Eurolega: Olimpia Milano, un finale agrodolce

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Olimpia Milano

Per quanto i due abbiano condiviso lo spogliatoio gialloviola dei Lakers per un anno, immaginarsi Ettore Messina nelle vesti del compianto Kobe Bryant è ai limiti del paradossale. Nella scorsa settimana, tuttavia, le dichiarazioni del President of Basketball Operations dell’Armani Exchange hanno ricordato una delle citazioni più celebri del Black Mamba. Nella sala stampa della Sinan Erdem Arena, il “Ci riproveremo l’anno prossimo” ha riportato nella mente dei tifosi dell’Olimpia Milano la voce profonda e stentorea del #24 in maglia Los Angeles. Perché dopo due anni di brucianti uscite sugli ultimi tornanti della montagna Eurolega non era scontato osservare quanto fuoco arda nell’animo del più vincente coach italiano della storia della pallacanestro. Job’s not finished.

L’INUTILE RICERCA DEL COLPEVOLE

Quella contro l’Efes rischia di essere una serie che, se nel breve verrà ricordata con rimpianti e rammarico, potrà essere rivalutata nelle prossime annate come il turning point decisivo per i futuri allori biancorossi. La narrativa, ovviamente, porta il suo contributo. I due focolai Covid che hanno decimato la squadra in momenti diversi del 2022; i controversi casi di Moraschini e Mitoglou; l’infortunio di Gigione Datome, stoicamente recuperato per la trasferta turca, tornato mesto e zoppicante sull’aereo di ritorno per Milano dopo una gara 4 che ha mostrato il campione che è; gli infortuni durante la serie di Melli, Rodriguez e Delaney. Gli ingredienti per una rullata storica per mano di Micic, Larkin e soci erano tutti disposti sul tagliere di Ergin Ataman. Eppure, Milano ha tirato fuori qualcosa che non si era mai mostrato con così grande evidenza nel corso del triennio messiniano. Il cuore.

A posteriori, ogni discorso su quale delle ultime due edizioni dell’Olimpia fosse più forte, a ranghi completi, lascia il tempo che trova. Quella di Punter, Leday e Micov? Oppure quella di Melli, Hall e Bentil? Quella eliminata a Colonia da Higgins, capace di piegare la resistenza del Bayern di Trinchieri in cinque sudatissime gare? Oppure quella fermatasi prima dell’approdo alle Final 4 di Belgrado a causa di due bocche da fuoco come le guardie dell’Efes e da un paio di exploit di Tibor Pleiss? Per quanto ci siano indubbi elementi di continuità a livello di roster e gioco, le pere e le mele sono due frutti imparagonabili. Tentare di ergere Shields a “nuovo Kevin Punter” non rende giustizia al danese, impegnato in un estenuante lavoro difensivo sul miglior attaccante avversario che all’attuale stella del Partizan non era richiesto. Rivedere in Devon Hall la copia sputata di ciò che era Shavon nel 2020/2021 sarebbe riduttivo: stanti alcune lacune nel roster, l’ex Bamberg è stato chiamato a essere molto più portatore di palla di quanto previsto, modificandone il compito nella metà campo difensiva. E si potrebbe andare avanti ancora molto. A livello europeo, i risultati farebbero propendere per la prima opzione, andata a una partita e una tripla sputata dal ferro dall’infilzare la bandiera meneghina sulla vetta d’Europa. Al contrario, l’annata in corso ci ha regalato una squadra che ha saputo continuamente adattarsi a contesti sempre nuovi e scenari in costante evoluzione ma che non ha mai dato realmente l’impressione di essere la più forte. Nonostante tutto, la sconfitta del 28 aprile potrebbe trasformarsi nella più importante delle future vittorie. Come mai?

CUPIDO HA FATTO BRECCIA

Il sottoscritto non è nato a Milano. Non abita a Milano. Non è neanche tifoso dell’Olimpia. Anzi. Prendete un millennial che si avvicina alla pallacanestro italiana a cavallo tra elementari e medie, privo di un qualsiasi input e tradizione cestistica famigliare. Le lacrime di Thomas Ress e la commovente Verbena cantata dal palasport di via Achille Sclavo ha trasformato Curtis Jerrells nel peggior nemico, “The Shot” nell’arma più temibile, Hackett e Gentile come sicari senza cuore dell’esecuzione che è costata la vita all’ultima Mens Sana di Crespi. Negli anni successivi, non dico che si arrivava a godere delle sconfitte milanesi, ma l’Olimpia era sempre dalla parte sbagliata della storia. Come avvicinarsi emotivamente a una società che, pur investendo quanto tutte le altre messe insieme, aveva un seguito di tifosi al Forum così tiepido? Faceva incazzare, Milano. Per quello che sarebbe potuto essere ma che non riusciva a raggiungere. Antipatica, spocchiosa, snob. Mai animata da quella passione viscerale che consentiva a una Sassari o a una Venezia, a una Reggio Emilia o a una Torino, di guadagnare trofei sulla carta inavvicinabili. L’arrivo della pandemia, paradossalmente, ha rovesciato i termini della questione. In anni dove i palazzetti si sono obbligatoriamente svuotati, paradossalmente, gli obiettivi prefissati non sono stati pienamente raggiunti. E non è detto che lo saranno nemmeno quest’anno, considerando la competitività di Virtus e, in tono minore, della Germani Brescia, alimentate dalle aggiunte dei transfughi dalla Russia. Eppure…

