Belinelli da miglior acquisto agli insulti in pochi metri, ma perché?

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Marco Belinelli

Il tifo è il sale dello sport e lo stiamo vedendo in questo nefasto periodo dove le partite si giocano a porte chiuse in un clima da museo, dove il fluttuare dei match non porta nessuna esaltazione o scoramento e dove in Eurolega, ad esempio, il rapporto tra vittorie interne ed esterne è praticamente parificato. Lo dicono tutti che senza tifo lo sport è monco…però ogni tanto bisognerebbe anche gestirlo questo tifo, come nel caso della surreale situazione riguardante Marco Belinelli e il suo arrivo alla Virtus Bologna.

Quest’estate abbiamo avuto i nostri due giocatori più rappresentativi senza squadra. Uno (Gallinari) ha firmato un triennale da 60 milioni con gli Atlanta Hawks pur gestendo la propria comunicazione in modo dubbio, l’altro (Belinelli) alla fine è tornato a casa non trovando una situazione soddisfacente per lui in NBA. Ci sono molte differenze però tra le due situazioni. Se di Gallinari abbiamo già parlato, Marco Belinelli ha sempre detto di volersi giocare le sue ultime carte NBA prima di valutare altre strade. Evidentemente le situazioni che gli sono state proposte non lo appagavano e quindi ha deciso di tornare in Italia e prendere il miglior contratto possibile che gli garantisse anche di lottare per vincere qualcosa. Non ha mai detto “NBA o morte”, ha stilato le sue priorità e l’evidenza dei fatti lo ha portato a Bologna, situazione ottima, salario anche e stimoli per il finale della sua carriera. Chi lo taccia di essere “andato dove tira il vento” ne capisce davvero poco, perché Beli è stato uno dei pochissimi a lottare ogni giorno per il suo sogno NBA, giocandoci per 13 anni, vincendo un titolo e monetizzando correttamente le sue prestazioni. Personalmente non credevo sarebbe riuscito ad avere tale carriera con una così grande perseveranza, ma i risultati del suo lavoro sono totalmente meritati e ha fatto cambiare idea a tantissimi.

Il tifo

Nella conferenza stampa di ieri, oltre alle domande di rito, c’è stata per forza quella che riguarda la questione aperta con il tifo fortitudino che ha preso malissimo il suo arrivo in Virtus. Striscioni d’insulti, presunte morali sulla parola data, accuse di essere un piccolo uomo e nefandezze di questo tipo hanno tappezzato Bologna e i social durante questi ultimi giorni. Ma come può essere accettata la sequela d’insulti a un giocatore per delle dichiarazioni fatte 13 anni prima quando ne aveva solo 21? Come ci si può indignare per un giocatore che ha dimostrato tutto nella propria carriera e vuole chiuderla in quella che è stata la sua casa agli inizi della carriera? Perché sì, Belinelli ha iniziato alla Virtus per poi passare alla Fortitudo, ma al tempo erano i virtussini a tacciarlo da traditore, ora i ruoli si sono girati un’altra volta…siccome internet è impietoso girano ancora le rimostranze virtussine di quando era passato sull’altra sponda, mentre ora è tornato l’idolo di casa, colui che potrà portarli alla terra promessa.

Un uomo vale quanto la sua parola!

Pagliaccio, mercenario!

Questi sono solo due delle geniali esternazioni da parte del tifo organizzato che accusano un professionista di fare il suo lavoro. Che nel prossimo derby venga fischiato sonoramente (se ci sarà la possibilità) è sacrosanto, che venga visto come l’avversario principale dei nemici giurati anche, che sia base di sfottò in cui tifosi buttano via la sua maglia anche…fa tutto parte di un gioco e della comunicazione che fa benissimo al basket. Sarebbe bello però provare ad andare un po’ oltre e capire che per i giocatori questo è un lavoro, sono dei professionisti e come tali devono essere trattati.
Poi sul fatto che sia il miglior giocatore italiano di sempre o il miglior acquisto degli ultimi quarant’anni del basket italiano riguarda l’uso e consumo di giornali e discussioni su cui ha anche poco senso entrare, ma si spera che finito l’ottenebramento da tifo, si capisca che l’arrivo di Marco Belinelli nel nostro basket è solamente una fortuna. Sta alla Virtus, alla Lega e alla federazione non farlo restare un caso isolato ma un traino per riportare in auge il basket.