Eurolega: zbogom ucitelj, il ricordo di Dusan Ivkovic

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La definizione italiana del concetto di legacy è difficilmente traducibile. La nostra lingua mal si addice a rendere con un unico termine la stessa idea espressa in UN e USA. Sì va oltre al semplice termine “eredità”. Qui si comprende anche l’intera aura di rispetto, riverenza, anche timore, suscitati dalla portata delle azioni e delle imprese compiute nel corso degli anni. Legacy significa toccare con mano e osservare direttamente con i nostri occhi la presenza tangibile di qualcosa o qualcuno che fisicamente manca, ma la cui presenza è più viva che mai. Il 16 settembre ci ha lasciati a causa di un edema polmonare e di un herpes un personaggio al quale l’Eurolega, la pallacanestro europea e mondiale saranno eterne debitrici. Al suo funerale, il roster incaricato di trasportare il feretro è di primissimo livello. Divac. Spanoulis. Itoudis. Obradovic. Kikanovic. Dino Radja. Danilovic. Giocatori e allenatori di epoche e contesti completamente diversi. Uniti dalla riconoscenza e l’affetto per uno dei più grandi di sempre. Dusan Ivkovic.

MANUALE DELL’ESSERE VINCENTI

Nel 2008, nel momento in cui si allontana temporaneamente dalle panchine di Eurolega per ritornare su quella della Nazionale serba, viene riconosciuto dalla FIBA come uno dei 50 maggiori contributori al gioco in Europa. Nel 2017, appena la lavagnetta al chiodo dopo l’ultima cavalcata con l’Efes, viene introdotto nella FIBA Hall of Fame e nominato Euroleague Basketball Legend. Basterebbero questi riconoscimenti “posteri” per inquadrare la grandezza del compianto Dusan. Ma, per fortuna, il coach di Belgrado ha fatto parlare molto di più il parquet. Playmaker diligente e ordinato, nei 10 anni di carriera al Radnicki non ottiene rilevanti allori di squadra o individuali. Sin da subito intuisce che la palla a spicchi potrebbe regalargli più soddisfazioni se giostrata e diretta dalla panchina piuttosto che governata dalle proprie mani. Come se 10 polpastrelli fossero troppo pochi: meglio affidarsi ai cervelli e ai cuori di 12 uomini, tutti sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, disposti a lottare e sacrificarsi l’uno per l’altro. La dirigenza del club della capitale gli offre la possibilità di guidare la squadra giovanile. Dusan non può rifiutare.

Dopo un decennio sul parquet, Ivkovic dirigerà i giovani capitolini per un’altra decade fino a quando, nel 1977, Ranko Zeravica gli propone di entrare a far parte del proprio staff alla guida del Partizan. Il ruolo di assistente, è evidente sin da subito, è troppo stretto. Tempo un anno e, nel 1978, Ivkovic intraprende un percorso da capo allenatore che lo porterà sino all’ultima esperienza in terra turca. In 38 anni di rinomata carriera, la bacheca dei trofei agguantati con club e Jugoslavia dovrebbe occupare un intero campo da basket. In lunghezza, ovviamente. Per citarne solo alcune: 2 Eurolega (Olympiacos 1997 e 2012), 3 campionati greci e 3 russi in fila. Un alloro a testa tra Korac, Saporta e Uleb, competizioni europee ormai defunte, non può ovviamente mancare. Con la Jugo, il punto più alto viene toccato tra il 1988 e il 1991, quadriennio nel quale Ivkovic guida una delle selezioni più talentuose della storia del basket mondiale alla conquista di due Europei, un trionfo mondiale a Baires 1989 e l’argento olimpico in quel di Seul. Potremmo andare avanti ancora per molto. Ma le emozioni e la riconoscenza tracimerebbero.