Eppure, mi ritrovo a maledire i santi in Paradiso quando Ricci commette quell’ingenuità, mandando in lunetta Singleton a firmare i liberi della staffa. Consolo tramite lo schermo del computer Shields, che sulle rive del Bosforo non punisce un close out in tutta gara 4. Mi esalto nella garra mostrata dal Chacho, che prova a resistere ai dolori lancinanti alla caviglia pur di non abbandonare i suoi nel momento di massimo bisogno. Sento personalmente l’acido lattico nelle gambe di Gigi, quando scocca la tripla del possibile sorpasso e non raggiunge neanche il ferro. A fine partita quasi non mi riconosco. Ho davvero tifato Milano? Non in nome del “in Europa si sostengono le italiane”. No. Mi sono davvero immedesimato nella loro sofferenza? La risposta è sì. Qualsiasi dibattito sul mancato coinvolgimento di Daniels nelle rotazioni, qualsiasi questione sollevata sulle scelte difensive che hanno consentito a un tedesco di 221 cm di punire la difesa in ogni zona di campo, persino le considerazioni sulla gestione dei finali punto a punto. Ogni interrogativo tecnico, tattico, strategico passa in secondo piano, di fronte alle emozioni che Messina, staff e giocatori hanno riversato sul parquet.

Il Mediolanum Forum di gara 2 era qualcosa che, a mia memoria, non si era mai sentito. Una vicinanza così totale tra l’ambiente e la squadra non era mai stata trasmessa così chiaramente e limpidamente nell’ultimo decennio milanese. La sensazione, nonostante i 1675 chilometri che separano Milano dalla capitale della Turchia, è che tutto l’ambiente dell’AX fosse al fianco di Hines e compagni nell’infuocato catino dell’Anadolu. Non è bastato, purtroppo. Anche se fosse stato sufficiente, chissà cosa ancora sarebbe successo nella pazza annata in fieri. Magari in gara 5 avremmo assistito a una doppia doppia di Tarczewski. A Berlino l’avrebbero decisa Grant e Biligha. Coi se e coi ma non si è fatta la storia e mai si farà. Allora atteniamoci a quello che è stato, che possa generare un sorriso o una smorfia di disappunto. Milano ha perso sul campo, ma ha vinto nel cuore della gente. Nel cuore della sua gente e di chi, sino al momento, guardava tutto con diffidenza e presunta superiorità. Queste sconfitte, Messina ne è consapevole, non potranno che forgiare l’unità e l’esperienza del gruppo. Non che Hines e Melli ne abbiano particolare bisogno. Ma viverle insieme fa tutta la differenza del mondo. L’anno scorso hai perso per alcuni dettagli ma, in un’annata canonica (quale stagione, però, può realmente definirsi “senza asterischi”?), probabilmente non saresti arrivato così in fondo. Quest’anno hai approcciato una serie playoff da favorito ma che, date le contingenze, ti ha visto uscire sconfitto ma con sensazioni migliori rispetto a quelle che ti avevano accompagnato all’ingresso. Istanbul val bene due sconfitte? Mio nonno mi ha sempre insegnato che, durante la leva militare, suggerivano che il colpo buono per centrare l’obiettivo fosse il terzo. Il primo è una prova; il secondo è un tentativo ancora spannometrico; il terzo, aggiustata la mira, coglierà il bersaglio. A sistemare il mirino contribuiranno Pangos, Davies, Voigtmann e Tonut? È presto per dirlo. E anche un po’ sbagliato. Non renderebbe giustizia a questo gruppo, che ha ridestato l’animo sopito dei neutrali. Non ditelo a Ettore, però, che Milano ha già vinto. Milano non ha ancora vinto. Ma la strada tracciata è quella corretta. E, da adesso, i cinque in campo saranno meno soli nel percorrerla.