Euroleague: Alpha Diallo, il ranocchio diventato Principe

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Esistono i predestinati. I Chosen Ones. Talenti cristallini benedetti dalle divinità cestistiche, il cui talento è visibile sin dai video delle partite dominate dai liceali. Esistono fuoriclasse, sul cui destino si concentrano attenzioni e aspettative di addetti ai lavori e appassionati. Esistono atleti e giovani dalle qualità generazionali, incapaci di mantenere le promesse e i lampi mostrati a sprazzi, perdendosi nei meandri della pressione psicologica e del peso delle malelingue. Però esistono, anche e per fortuna, gli Alpha Diallo.

Scorrendo i nomi a roster del Monaco, l’impressione è che davvero manchi solo un centesimo per fare l’Euro(league). Manca quello che è stato Dwayne Bacon l’anno scorso, uno scorer capace di creare per sé che sa anche attendere il proprio turno e adeguarsi alle scelte dei creatori primari. A maggior ragione, date le ambizioni monegasche, in una serie playoff questo skillset è manna dal cielo per qualsiasi squadra, anche la più completa e profonda. A giudicare dall’inizio di stagione regolare, la squadra di Obradovic potrebbe aver sopperito alla mancanza dell’ex Orlando Magic, ammesso che il taglio dei Los Angeles Lakers non possa riservare scenari al momento impronosticabili.

Non è stato Jordan Loyd a prendersi il proscenio. Nemmeno Elie Okobo, che aveva incantato palla in mano nella prima parte della passata stagione in maglia Asvel. Non erano deputati a farlo Jaron Blossomgame e Moerman, specialisti dai compiti meno appariscenti ma ugualmente fondamentali per sostenere la trama degli attori protagonisti. La nuova linfa realizzativa, che riesce a strappare un ghigno che sa di soddisfazioni future anche a un freddo come Jannik Sinner, viene da un elemento già presente nella rosa del 2021/2022. Uno che non diresti mai, che non avresti mai detto. Abituato a ritagliarsi il proprio ruolo dalla porta di servizio, in punta di piedi, estremamente consapevole del percorso necessario per arrivare sul palco. Alpha Diallo.

Riconoscere che ciò che stai guadagnando dalla produzione del tuo massimo, in quel momento ti porta a migliorare anche se non è tutto quello che ti aspettavi. Mi perdoneranno gli allergici al rotolante pallone di cuoio se prendo in prestito una definizione di Davide Nicola, uomo, prima ancora che uomo di calcio, che merita rispetto a prescindere. Parole che potrebbero essere state pronunciate, sillaba per sillaba, da Alpha Diallo. Il venticinquenne di New York, nella pur breve carriera, ha già attraversato una miriade di inciampi, seguiti pedissequamente da evoluzioni e gradini scalati. Dalle partite nei playground di Harlem al freddo Colorado al seguito della madre, dalla Brewster Academy del New Hampshire alla chiamata dei Friars di Providence. Un passo per volta, mai eccessivamente celebrato, chiamato a guadagnarsi ogni singolo secondo sul parquet.

Tre anni di college non bastano. Nessuno lo sceglie al Draft. Ritorno a Providence, dove da senior colleziona cifre addirittura più esigue. Ovviamente, nessuno lo sceglie al Draft, neanche nel 2020. Alpha Diallo prepara le valigie, direzione Attica. Il primo contratto da professionista lo firma col Lavrio, senza che nessun altro GM europeo si stracci le vesti per l’occasione sfumata. Contro tutto e tutti, il Lavrio raggiunge la prima finale della propria storia, persa col gigante Panathinaikos. Proprio i Greens ateniesi, esaltati dall’avversario appena sconfitto, decidono di firmarlo con un biennale. La possibile reunion con l’ex Friar Ben Bentil, anch’egli però firmato a luglio dal Bahcesehir prima di transitare all’Olimpia Milano. Ancora una volta, però, la strada di Alpha verso la vetta prende una curva imprevista. Il cammino si allunga, è tortuoso, ma si arricchisce di motivazioni e adattamenti altrimenti sconosciuti.

Un anno in prestito. Come se dovesse maturare la necessaria esperienza a un livello inferiore, come se non fosse in grado di reggere l’urto delle serate di Euroleague a OAKA. Meglio farlo acclimatare in un ambiente con meno pressioni e ansie. In una squadra, nella mente dei dirigenti greci, più scarsa. Tempo un mese dalla firma col Pana e Alpha Diallo trasloca nel Principato di Monaco. Squadra dipendente dalle lune di Mike James, capitato a Montecarlo più per ripicca nei confronti di Vatutin e Itoudis che per la bontà del progetto di Sergey Dyadechko. L’inizio di EL è complicato, e Diallo non fa eccezioni. Poi arriva Obradovic, e tutti sappiamo come il capitolo scritto dalla Roca Team porti in calce la firma di Diallo.

Leggi Alpha Diallo e pensi al classico panda, elemento della nazione di appartenenza della squadra EL firmato solo per rispettare i regolamenti del campionato nazionale. Le origini guineane traggono in inganno. Anzi: Alpha ha rappresentato Team USA ai Giochi Panamericani 2019, cogliendo un deludente bronzo. Diallo occupa uno slot di straniero, e i progressi mostrati l’anno scorso lo valgono eccome. L’evoluzione del suo gioco palla in mano lo ha reso a tutti gli effetti il direttore della second unit di Obradovic. Chi lo avrebbe detto, solo 12 mesi fa?

La firma di un triennale coi biancorossi del principato, con clausola NBA escape presente sin dall’estate prossima, sono il giusto premio per i progressi di Alpha Diallo. Scommettere sul senso di appagamento, intascato il ricco assegno, è quanto di più sbagliato si possa fare quando ci si rapporta con Alpha Diallo. Uno che, al pari dell’attuale compagno di squadra John Brown III, gode nello smentire chi ritiene che la crescita e la scalata di chi parte dal basso, dalle retrovie, giunga finalmente al massimo, a un punto d’arresto. The sky’s the limit, amano ripetere nella Big Apple. Forse, della terra natia, Alpha ha preso però come riferimento un altro motto. Started from the bottom, fino alla prestazione con l’Efes. Punti, rimbalzi, assist, rubate. Il bacio di Obradovic ci ha restituito un principe biancorosso: Alpha Diallo.