Diffondiamo il basket, ma qui nessuno parla mai

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Prendo in prestito una frase che Marco De Benedetto mi ha detto nell’intervista recente fatta su “one to one”.

Mi piacerebbe parlare di più di pallacanestro e sebbene la sensibilità delle richieste dei media sia più alta di quella della società, se un momento non è buono per l’intervista, è troppo comodo dire: “no non abbiamo tempo” ma dovremmo essere anche noi a riproporre un momento buono per recuperare.

Si sente periodicamente, come una tiritera di disco rotto, che il basket deve essere maggiormente messo in vetrina, che se ne parli poco, che gli investitori dovrebbero essere di più e che uno spettacolo come quello che offre il basket italiano e l’Eurolega meriterebbe diffusione e considerazione maggiore. Qual è il modo migliore per diffondere il verbo del basket? Parlarne, parlarne, parlarne. Raccontare storie, far esprimere i campioni e i giocatori trascinanti, le loro storie particolari che caratterizzano questo sport. E invece si predica bene e razzola male.

Come sito abbiamo sempre cercato di dare parola ai protagonisti, cercare d’intervistarli, farli aprire provando ad andare oltre le classiche domande “hai giocato bene o male”. Il format di Backdoor Podcast, ancora ai tempi di quando era una costola di Basketissimo, era quello: parlare e condividere con i protagonisti le loro storie, le loro idee e posizioni. Da due anni cerchiamo di riportare in vita questo format, da settembre con il ritorno delle “One to One”, ma già da diverso tempo con interviste brevi ai giocatori per corrispondenza, quindi scritte e senza impegno.
La risposta generale è pressoché nulla… e non è detto che arrivi.

In Eurolega ho proposto a tutte le squadre passate per Milano di fare una o due interviste ai giocatori, presentandomi nell’albergo dove alloggiano a orario stabilito da loro e comodo per la squadra rubando dieci minuti di numero ai giocatori per parlare. Il risultato: sono passate 7 squadre per Milano e una sola ha acconsentito alla cosa: l’Alba Berlino.
Le scuse sono state le più disparate: da non concediamo interviste il giorno prima della partita a non abbiamo tempo (“tight schedule”) quando siamo in trasferta… E non è nemmeno detto che le motivazioni vengano fornite! A volte è arrivato un “no” senza spiegazioni, a volte quando chiedi per tempo è troppo presto e quando solleciti è troppo tardi. Allora proviamo a farla in video podcast quando è comodo per voi: “No, non c’è modo ora”. Solo che questo “ora” diventa sempre. E solo una squadra ha avuto la sensibilità di chiamarmi, motivare la scelta e provare a mettersi a disposizione per il futuro. Sebbene non sia ancora riuscito a trovare un momento in quattro mesi, però, ho apprezzato che una powerhouse abbia speso un minuto per chiamarmi e spiegare. Ma è un ago nel proverbiale pagliaio. E i contenuti esclusivi mancano.

Intervista live in momento specifico? Difficile, direte voi…
Al netto del non essere poi così d’accordo, veniamo alle interviste testuali. Proviamo a mettere 3-4 domande ogni settimana con un protagonista delle squadre di Legabasket in versione scritta per poter dare parola a chi gioca. Un’intervista che più flessibile non si può: scrivi all’addetto stampa, se acconsente si manda il Whatsapp con le domande, lui le gira o sottopone al giocatore che risponde col metodo che più lo aggrada (audio o testo) e poi tornano indietro per essere editate e pronte per l’uscita. Ma anche qui sembra tutto impossibile. Qualcuno risponde motivando e noi quando sentiamo questo accettiamo sempre di buon grado, posto che il motivo sia del momento/periodo e non di tutto l’anno. Diventa difficile accettare quando, a ripetuti solleciti, gli uffici comunicazione non rispondono o ignorano i messaggi, quando passano settimane per ricevere due risposte via Whatsapp o quando ancora di più si leggono richieste in cui è meglio chiedere interviste dopo una vittoria perché dopo una sconfitta è meglio di no. Il risultato qual è? Che intervisto solo persone con cui ho rapporto diretto.

Non mi arrogo il diritto di definirmi “amico” di giocatori o dirigenti, ma la tendenza è che quando chiedo a persone che conosco, combinare anche mezz’ora o un’ora d’intervista non è mai un problema, anzi, mi viene detto spesso:

“Quando vuoi sono qui per una chiacchierata di basket”.

I rapporti e la fiducia contano, è giusto cosi. Conta il bacino d’utenza che muovi e le persone che puoi raggiungere con i tuoi contenuti in questo mondo schiavo dei numeri. Lo si deve accettare. Però se parliamo di numeri, più si parla di basket, più protagonisti dicono la loro, più gente incontra le loro storie, più si crea una narrativa positiva e più il seguito arriva, ma finchè siamo ancorati al concetto che i media sono ancora solo la stampa cartacea, che gli inviti a determinati eventi siano riservati solo ai giornali che escano in edicola, non si andrà mai avanti a far conoscere questo prodotto che, riprendendo ancora De Benedetto, “è un prodotto molto figo”, ma che non sappiamo, e a questo punto vogliamo, valorizzare a dovere.

 

Le alternative quali possono essere? Nel mondo utopico forse imporre a livello di LBA l’obbligo da parte dei giocatori di fermarsi in zona mista post partita? Oppure anche semplicemente fare dei Media Day una volta al mese per la stampa, dove perlomeno quella locale o di zona possa presentarsi, avere a disposizione i giocatori per dieci minuti esclusivi (cosa fondamentale) e fare il contenuto. Se c’è un tempo definito, scelto dalla società in base agli impegni e regolamentato, si prendono le “prenotazioni” del giocatore per 10-15 minuti, si segue un ordine deciso arbitrariamente e il media si mette in un angolo con una camera e un microfono per produrre contenuti.
Pensiamo a uno di questi Media Day al mese a data variabile. La società smarca il 90% delle richieste d’intervista in quel lasso di tempo, riduce le richieste al di fuori di quel periodo al minimo indispensabile o le riserva ai “media lontani” e ha il bicchiere mezzo pieno con la moglie ubriaca. Così almeno una decina di media parleranno di loro nel mese successivo, chi su attualità, chi su argomenti freddi, ecc. Una volta che la società mette a disposizione costantemente questi spazi ha il diritto anche di chiedere alle testate di accordarsi per “diluire” la copertura. Chi fa argomenti freddi esce dopo qualche giorno, chi parla di attualità esce subito e così via. Pochissimo tempo impiegato per la società e tantissima copertura mediatica per un tempo medio-lungo.

Nella mia letterina a Babbo Natale per il basket metto questo, sperando che la possa leggere e magari esaudire qualcuno dei miei desideri.