NBA, il frutto del duro lavoro: Indiana ed Oladipo

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Gli occhi. Comincia tutto da lì. Quegli occhi che hanno il colore della terra nell’ombra del tramonto, che non abbagliano, vanno in profondità, che ti possono far credere che non esistono limiti anche oltre la linea dell’orizzonte, che non c’è altra via per la perfezione se non quella che passa dalle stille di sudore e lacrime che si incontrano sul proprio cammino. Di paesaggi rurali, da cartolina, in Indiana se ne intendono, eppure qualcosa sembrava mancare: un colore, una luce.
Non sappiamo se Pritchard, executive degli Indiana Pacers, sia stato tanto amato ad Indianapolis la scorsa estate quando aveva preso la decisione di scambiare Paul George con Victor Oladipo e Domantas Sabonis. Non sappiamo nemmeno quanto e se Larry Bird, che di gente con gli attributi se ne intende, abbia inciso in questa decisione, ma i risultati dopo il primo turno di playoff hanno parlato chiaro: i Pacers hanno un futuro.
Perché magari il re ha fatto valere ancora una volta la sua legge, quella maledetta capacità che gli fa tirare fuori la vittoria anche dalle fauci più feroci della sconfitta, ma Indiana esce a testa altissima, al termine di una gara 7 che forse neanche i più ottimistici avrebbero saputo pronosticare.

DIETRO LA SVOLTA

Inutile girarci intorno: l’ascesa della squadra passa dallo sguardo senza tempo, tipico di chi ha tanto sangue africano nelle vene, di Victor Oladipo che ha preso per mano una buona squadra e l’ha comandata con la supervisione tecnica di un Nate McMillan con cui condivide una certa attitudine difensiva. Occorre però, come in tutte le nostre storie, fare un passo indietro, alle settimane prima dello scambio con OKC, quando un ragazzo, seconda scelta assoluta al draft, dopo anni di alte sufficienze in quel di Orlando, stava passeggiando sulle spiagge di Miami beach, aspettando la stagione successiva. Non una folgorazione degna di quella di Saulo da Tarso, ma l’incontro o per meglio dire lo scontro con Dwayne Wade, fa prendere al giovane Victor una decisione: migliorarsi, cambiare tutto e ripartire da se stessi, specie se si è passato un anno a vedere il ragazzo con lo #0 sul petto chiudere con la tripla doppia di media.

Che David Alexander facesse miracoli non era una cosa tanto esoterica nel mondo NBA, LeBron stesso aveva assunto personalmente uno del suo staff per continuare nel suo perfezionamento. Oladipo si vede “tarchiato, smorto, spento” e qui l’esperto interviene con scalpello e lavoro mentale. Lasciamo stare – anche se un accenno va pur fatto – il cambio di alimentazione e i galloni di acqua da ingurgitare ogni giorno, Oladipo già in due settimane raggiunge risultati che atleti professionisti fanno in due mesi. Il cambiamento è radicale e appare sul suo profilo instagram. Quando poco dopo viene scambiato, ancora una volta insieme a Sabonis, suo compagno di peripezie e sembra che quell’occasione che stava aspettando, fosse davvero arrivata.

Indiana per lui è un flashback non da poco, gli anni di Bloomington avevano consegnato alla NBA un prospetto atletico, difensivo e capace soprattutto di avere leadership e carisma in qualsiasi spogliatoio. Tenete da parte questa ultima skill, tornerà utile. Tutto quello che non era riuscito a esprimere in maglia Magic e Thunder, due squadre di certo non votate a difendersi, esplode in maniera altisonante con la maglia gialloblu. Nate McMillan capisce subito chi ha di fronte, lo vede in ogni timeout di ogni gara dal prestagione e la sua espressione è la stessa quando sei sopra di 30 o quando è il possesso decisivo. Un coach esperto sa che non ha grandi armi a suo favore, per cui chiede a tutti sacrificio e abnegazione, poi guarda Victor e, agli altri, senza troppi giri di parole, indica: “Follow him”.

IL FISICO AIUTA LA MENTE…E VICEVERSA

Il ritorno ad un range fisico eccezionale di Oladipo cambia la squadra, trasformandola da una middle-deep dell’est in una cacciatrice di teste di serie che non ha paura di nessuno. Oladipo è sgravato dai compiti di playmaking che aveva a Orlando e non è più il solo tiratore dall’angolo di Billie Donovan; sa quando prendersi la partita, ma vederlo aiutare su ogni possesso difensivo è maledettamente esaltante. La crescita di Bogdanovic, che non era un brocco prima ma diventa pezzo importante del puzzle, è un chiaro esempio. Cambia il mood e non è un caso che gente come Thaddeus Young o Myles Turner ne escano diversi. Responsabilità e coesione diventano le armi chiave di un gioco come quello di Indiana, che magari in vernice si basa tanto sugli uno contro uno, ma che all’occorrenza può contare sulla circolazione di palla che può innescare il croato o il buon vecchio Collison, che non lascia mai nulla di intentato.

La serie contro Cleveland è la sublimazione del tutto. Al diavolo i grandi proclami ed editti del sindaco di Indianapolis, magari non ricordiamo quella stoppata irregolare che avrebbe cambiato tante cose: i Pacers stanno in gara contro una squadra che non riesce a fare il suo gioco, perché i ragazzi di McMillan fanno un lavoro eccezionale nel pacchetto arretrato, sanno quando colpire, quando intervenire e poi… al resto pensa Oladipo.
Il ragazzo che sembrava sempre destinato ad arrivare secondo, stavolta non ha eguali: punti, rimbalzi, assist, recuperi e personalità. È tornato ai tempi del college, quando era lo specialista difensivo e di energia che contro Michigan concesse solo 4 punti su 65 possessi difesi su quattro diversi giocatori, quello che magari ogni tanto va ben oltre il ferro, ma che preferisce l’assist o il facile appoggio, quello che ti punta, col suo sguardo e fa quello che deve, con semplicità.

Indiana forse avrà da ricostruire in estate, ci sono ancora delle incognite da considerare, ma quel triennale che la legherà ad Oladipo è un buon mattoncino da cui ripartire. Magari, ma questa è una speranza, riuscirà anche a far rigare dritto quel Lance Stephenson che con lui comporrebbe una muraglia di franchi tiratori capaci di oscurare anche la luce più fulgida di un attaccante. Serve tempo, perché non tutti sanno evolvere tanto facilmente quanto Victor, che indica la strada ma anche quanto è dura da affrontare. Indianapolis è una città tanto cara alle corse automobilistiche, ma questa volta, se davvero vuole migliorare questi risultati, dovrà andare piano e fidarsi del ragazzo che non correva dietro auto e ragazze, quello che leggeva Harry Potter e sognava di tornare nella terra dei suoi genitori, un normal guy che guardava Wade per la sua completezza e longevità e che, allo stato attuale, avrebbe da insegnare ai tanti special one che pullulano, troppo giovani e scanzonati, nella lega.