Legabasket Game of the week: Fortitudo Bologna-Reyer Venezia

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Fortitudo

Nuovo appuntamento con Game of The Week, la rubrica con cui andiamo a sviscerare i temi della partita più interessante dell’ultima giornata di campionato.
Partiamo mettendo subito le mani avanti: scegliere una gara in questa giornata non è stato semplice. La vittoria di Brescia a Milano è stato certamente il risultato più rumoroso. Ma abbiamo optato di mettere la lente d’ingrandimento su Fortitudo-Venezia sia per, anche qui, un risultato fuori dai pronostici, sia perché già avevamo approfondito un match di Brescia la scorsa settimana. Ci sarà comunque tutto il tempo per tornare su ogni squadra.
Venendo alla gara del Paladozza, la Pompea si è confermata squadra esperta, cinica e ben allenata da Antimo Martino. L’incontro è girato su un paio di episodi (l’espulsione di Watt su tutti, come vedremo), ma i bolognesi sono stati davvero bravi a capitalizzare ogni vantaggio, nei fatti conducendo sempre per mano la partita.

GESTIONE DEI RITMI: LA CHIAVE  PER LA FORTITUDO

Nella prima giornata a Pesaro la Fortitudo aveva mostrato una strategia offensiva abbastanza estrema: tiri o molto rapidi o portando in fondo il cronometro dei 24”, specialmente nel secondo tempo in cui c’è stato da “addormentare” la partita. Contro la Reyer, invece, l’approccio è stato diverso per un motivo semplice: l’Aquila non voleva finire a giocare troppi palloni contro la terribile difesa a metà campo oro-granata.
Così, a lungo, i biancoblu hanno cercato di spingere sull’acceleratore ogni volta che ne hanno avuto l’occasione, se non per segnare, quanto meno per non permettere alla difesa di settarsi. Contropiede o transizione, anche a costo di sbagliare un tiro, come vediamo nel primo spezzone del video.

I possessi giocati, dai 68 di Pesaro, sono passati a 73, mettendo in crisi una difesa veneziana comunque non all’altezza delle sue giornate migliori, anche per via dell’assenza di un mastino come Stone.
Fondamentali per Bologna due giocatori: Matteo Fantinelli (alla seconda eccellente partita, migliore per +/- con +12) e Marty Leunen. Due atleti atipici. Il primo, playmaker con stazza capace di andare a prendere rimbalzi difensivi così da innescare immediatamente l’attacco. Il secondo, lungo dotato di immensa intelligenza cestistica, abile a sostituirsi al playmaker una volta catturato il pallone, trasformando immediatamente l’azione da difensiva a offensiva.

Preso il controllo della partita, messasi in discesa con l’uscita di Watt, la Pompea ha rallentato i ritmi (38 possessi giocati nel primo tempo, 35 nella ripresa), cercando di mantenere il vantaggio sfruttando i mismatch vantaggiosi che riusciva a crearsi in giro per il campo. Qualche canestro dei suoi da Aradori, Stephens abile a mettere in croce un Vidmar lontano dalla forma migliore. Lampante una sequenza di tre canestri in fila di Mancinelli che hanno segnato il miglior momento della Fortitudo.

Una raffica che per la Reyer è suonata come un pugno da KO.

LA REYER NON SA PIÙ IMPORRE IL PROPRIO GIOCO

Venezia ha giocato, per l’ennesima volta, una partita di rincorsa. Gli uomini di De Raffaele, fin qua, non sono mai riusciti a imporre il proprio marchio alle partite. La differenza palpabile in queste prime quattro gare di stagione ufficiale rispetto allo scorso anno è un gruppo che finisce per dover adeguare la propria tattica allo svolgimento della partita, piuttosto che far prendere all’incontro la piega preferita. L’incontro del Paladozza non ha fatto differenza.

Nel primo tempo, come visto, i ritmi li ha dettati la Fortitudo. Venezia ha fatto discretamente in attacco, ma è finita per giocare una partita non sua: 51-46 all’intervallo per i padroni di casa. Un ritmo da cento punti che non è esattamente nelle corde di una Reyer decisamente più “da battaglia”. L’espulsione di Watt, poi, si è rivelato un problema insormontabile.
Il centro ex Caserta, infatti, nel primo tempo era stato un rebus vero per la Pompea: 12 punti, 4 rimbalzi e 2 assist in 17’. Letale con la sua mobilità e la capacità di giocare il pick & roll contro una difesa, quella di casa, non certo irreprensibile, ma pericoloso anche dal post e a rimbalzo.

Perso lui la Reyer si è trovata senza una valvola di sfogo fondamentale in attacco. Vidmar al momento non ha la mobilità di Watt o la sua capacità di segnare in post. De Raffaele ha iniziato il secondo tempo provando un quintetto con Daye e Udanoh, ma i risultati sono stati scarsi: l’ex Cantù e Avellino usato come attaccante dal post non rende come quando può spaziare il campo, mentre Daye era in una di quelle giornate dove ci si chiede che fine abbia fatto quel meraviglioso giocatore che ammiriamo solo a sprazzi. In avvio di secondo tempo per gli ospiti sono arrivati un errore da sotto di Udanoh e due di Daye e Bramos (lui pure in grande ombra) su triple ben costruite.

Invece di insistere con pazienza sulla costruzione di buoni tiri, da lì Venezia si è completamente disunita in attacco, finendo per creare tanti isolamenti e tiri forzati, senza più un salvagente come Watt a garantire canestri. Dopo i 46 punti della prima frazione la squadra di De Raffaele si è fermata a 19 tra il 20esimo e il 33esimo, con la Fortitudo arrivata a toccare il massimo vantaggio sull’80-65.

Persa per persa De Raffaele ha buttato nella mischia Bruno Cerella, varando quintetti d’assalto con Udanoh unico lungo. Campo aperto e decisioni veloci. Riaprendo incredibilmente la partita e quasi riuscendo in un’altra pazzesca rimonta. -2 a un minuto dalla fine: 17 punti prodotti negli ultimi 7’ di gioco. Prima di un fallo molto contestato di Bramos su Aradori che ha dato ossigeno vitale alla F e, praticamente, deciso la partita.

Nel video vediamo la chiara differenza nel movimento di palla e giocatori tra la Reyer di inizio (primi due spezzoni) e fine ripresa (ultimi due). Dove, in particolare, Ike Udanoh viene sfruttato in maniera a lui molto più congeniale.
Certo, fa strano trovare appunti su un attacco che in una partita esterna produce 82 punti, il 60% da due, dieci canestri da tre e 26 assist. Come abbiamo detto, la difesa non è assolutamente esente da colpe, anzi.

Ma a maggior ragione per questo, il passaggio a vuoto offensivo avuto dai Campioni d’Italia in quei 13’ di secondo tempo è stato fondamentale per l’esito della partita.
Trovarsi costretti a rincorrere ogni volta, d’altronde, non lascia via di scampo. Occorre essere perfetti per rimontare. E con simili cali di tensione certe partite diventano impossibili da portare a casa.

Classe 1985, bolognese di nascita. Folgorato da Danilovic, ammaliato da Ginobili, tradito da Abdul Gaddy. Incidente che mi ha portato a valutare le cose in maniera più disincantata. Classico esempio di paziente affetto dal "Disease". La vita è troppo breve per vedere brutto basket ma, se non c'è altro, il campionato ungherese resta un'ottima opzione.

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