Fiba Europe Cup: “La Casa de Final” (Parte 1)

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Il piano è semplice: fare quello che bisogna fare per vincere, puntare sulle doti di ognuno dei membri della “banda” e portare a casa il premio, senza che nessuno possa opporvisi. Magari qualcosa andrà storto, magari potranno esserci delle contromisure, ma se il controllo sarà maniacale e la precisione sarà quella giusta, allora la vittoria sarà più che una mera illusione.

Non sappiamo se coach De Raffaele, che potrebbe essere davvero il “professore” d’altri tempi, sempre elegante, illuminato e compito, nei gesti e nelle proteste perfino, avrà parlato così ai suoi, ma un po’ bisogna pur ammettere che i suoi ce lo hanno fatto credere. Serve prima di tutto energia, poi serve essere tosti in difesa e andare avanti, ondata dopo ondata, senza mai dimenticare il piano. Questa è la forza della Reyer, che apre il campo magistralmente, corre quando è necessario ma soprattutto stringe in difesa con i suoi specialisti.

Sul fronte opposto, quando “il colpo” è già iniziato, Sacripanti sembra aver giocato in anticipo le sue carte. Stanare l’avversario con il solo ariete Fesenko è ben poca cosa, di Rich non ci si può fidare, nonostante sia quello che li ha portati fin qui da fido aiutante. Serve trovare un piano di riserva, ma se è il “Professore” a dettare le regole del gioco, a tendere trappole – come tirare fuori entrambi i numeri 5 dal quintetto contro la “aiuto e recupero” di casa Sidigas – e a impostare il ritmo, qualsiasi tentativo risulta vano.

 

CAP. 0 – PROGRAMMAZIONE

Nulla è lasciato al caso. Quando devi arrivare a giocare una Finale, il “colpo” di una vita, non puoi aspettarti che qualcosa debba essere improvvisato. Venezia ha covato il suo gioco per anni, ha inserito i nuovi innesti sullo stesso tessuto che l’anno passato è risultato vincente e ha aspettato che i frutti maturassero. Quando esce dallo spogliatoio il leader non è né il capitano di mille battaglie, Tomas Ress, né il primo violino americano, ma è Bruno Cerella, perché quando una gara si decide è single coverage e gli attributi, il cuore e la voglia, sanno fare la differenza anche più del talento individuale. Cerella è il simbolo della lotta, di quello che Venezia vuole venire a rappresentare sul campo, mentre interessante, nella banda che veste in bianco bordato di orogranata, è la figura di Bramos, che non muta l’espressione del suo viso qualsiasi cosa lo circondi. Si vede che è il più esperto del gruppo quando si tratta di sfide senza domani, eppure la sua naturalezza sconcerta.

Se il colpo sta per prendere il proprio abbrivio, coloro che vogliono fare i guastafeste a Venezia, ossia la Scandone Avellino, ha dalla sua un pubblico caloroso e nutrito che è al tempo stesso monito a non fallire e vanto che riempie il cuore, ma anche quella qual certa baldanza di chi sta dalla parte della legge, che non sa guardare oltre se stessa. Lo si vede dalla scelta, forse non tanto preparata, di far entrare Parlato a prendersi il boato della folla, con Leunen a seguire. Serve cuore certo, questo è il simbolo, ma quello che sta per avvenire, quando “il colpo” parte, è tutto fuorchè un semplice battito cardiaco.

 

CAP. 1 – ABBIAMO PORTATO LE ARMI !!!

Affinchè il colpo riesca, gli ospiti non hanno badato a spese. Armi pesanti, costruite e mai forzate, che non hanno il bisogno di ferire di primo acchito ma sanno far male eccome di risposta. Avellino ha una testa di ponte non da poco come Fesenko che inchioda a ripetizione, un’arma che forse sarebbe anche buona per stanare gli orogranata dal pitturato, ma il Professore ha già previsto tutto: uscite serrate non appena entra in azione l’attacco irpino: linee di passaggio ostruite, non c’è più luce col rollante, raddoppio aggressivo e palle perse, a ripetizione. Gli ospiti hanno il pieno controllo del ritmo. Cerella dimostra cosa significa avere il pugno della situazione, Daye è silenzioso, quasi aberrante nel suo modo di fare la sua parte, Bramos esegue da specialista. Sarebbe già andata bene per “la banda” veneta, ma Rich fa saltare una delle tessere del mosaico ben ordito sulla tela della gara: il suo fiuto lo porta a spezzare una lancia importante per Avellino, che resiste ed è ancora con la testa bene eretta.