Un addio decente. Con il viso profondamente segnato dallo sconforto, è con queste parole che Zeljko Obradovic si auspica che il Partizan Belgrado e la pallacanestro europea intera possano rendere omaggio a una figura angolare per lo sviluppo di una certa mentalità. Spesso si abusa di termini come santone e guru. Saggio è un aggettivo spesso utilizzato a sproposito. Ma con Duda ci troviamo davanti a un allenatore basilare per la concezione del Gioco per il microcosmo balcanico probabilmente senza eguali nella storia. Ispirazione e modello per generazioni di aspiranti allenatori. Apprezzato dai colleghi e dai giocatori per il rispetto che Dusan nutriva nei confronti di chi fosse in grado di nobilitare la pallacanestro, sul campo o dalla panchina. Maniacalmente ossessionato dalla cura per il dettaglio, Ivkovic ha sempre camminato sul sottilissimo filo che separa l’intransigenza nel soffocare gli istinti più irrazionali delle teste calde da mandare in campo e il concedere al talento genuino la sua massima espressione. Non era raro che le telecamere indugiassero sul volto paonazzo durante qualche time out. E che ovviamente i microfoni dovessero casualmente porsi in direzione opposta alle sue parole, per consentire le trasmissioni anche in fascia protetta. Ma nessuno ha mai corso il rischio di giudicarlo come un allenatore impulsivo, eccessivo nelle proprie reazioni.

I FEEL DEVOTION

La sua grandezza, come per il suo delfino più famoso Obradovic, risiede in questo. L’abnegazione e la disponibilità al sacrificio instillata in ognuno dei propri giocatori permetteva a Duda di trattarli anche con toni difficilmente replicabili e accettabili. Ma concessi, eccome se concessi, se a farteli è una persona della sua statura professionale e umana, che ha conosciuto anni durissimi in seguito ai successi più fulgidi. Si sa che Duda non spreca paroloni. Questo il commento di colleghi e giocatori passati accanto a lui nel corso degli anni. Con lo sguardo perennemente accigliato, raramente rilasciava interviste. Ma, nelle poche concessioni che elargiva, la sua profondità d’animo non poteva che emergere in maniera prepotente.

Serbia. Grecia. Russia. Turchia. In ogni nazione nella quale ha allenato, Ivkovic ha saputo piantare un seme dal prospetto rigoglioso e floridissimo. In ogni club che ha beneficiato dei suoi insegnamenti, i successori hanno dovuto subire lo scontato confronto con la sua ombra e la sua aura, opprimente per i più. Pur essendo un allenatore della, se così possiamo definirla, “vecchia generazione”, la grandezza di Dusan Ivkovic non è passata inosservata neanche ai più giovani. Come? Molto semplice: se dovessimo creare un sondaggio su quale sia la partita più memorabile dell’ultimo decennio di Eurolega, una maggioranza bulgara risponderebbe citando un match discretamente importante, nel quale lo scarto tra le due compagini sul parquet, a un giro di lancette dalla fine del terzo quarto, consiste di diciannove lunghezze. Sì. Proprio lei. Istanbul, 13 maggio 2012. Sinan Erdem Dome. CSKA Mosca – Olympiacos. Finale? Speriamo capiate il perché non sia necessario ricordarlo. Allenatore dei vincitori? Neanche da chiedere. Duda.

Olga Mandic e Nikola Tesla erano cugini di primo grado. Ergo? Il primo nome potrà non suggerire nulla. Il secondo, invece, è proprio quel Tesla. Olga, invece, trova comunque il modo di passare, seppur indirettamente alla storia. Non grazie a lei, né ai figli, né ai nipoti. Grazie ai pronipoti. A uno in particolare, che ci ha lasciati il 16 settembre, a sei settimane dal settantottesimo compleanno. Tesla e Ivkovic. Un inventore e un innovatore. Un genio che spalancò le porte degli studi e applicazioni dell’elettricità e un uomo talmente innamorato dello sport più bello del mondo da dedicare l’intera vita per far sì che tutti potessero goderne al massimo livello. Non sappiamo se i due si sono da poco ritrovati da qualche parte. Di una cosa, però, siamo certi. La luce che Nikola ha saputo accendere sulla Terra ha trovato in Dusan uno tra gli alimentatori più potenti e inesauribili. Requiescat in pace, Dusan “Dynamo” Ivkovic.