivare. Alle nostre latitudini forse si storce ancora il naso a pensare a borse di studio legate allo sport in senso tecnico, ad università che pur di accaparrarsi quella stella di uno sport, sborsano full scholarship per averne un ritorno esclusivamente di immagine e successo. Sometimes you win, sometimes you lose, but it’s not acceptable not trying… Non si parte mai battuti sul campo, eppure le storie dei tanti ragazzi che ci infervorano il cuore – con le loro partite anche alle volte di pura ignoranza – specie nella march madness, finiscono con milioni, NBA o professionismo. Talvolta sei solo uno studente che fa il 12esimo, 13esimo e 14esimo di una squadra, uno di quelli presi per caso, ma che sarà il primo a far sventolare asciugamani, creare coreografie stravaganti o portare il gatorade allo Zion di turno. Questi si faranno quattro anni di studi, usciranno con le loro lauree e faranno altro nella vita. Se però sei in rotazione stabile, se hai una dote per la pallacanestro ed un certo background, essere chiamati o meno al draft fa tutta la differenza del mondo. Qualcuno resta in zona a farsi le pulci in G-League, qualcuno un po’ sopra alla media strappa un contratto nelle prime 4 leghe europee, per gli altri le scelte si chiamano campionati di nicchia in cui sperare, metti che dal Lussemburgo si finisce alle Finals, come Alfonzo McKinnie insegna a buon nome.

THE TOURNAMENT…

Le squadre da battere sono 64, c’è chi si affida a una stessa estrazione universitaria, chi a un gruppo consolidato europeo (vedi i 5 del Maccabi di nuovo insieme), chi ha una squadra fondata su un giocatore di punta a cui si associa un gruppo più o meno semi-sconosciuto. Bisogna fare gruppo, alcune squadre hanno anche un coach a bordo campo, la costante è una sorta di Gm che supervisiona le operazioni, seleziona il roster e prova a fare il meglio con quello che trova. La storia degli Overseas Elite, pluricampioni da 4 anni di fila, è esemplare, se pensiamo alla loro squadra e a come sia nata la leggenda, quando Errick McCollum, quello dell’Unics per intenderci, stava al check-in di un aeroporto in attesa del suo volo verso le vacanze, quando gli era arrivata la proposta di The Tournament. Di qui a una slavina di chiamate a tappeto e in un amen ecco la squadra, in cui militano quella che era stata la star di Arizona dal carisma tagliente Kyle Fogg (Malaga e Cina nel suo passato recentissimo), quella montagna mobile di DJ Kennedy (passato dalla Reyer) – mvp uscente – ed il sempre ficcante Shane Lawal, protagonista dello scudetto sassarese. Insieme ad altri mestieranti che hanno  saputo integrarsi, ecco un team vincente, che ogni anno ci riprova. Chissà se alle latitudini statunitensi esiste un equivalente di “non c’è due senza tre” o nel caso di specie 4 senza 5. La formula è semplice, 64 squadre al via, 8 division con una testa di serie per sezione regionale, ossia le 8 squadre che hanno raggiunto la fase finale lo scorso anno. si gioca nel weekend, in tre giorni si passa dalla fase regionale alla scelta delle 8 che si giocheranno tutto, con Final Four dedicata. Non si può sbagliare.

J.FREDETTE: THE TOURNAMENT VAL BENE UNA MESSA

Stava giocando con la franchigia da Summer League di Golden State, mostrando il suo solito talento balistico, che farebbe comodo a chiunque se oltre quello non ci fosse altro sul campo insieme ad un animo fumantino ed ingestibile come pochi. Sarebbe bello se a questo torneo partecipasse anche Marshall Henderson – a parere di chi scrive – ma non si può avere tutto dalla vita. Fredette ha il suo team, fatto di amici ed ex compagni di college, si prende licenza di tiro mortifera e l’anno scorso mise una prestazione ben oltre i 60, perchè se in serata – e specie in una gara da senza domani in caso di sconfitta – può ancora vincere le partite da solo, e ha scelto di lasciare ancora una volta chiusa la carta di un contratto vero in NBA per partecipare a The Tournament. Gettata al vento anche quel poco fatto vedere nel finale di scorsa stagione quando aveva strappato un decadale che quantomeno gli aveva regalato l’esordio nella lega di Adam Silver. Il gioco vale la candela? Fredette rappresenta quelle star da college che però non hanno avuto la possibilità di sfondare – ancorchè di guadagnare davvero – con la pallacanestro, e per lui quel premio, anche in denaro, rappresenta non un qudi da raggiungere, quanto un premio a quello che sarebbe potuto essere, magari in un’altra vita o con altre sliding doors.

Tra formazioni sgangherate, le 8 teste di serie meritano attenzione. Detto dei campioni in carica degli Overseas Elite, di Team Fredette (regional di Salt Lake), ecco la testa di serie della regional di Lexington con la Loyalty is Love di DeMarcus Cousins, a cui si aggiungono tante conoscenze del nostro campionato, da Darius Johnson-Odom a Kiefer Sykes, passando per Pierre Jackson e Quincy Miller. Nella lega di Syracuse, spicca la Boheim’s Army che già dal nome fa capire la provenienza come alma mater, anche se l’infiltrato Jordan Crawford dà una mano non indifferente, mentre a Greensboro fari puntati su Team Hines, che oltre al buon Kyle e al fratellino Tyler, può contare su Mike James, Nick Calathes, Darun Hilliard e Aaron White, che se la vedrà con Team CP3. Occhio alla Carmen’s Crew, ossia alla truppa di ex alunni di Ohio State che si giocheranno nella propria palestra di Columbus un posto tra le 8, mentre le leghe di Wichita e Memphis appaiono quelle più combattute ma con un tasso tecnico leggermente più basso.  Non resta che dire… Si alzi la prima palla a due e in bocca al lupo a tutti, in un torneo che da un lato sembra quello del film Dodgeball, ma che, a conti i fatti, rappresenta il proseguimento o – perchè no – la realizzazione di un sogno – fosse anche per una singola partita che finisce con una sonora scoppola – per chiunque abbia mai amato questo sport. Non c’è una regola scritta, ma nessuno degli atleti a roster finisce la gara con un n.e. salvo infortuni, perchè il basket è amore e anche se un premio in denaro è tanta cosa, in tanti sono qui solo per la pallacanestro.