Eurolega: Alexey Shved, è libero chi comprende di essere vivo

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Foto di Alessia Doniselli

La prima volta che vi sarà capitato di guardarlo ciondolare su un campo da basket, molto probabilmente vi sarà venuta l’orticaria. La faccia non tradisce in alcun modo l’indolenza nel tornare nella propria metà campo dopo una tripla insensata che tocca a malapena il ferro. Succede spesso che l’allenatore di turno si sgoli per indicare lo schema da seguire e lui, fregandosene completamente, lo ignori e cerchi una soluzione personale isolandosi da compagni, panchina, palazzetto e mondo intero. Il suo è un manifesto: ragiono con la mia testa, e guai a scendere a compromessi. Prendere o lasciare. Lui è così, senza mezzi termini. Ora, scollinate le trentadue primavere, qualcosa sarà cambiato, penserete. La recente paternità avrà smussato le spigolature e gli angoli acutissimi del suo carattere. Non avete capito con chi avete a che fare. Destino vuole che, però, anche il più purista e rigoroso della ragione soverchiante l’emozione e l’istinto sia inevitabilmente attratto da ciò che ripudia maggiormente.
Come un guilty pleasure, lo si custodisce segretamente e gelosamente, per la paura e la vergogna di mostrarlo pubblicamente. La macchia sulla camicia bianca rovinerebbe l’aura di perfezione che qualcuno ha voluto erigere attorno a sé, per proteggersi dallo scandalo che provocherebbe la rivelazione di un amore irrazionale, inspiegabile, ferale. Perciò ancora più genuino. Vero. Lui questi sentimenti li provoca: ti sconquassa, ti fa accapponare la pelle, ti regala emozioni alle polarità opposte della stessa scala. Con Alexey Shved tocchi con mano il rischio più puro. Fidatevi: che vale aver rischiato la vita, quando ancora della vita non conosci il sapore?