Eurolega: Nicolò Melli e l’arte della vittoria

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Si dice che la grandezza di un campione si misura più nelle sconfitte e nelle delusioni che nella celebrazione di una vittoria. Nicolò Melli, di notti che non si vorrebbero aver vissuto ed esperienze da dimenticare, ne ha un curriculum da fare invidia. Cocenti eliminazioni con la Nazionale, finali EL dal discusso arbitraggio in maglia Fener, mesi a prendere inspiegabilmente polvere sulle panchine di Pelicans e Mavericks. Se si parla di Melli, però, si parla di uno dei più grandi della storia della pallacanestro italiana, nonostante il palmares sia più scarno del dovuto.

Nicolò Melli sta affinando, partita dopo partita, stagione dopo stagione, l’arte della rivincita sportiva. Tanti bocconi amari, cucchiaiate di olio di ricino ingoiate controvoglia, caricandosi sulle spalle responsabilità talvolta non sue. A 31 anni, Nik ha deciso di darci un taglio. Scacciata via qualsiasi remora o timore reverenziale, il capitano dell’Olimpia ha assunto la leadership non solo morale, emotiva e difensiva della squadra di Messina: è il comandante della nave; coordina e detta ogni dinamica del Gioco, a prescindere dalla metà campo.

La prestazione contro il Bayern è solo l’ultima di una serie di manifestazioni di onnipotenza e onnipresenza, ultima coda di una scia iniziata dagli ottavi di finale di Eurobasket. A maggior ragione dopo la distorsione alla caviglia sinistra di Shields, Melli ha sostanzialmente deciso che questa partita l’avrebbe vinta lui. In un modo o nell’altro. Ma il #9 biancorosso non è il solito realizzatore che, semplificando brutalmente, “te la vince da solo“.

Dominare una partita di Eurolega come ha fatto Melli con i bavaresi è un paradosso. Fa talmente bene un’infinità di piccole cose che quasi non ci si accorge del controllo che esercita in ogni singolo anfratto del match. Si insinua carsicamente in ogni piega, curva la parabola di qualsiasi traiettoria psicologica di compagni, avversari e staff tecnici. Non è il più tecnico, il più atletico, il più spettacolare. Ma la sua estetica va oltre la luccicante apparenza.

L’espressione cestistica di Melli, purtroppo per Nicolò, non è per tutti. Prendiamo l’esempio più recente: un profano rimane sicuramente più colpito dalle stoppate di Hines, dalla tripla di Baron, dalle penetrazioni di Winston. Eppure, nessuno di questi si avvicina al burattinaio Melli, che muove i fili nascosto dietro il sipario. La sua è una pallacanestro elitaria, neoclassica, che si apprezza solo se di basket se ne è masticato a sufficienza.

Per questo, tra addetti ai lavori, si commette un errore madornale. Dare per scontato Nicolò Melli. Ormai non ha più senso parlarne, si sente e si legge da più parti. No. Non va bene. Anche a costo di essere ampollosi e ridondanti, nella maniera barocca che Melli probabilmente oltraggerebbe. Bisogna ripetere, sottolineare, evidenziare allo sfinimento quanto siamo fortunati a godere della sapienza cestistica di Nicolò. Al posto giusto, al momento giusto, con la scelta giusta. Sempre.

Il mito era considerato dagli antichi al pari della ricostruzione storica, in un mondo dove la spiegazione del passato era affidata a figure inventate da geni artistici e letterari. Sisifo era uno di questi: il più astuto dei mortali, capace di ordire trame e tranelli in grado di ingannare gli dei, viene condannato a spingere eternamente un macigno sul pendio di una collina, ogni volta ripartendo dai piedi del rilievo. La sua fatica indica, culturalmente, imprese che, nonostante sforzi sovrumani, non conducono ad alcun risultato. Nicolò Melli, questo masso, l’ha lanciato oltre la vetta della montagna. Che arrivi uno Scudetto, un’Eurolega o un trofeo con l’Italia, Nik ha assunto tutti i gradi del vincente. Ed esserlo, al netto di vincere, è la vittoria più grande.