Danilo Gallinari: “Finire la carriera a Milano sarebbe la ciliegina sulla torta”

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Danilo Gallinari, sempre molto attivo sul fronte media in questi gironi, ha rilasciato delle dichiarazioni abbastanza interessanti sui canali social di Superbasket. In compagnia, del fratello Federico, impegnato nell’esperienza collegiale in quel di Denver, ha spaziato su molti temi che lo riguardano, in ottica presente, ma, soprattutto futura.

La parte, più breve, e allo stesso tempo intensa, della diretta, è rappresentata dal corto pensiero su un possibile fine carriera milanese del Gallo, sul quale si è molto discusso in questi giorni. Queste parole, si sommano ad altre dichiarazioni recenti, in cui il figlio di vittorio esprimeva il proprio gradimento, verso una potenziale addio al basket con la maglia della sua Olimpia. L’intenzione sembra chiara, tuttavia sulle tempistiche si mantiene sempre sul vago.

Sarebbe sicuramente la ciliegina sulla torta. Però è una cosa che appartiene a un futuro molto prossimo, un po’ lontano: vedremo.

Ancora legandosi a Milano e, in particolare, alla sua ultima stagione meneghina, ha ricordato con nostalgia quando durante quell’annata si iscrisse all’Università di Cattolica, che fu costretto a lasciare in seguito all’approdo negli States. Accodandosi, in un certo senso, alle varie campagne legate al rapporto tra sport e studio che si stanno portando avanti di recente, ad esempio quella di A Better Basketball.

Ai miei tempi non era così comune fare l’esperienza in America. Io ho avuto la possibilità di giocare da professionista da subito, quindi l’idea del college sinceramente non l’avevo mai valutata. Però ho provato anche io a fare la vita da studente atleta (sorride, ndr). Durante l’ultima stagione a Milano mi ero iscritto in Cattolica a scienze umane e filosofiche: siccome non avevo ancora dato un esame e mi sentivo uno stupido, gli ultimi due mesi avevo studiato per dare l’esame di filosofia antica. Poi ho provato a farla da New York ma non era facile, nonostante il tempo libero che avevo durante la stagione per studiare: l’idea di dover tornare in Italia d’estate e non potermela godere per dare gli esami non mi piaceva molto.

Anche per quello che riguarda la ripresa e tutto ciò che ne consegue, Gallinari ha dato la sua visione non troppo ottimistica della questione. Prima sugli allenamenti…

La palestra avrebbe dovuto riaprire l’8 maggio, poi hanno spostato la data all’11. Chiaramente ci saranno regole ferree: solo allenamenti individuali, due giocatori alla volta sul campo, quattro giocatori massimo in palestra, orari scaglionati con 2 ore e mezza a testa a disposizione. Poi ci proveranno la febbre prima di entrare nel palazzo. Penso che la rottura di scatole sia per tutte le persone che lavorano in palestra, le quali dovranno tenere tutto pulito e super disinfettato. Almeno avremo la possibilità di tornare a fare due tiri: non tocco palla dall’11 marzo.

E dopo su una potenziale ripartenza della NBA

Le due cose fondamentali per riprendere questa stagione sono creare una sorta di bolla in cui far spostare il mondo NBA e giocare senza tifosi. Sinceramente, come giocatore, non mi sentirei particolarmente sicuro nell’affrontare una situazione del genere: ci sono un sacco di cose che si devono incastrare per creare questa bolla. Non si tratta solo di prendere le squadre, portarle in una città e farle giocare. Ci sono i viaggi, i contatti, i test, i nuovi test… insomma, tanti punti di domanda che al momento non hanno risposte. Anche nel piccolo mondo che può essere la palestra di Oklahoma ci possono essere delle difficoltà. L’11 maggio riprendono gli allenamenti individuali: ok noi riapriamo e la società è sicura di garantire la sicurezza dei giocatori nella palestra, ma il problema è fuori dalla palestra. Se un giocatore, durante la giornata, non rispetta le classiche regole anti contagio, poi entra in palestra e magari rischia di far ripartire tutto da capo… nonostante tutto quello che la società sta facendo. Dunque non è solo il momento della palestra: c’è anche un discorso sulla gestione dei contatti che si hanno fuori dalla palestra. E io ti ho fatto un esempio su Oklahoma, dove ci sono 5-6 giocatori perché gli altri sono tornati a casa. Immagina in un’unica città con tutto il mondo NBA.

A ciò, ha aggiunto il suo parere su quello che comporterà il lungo stop sui giocatori, in termini di condizione fisica e conseguenze sulla free agency. Per Danilo, tra l’altro, il tema infortuni e il tema mercato sono piuttosto delicati, dunque ha affrontato questo topic caldissimo con ulteriore interesse.

Fisicamente aiuterà: se non giocheremo, non arriverò distrutto fisicamente come al termine di una stagione normale. A livello di mercato, però, non gioverà. Non giocando questa stagione, probabilmente gli atleti non verranno pagati per le partite non disputate. Dunque ci sarà un taglio negli stipendi. In più, il salary cap dell’anno prossimo si abbasserà e per i free-agent ci saranno meno soldi. È chiaro che, nella mia situazione, è più importante scegliere una squadra che vuole fare qualcosa di importante e che ha un progetto importante.

Infine, ha pure lasciato la sua opinione sulla enigmatica situazione che spinge i migliori prospetti d’America a preferire la G-League all’NCAA, giusto per non farsi mancare nulla.

Questo è uno dei topic quando si parla di business legato al college. I college sono una macchina da soldi ma i giocatori non vengono pagati. Quindi questo è un modo per dare la possibilità ad alcuni giocatori selezionati, anche se molto giovani, di essere pagati. Perché il college deve fare così tanti utili quando i giocatori giocano gratis? Qua in America se ne parla tutte le estati. Dunque questo passaggio con la G-League potrebbe cambiare le carte in tavola nel college basketball.

 

Giovane penna nata in quel di Reggio Calabria, che vive in provincia di Catania. Iperattivo per natura, nel tempo libero mi diletto ad ammaccare i ferri dei palazzetti, ma anche a scrivere per Backdoor Podcast.

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