 

CAP. 2 – BATTERIA SCARICA

Magari ci vorrebbe un caffè, magari se la trattativa procede contro l’altra squadra, staccare la spina può aiutare. Purtroppo Avellino è come un cellulare che è con la batteria in fase morente. Potrebbe esserci anche qualcuno che venga in tuo soccorso con un caricabatterie d’emergenza, ma da quel momento in poi ne sarai dipendente, oppure comunque finirai con l’essergli legato. Sacripanti prova più volte a chiamare timeout per frenare il parziale ospite, ma è come se dall’altra parte De Raffaele potesse sentire e agire di conseguenza. Johnson diventa l’uomo giusto, veloce a seguire chiunque in difesa, ma soprattutto bravo a colpire in attacco, Daye e Cerella sono due chirurghi magari non di laurea, ma di certo sanno fronteggiare qualsiasi cosa, mentre Jenkins è in missione: fare bene il suo mestiere e poi sparire, cura i dettagli. La banda va, tutto procede, anche troppo bene…

Daye però non ci riesce, è eccentrico, esuberante, fuori dagli schemi come ogni giovane in preda non solo al flusso di talento ma anche di ormoni. Non riesce a contenere la sua euforia, qualcosa potrebbe divergere ed ecco che viene beccato in flagrante: una parolina di troppo a un tifoso ed è ecco il fallo tecnico, con la sua immagine, fino ad allora immacolata come la percentuale al tiro, sporcarsi irrimediabilmente. Sul fronte opposto la reazione è di inerzia, c’è come il sentore che si stia perdendo la rotta. Wells raccatta qualcosa dalla spazzatura, ma per fermare “il colpo” ci vorrebbe qualcosa di più, e il pubblico, o se gradite l’opinione pubblica, non sembra gradire l’operato degli agenti sul campo, Lawal sente la parolina e risponde per le rime, in un clima di tensione per cui il -8 dell’intervallo (con 4/10 ai liberi eloquente) è anche un affare.

 

CAP. 3 – SACRIFICIO DEL CAVALLO

Rich gioca tutte le sue carte per provare a far uscire la banda veneta dal proprio piano partita, attaccando la difesa senza troppi indugi, puntando su stesso… Ne derivano cose positive, tra cui il quarto fallo di Daye, cui si aggiunge una “aiuto e recupero” da manuale che impedisce a Venezia di trovare la via del canestro. Dovrebbe essere la svolta, ma De Raffaele ha pensato anche a questa evenienza e quindi vara un quintetto senza Watt, che di fatto di peso lo ha portato fin lì, col solo Biligha da lungo e quattro esterni capaci ci colpire qualora la palla esca dal raddoppio in punta. Funziona.
Wells aveva acceso le speranze con il suo eroismo, ma Johnson e Peric hanno idee diverse, confermando un +8 ospite che è sempre maledettamente sfuggente.

Perché mentre tra i ranghi di Avellino c’è confusione, qualche cambio non azzeccato, qualche scelta forzata e troppa sregolatezza, in casa di Venezia ognuno ha il suo compito; Peric ha da fare tanto lavoro sporco, quasi come se a chiunque venga dai Balcani, non solo gli si chieda di agire di fino, ma anche di razzolare qualcosa dalla pietra, lavorando di forza. È la forza della banda orogranata, non solo essere sempre con la testa avanti e non snaturarsi se qualcosa va storto, ma anche mettersi totalmente al servizio del compagno al proprio fianco, facendo anche autocritica se serve.

 

CAP. 4 – UNA DURA DECISIONE

Con la prima parte del colpo che volge al termine, Cerella sa che è arrivato ancora il momento di far vedere il proprio ruolo e stavolta è una scelta personale quella di vedersela direttamente con Leunen, che gli rende 15 cm e gioca un ruolo diverso, ma se il fisico cede la testa è salda. La chiude lui, ancora una volta con la testa di uno che si è portato avanti. Non basta il coraggio di Rich e Wells, perché Watt è tornato sul parquet a dimostrare quanto si possa essere decisivi con le cose semplici. Metà del piano è completata, c’è un bottino che vede 8 (milioni) già stampati, prima di altri 40 minuti in cui tutto può ancora succedere.

Avellino deve ripartire da se stessa, ritrovare Rich ma soprattutto cercare una regia più oculata, perché nessun governo bicefalo ha saputo più essere capace dai tempi dei consoli romani. Nulla è perduto, ma se non ci si crede è davvero dura andare avanti, solo con le schiacciate di Fesenko. Serve una scossa, serve fiducia e serve farlo in fretta. Ci sono ancora tante variabili che possono saltare e possono far finire “la banda” veneziana nell’ombra della sconfitta. Serve solo, adesso, mettere un colpo importante, di quelli che possono destabilizzare chi si sente già sicuro di avere la vittoria in tasca…

(Continua…)

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