Sergio Rodríguez: storia di una carriera inimitabile

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Chacho Rodríguez
Flickr Olimpia Milano

Chacho Rodríguez sta facendo vivere a tutti un momento che non eravamo pronti a sopportare. Ce lo eravamo immaginati, noi e lui. Sapevamo che sarebbe arrivato, prima o poi, noi e soprattutto lui. Ma leggere il comunicato con cui Sergio Rodríguez ha ufficializzato il ritiro dalla pallacanestro giocata è come se avesse colto di sorpresa.

Uno spavento, un timore per lo sconosciuto e per l’ignoto. Perché delle visioni e delle emozioni del talento di San Cristóbal de La Laguna sembra che non possano essere esistiti periodi privi di esse. Perché sembra appartenere da sempre alla pallacanestro, e per sempre apparterrà.

Espressione di un Gioco non ancorato a una precisa epoca storica, a una specifica struttura di squadra, ai singoli compagni sul parquet. Capace di impattare sia da playmaker titolare che da ultimo di rotazione, da direttore d’orchestra o da strumento di sostegno a solisti con più fiato ed energia in corpo.

Dalle giovanili dell’Estudiantes alla prima squadra della seconda formazione di Madrid; dalle annate come backup di Jarrett Jack a Portland alle toccata-e-fuga di Sacramento e New York; dal ritorno in Europa al Real Madrid, casa che ha goduto del suo basket per più tempo in carriera, e il secondo tentativo statunitense, concluso amaramente con la promozione a play titolare di TJ McConnell ai 76ers; soprattutto, dai primi trofei conquistati al di fuori della Spagna col CSKA Mosca e il ricongiungimento con coach Ettore Messina all’Olimpia Milano. Come se i 7 podi con la Spagna nei vari tornei, oro ai Mondiali giapponesi 2006 e a EuroBasket 2015 compresi, fossero quasi dovuti, tanta l’aderenza a una delle migliori generazioni del basket per nazionali che l’Europa abbia mai conosciuto.