Eurolega: lo spettacolo delle Final Four ai raggi X

Prima di parlare delle tre partite delle Final Four credo sia necessaria una breve premessa o invito alla riflessione sul format, ormai consolidato, della post season di Euroleague, ovvero quattro serie al meglio delle cinque partite da cui si possono trarre indicazioni abbastanza precise e poi tre partite “secche” a decidere l’esito di un campionato lungo, faticoso e complesso. L’invito è perciò a considerare queste partite per quello che sono, ovvero sfide di 40 minuti ad alto carico di tensione e di non trarne conclusioni generali per  l’intera stagione. Per esemplificare meglio il concetto possiamo dire che se invece della serie tra Pana e Real il format avesse previsto un quarto di finale secco, la stagione del Real sarebbe terminata lì, con tutta una serie di dubbi, critiche e assurdità tipo “Doncic è un perdente” eccetera.
Per loro natura le Final Four possono essere più facilmente decise da una serie di giocate individuali estemporanee che sbloccano una situazione di sostanziale parità, senza che esse siano accompagnate da un evidente cambiamento a livello tattico dell’andamento della partita e gli stessi allenatori sono chiamati più a un lavoro gestionale degli aggiustamenti in corsa che strategico.

 

CSKA – REAL MADRID

Per la prima volta in stagione gli spagnoli si sono ritrovati ad affrontare una squadra in un momento di condizione fisica, dovuta a infortuni, peggiore del loro e non potevano non approfittarne. De Colo e Hines, per quanto autori di due buone partite, hanno a tratti mostrato la condizione non ottimale: il primo tirando cortissimo tre o quattro volte, il secondo facendo fatica a concludere al ferro, soprattutto dopo più salti in successione e non a caso la sfida a rimbalzo è stata leggermente vinta dai lunghi del Real, anche grazie a un Hunter sostanzialmente assente dalla sfida.
In generale, la partita è stata giocata ad alto ritmo ed è stata decisa più da fiammate personali che da situazioni tattiche particolari. Qualcosa di analizzabile però c’è stato, quindi andiamo a parlare dei tre momenti che hanno indirizzato la partita.

Il primo è un parziale di 14-2 del Real a metà del secondo quarto che permette ai Blancos di rispondere a un avvio di partita devastante di Higgins. Tale parziale avviene con un quintetto mai più riproposto da Laso e in generale poco esplorato in stagione, a tre esterni con Randolph e Thompkins da lunghi, che porta campo aperto e ritmo altissimo ma non soffre in area perchè, dal lato Cska, Itoudis si è adattato schierando Clyburn come quarto esterno.
Un secondo momento decisivo è l’allungo di metà terzo quarto, con il fondamentale apporto difensivo di Taylor che ha annullato Sergio Rodriguez. Proprio dalle transizioni seguenti alle palle perse del Chacho è iniziato il parziale a firma Causeur-Reyes.
L’ultimo invece arriva quando Clyburn ritrova efficacia offensiva, schierato di nuovo da “quattro” con Kurbanov ad occuparsi di Doncic. In quel momento due giocatori del Real hanno innalzato il livello del loro contributo: Thompkins, il mio personale MVP silenzioso delle Final Four, e Llull, con un paio di iniziative individuali dal palleggio che hanno scavato il solco decisivo. Anche per il leader carismatico dei blancos vale lo stesso ragionamento di De Colo, infatti ha palesato a tratti la condizione non ideale. Entrambi hanno concluso una buona partita a livello di volume, ma non così irresistibile se valutiamo l’efficacia.

FENERBAHCE-ZALGIRIS

Se possibile questa è stata una semifinale ancora più strana, visivamente stradominata dal Fenerbahce ma mai realmente chiusa, infatti vedendo la partita emergeva abbastanza chiaramente come la difesa del Fener avesse preparato la partita per togliere i tiratori dello Zalgiris dalla linea dei tre punti. L’applicazione del piano è avvenuta con estrema efficacia, cambiando sistematicamente con il lungo sull’uscita dai blocchi e riempiendo l’area con l’altro lungo per sostenere l’altra metà del cambio difensivo. Infatti solo 12 azioni ogni 100 possessi dello Zalgiris si sono concluse con un tiro da 3 punti (contro le 21 della stagione regolare) e la coppia Milaknis-Pangos ridotta a solo tre tiri sono stati presi da oltre l’arco. In compenso però i lituani sono rimasti sorprendentemente in partita a rimbalzo, soprattutto in attacco (55.2% offensivo, 70% difensivo, per un 62,7% totale).

Ci sono altre due situazioni che nella stagione hanno prodotto vantaggi per lo Zalgiris, la prima è il doppio pick and roll alto che si sviluppa nel post basso di Ulanovas, ed è stata contrastata da una grande partita difensiva di Kalinic e Datome, mentre la seconda è il pick and pop tra Pangos e Jankunas, ovvero allo stesso tempo, la classica entrata nell’attacco a metà campo da transizione e il rifugio dello Zalgiris sui giochi rotti. Questa situazione è stata proposta pochissimo dai lituani, anche perchè il Fenerbahce non ha mai permesso loro di spingere la transizione. In quei pochi casi è stato disinnescato efficacemente da Obradovic, in due modi diversi: il primo è pre-ruotando il lungo di lato debole sul pop di Jankunas, mentre il secondo visibile nel video.

