Bob Knight: tra controverso e compromesso dell’ex coach degli Hoosiers

Mike Krzyzewski, Steve Alford, Murry Bartow, Dan Dakich, Bob Donewald, Marty Simmons, Jim Crews e Chris Beard, rimanendo esclusivamente al College Basketball. Volendo allargarsi anche al mondo NBA, la lista comprende Randy Wittman, Mike Woodson, Keith Smart, Isiah Thomas e Lawrence Frank. Più del record di vittorie e sconfitte e più dei trofei alzati al cielo in carriera, la grandezza e l’impatto di Bob Knight sta qui, nell’influenza con cui ha condizionato la carriera da allenatore di giocatori, assistenti e membri delle dirigenze incrociati nella sua esperienza collegiale.

Bobby Knight è morto un giorno prima del giorno che la Chiesa cristiana ha eletto come memoria di tutti i Morti, come a voler ricordare fatalmente chi dovesse imporre la propria volontà rispetto alle convenzioni esterne. Il decesso dell’83enne membro della Hall Of Fame di Springfield, avvenuto dopo mesi di ricovero ospedaliero, non deve cancellare o ammantare di insulsa piaggeria i comportamenti e le maniere del nativo di Orrville, Ohio. Se persino l’istituzione che a The General deve buona parte della grandezza e dello status privilegiato in Big 10 e in generale nella Division I di NCAA è arrivata a prevedere una zero-tolerance policy in seguito ad alcune sue esternazioni con gli studenti dell’ateneo, il concetto di “duro” e di “sergente di ferro” rischia di essere sin troppo eufemistico.

Non è opportuno discutere il valore della persona di Bob Knight, ma i riconoscimenti ottenuti durante la quasi trentennale esperienza sulla panchina degli Indiana Hoosiers e la medaglia d’oro alla guida di Team USA nelle Olimpiadi di Los Angeles 1984 qualcosa dovranno pur significare.

Non è un caso che la lista di allenatori di college basketball e NBA citata in apertura contenga allenatori non solo vincenti e non per forza innovatori della pallacanestro, ma figure carismatiche capaci di condurre progetti tecnici nel lungo periodo. Una dote che, nel tritacarne mediatico odierno, è sempre più ricercata e allo stesso tempo sottovalutata. Con Bob Knight l’asticella del concetto di legacy è stata innalzata come non mai: al momento del suo ritiro dal basket collegiale, dopo un settennato a Texas Tech nel quale ha riportato i Raiders a giocare un NCAA Tournament a 11 anni dall’ultima volta, al suo posto è stato eletto il figlio Pat, head coach de facto da ormai un triennio ma che ha concesso al padre di allenare sino a quando non si sarebbe sentito esausto.

Bob Knight è stato un coach che alla pallacanestro ha dato tutto sé stesso, anche di più e anche più del necessario. Ma se un’annata vincente del basket collegiale ha attirato a tal punto l’attenzione di un columnist così legato all’alma mater Duke di scrivere un libro da dedicare a Indiana (A Season on the Brink, John Feinstein, 1986), significa che ha incarnato un qualcosa di inspiegabilmente affascinante, al di là delle controverse apparenze. Augurarsi che ci sia un altro Bob Knight forse non è l’auspicio migliore per la pallacanestro, date anche le nuove dinamiche relazionali degli adolescenti del Nuovo Millennio e una fragilità sociale ben più radicata rispetto a mezzo secolo fa, ma forse augurarsi che non ce ne possa essere un altro è segno altrettanto positivo di ciò che Bob Knight ha rappresentato. Comunque grazie, allora, “Maestro delle parolacce a 4 lettere“.

Massimiliano Bogni
Massimiliano Bogni
Hoosier. Bergamasco. Atalantino. Iscritto a Lettere Moderne in UniMi. A seconda del contesto, non necessariamente in quest'ordine. Sempre in attesa di recuperare da terra ogni briciolo di sport.