 

Sostanzialmente schierando i due migliori difensori d’Europa per ruolo nel due contro due. Melli costringe Pangos a indietreggiare su una direttrice parallela alla linea laterale, quando invece solitamente il canadese riesce ad attaccare la zona della lunetta, quindi già l’angolo di passaggio è particolarmente stretto. Kalinic, dopo aver impedito a Jankunas di prendere posizione, recupera esattamente sulla linea di passaggio, negando qualsiasi possibile coinvolgimento del lungo lituano e permettendo al compagno di recuperare la marcatura.
L’attacco dei turchi ha invece dato i primi segni delle difficoltà che si sarebbero palesate poi, in modo evidente, nella finale, ed è stato salvato oltre che da un coinvoltissimo Gigi Datome, da uno dei tre giocatori (insieme a Guduric e Nunnally) “da punti istantanei” che Obradovic inserisce scientificamente nelle partite in equilibrio per cercare di cambiarne il flusso, ovvero Bobby Dixon. L’esterno “turco”, nonostante sia il giocatore meno obradoviciano della squadra e forse della storia, ha prodotto 19 punti in meno di 12 minuti con scelte del tipo “finchè segni hai ragione” e ha seriamente messo in difficoltà gli accoppiamenti dei lituani.

FENERBAHCE-REAL MADRID

In finale i problemi offensivi dei turchi sono aumentati: Sloukas e Wanamaker hanno giocato una partita normale e gli altri esterni non sono riusciti a portare nessun contributo offensivo, con Guduric Nunnally e Dixon ruotati da Obradovic alla disperata ricerca di un crack che non è arrivato e un Datome è stato cercato poco e male. Tra i lunghi i due falli rapidi, prima ancora dell’appoggio sbagliato, hanno tolto Vesely dalla partita ed è evidente come Duverioglu non abbia ancora la fiducia completa del coach. Melli ha giocato una partita straordinaria nella metà campo offensiva e nei cambi sui piccoli, da amante totale del giocatore, probabilmente proprio per il faticoso coinvolgimento offensivo, ha leggermente sofferto vicino al ferro. L’esempio principale, ma non l’unico, è sul tap-in finale di Thompkins, che, al netto del fallo che può esserci stato, in una partita normale, il lungo reggiano non avrebbe mai concesso. Ad un certo punto, essendo l’unico a poter ottenere un vantaggio costante, i compagni lo hanno costretto a isolamenti per creare attacco dal nulla, con l’unico problema che Melli non è certo quel tipo di giocatore, almeno non continuativamente, quindi l’attacco, non certo per colpa sua, si è ulteriormente inceppato.

In effetti considerando le caratteristiche della difesa del Real, ovvero privilegiare sui pick and roll la protezione del ferro con i lunghi piuttosto che andare a contestare il tiro dalla distanza, poteva essere prevedibile che gli spagnoli soffrissero di più le caratteristiche di Melli rispetto a quelle di Vesely, perchè l’italiano, oltre ad avere un buon tiro (ottimo nella circostanza) è molto bravo ad attaccare il recupero, specie di un lungo che subiti dei canestri da tre vuole costringerlo a mettere alla per terra.

Vesely che è probabilmente il miglior rollante in Europa si trova imbrigliato tra Ayon che aiuta su Wanamaker, ma impedisce anche il passaggio diretto e Reyes pronto ad aiutare dal lato debole e disposto a concedere dei metri di spazio a Melli pur di impedire la ricezione nel cuore dell’area.

Sull’altra sponda si è vista una partita non eccezionale ma solida di Doncic (a proposito dello sloveno, il titolo di MVP, sulle due partite a mio parere è abbastanza condivisibile, di sicuro più di quello della stagione regolare, non che sia scandaloso ma quantomeno discutibile). Il ruolo di secondo, a tratti primo, attaccante è stato assunto da Fabien Causeur, chiaro MVP della partita in stato di grazia, che ha tirato perfettamente dall’arco, battuto i recuperi di Sloukas con una sicurezza che non si era mai vista in stagione ed eseguito ogni volta la scelta migliore quando arrivava l’aiuto, che fosse un arresto e tiro un floater uno scarico sul perimetro o sotto canestro al lungo inevitabilmente libero. Il francese ha sopperito alle partite sottotono di Llull e Campazzo, entrambi in scarsa condizione a causa degli infortuni subiti, con il primo anche gravato dai falli.
Per concludere, giù il cappello di fronte alle capacità di coinvolgimento, a vari livelli e con vari minutaggi a seconda delle situazioni, dei propri giocatori da parte di coach Pablo Laso, che ha saputo gestire una delle peggiori stagioni della storia a livello di infortuni e ha saputo ricreare volta per volta quella chimica che inevitabilmente si va perdendo con le assenze. Davvero un grandissimo lavoro in una situazione molto difficile. Parte importante del merito di questa Eurolega va anche a lui.

 

Impazzisco per le point forwards, mi piacciono i giocatori lituani, sperate non ne esca mai un Lituanoglu. Alleno per poter chiamare le difese come le sorelle di Coach Carter. Speaker del podcast 3 and P, con cadenza variabile parlo dell’Olimpia Milano sul mio blog, Wizardmove