NBA o Europa? Dove il Gioco è più facile?

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NBA

In letteratura più che mai, ma come in ogni aspetto della vita, giudicare il libro dalla copertina è un rischio enorme. Deleterio sia per l’immagine in frontespizio stessa che per il contenuto; si svaluta e non si apprezzano le qualità sia del grafico che dello scrittore. Di conseguenza, anche un discorso profondo ed estremamente puntuale come quello di Giannis Antetokounmpo finisce dritto dritto nel calderone dell’aria fritta che anima il dibattito annoso e fazioso tra il basket NBA e la pallacanestro europea.

Giannis parla di spazi, tempi, alternanza di difesa a zona e di fisicità, ma agli occhi e alle orecchie di chi casualmente scorre la TL di Twitter o la bacheca di Facebook la frase estrapolata dal contesto, fa più rumore di mille alberi che crescono. Proprio a questi espedienti ricorrono pensatori di un’epoca ormai superata, ancorati rancorosamente a un basket dalle dinamiche e dai giochi di potere agli antipodi rispetto a quelli vigenti nel 2022.

Ridurre tutto all'”A è più difficile di B” genera un effetto a cascata che porta, senza approfondimenti e riflessioni ulteriori, a “A è meglio/peggio di B”. Per carità, de gustibus non disputandum est. Ma pur sempre di soggettività, individualità, parzialità personale di giudizio si parla. E un’opinione del singolo tale deve rimanere. Singolare, relativa, democratica. Insito nello spirito critico dell’appassionato è lo stimolo nel motivare con numeri, dati, ricorsi storici la propria posizione. Bollare come verità assoluta e scienza infusa una propria convinzione, tuttavia, scredita sia il parere espresso che la persona che lo esprime.

Ovvio che Giannis preferisca il basket NBA. Come potrebbe trovarsi a suo agio in un campo più piccolo, con regole che tutelano e favoriscono molto meno gli attaccanti, con corpi molto meno atletici ma più “duri” mediamente nei contatti? Quando il #34 dei Bucks si riferisce al talento oltreoceano non parla solo di polpastrelli, QI cestistico o alla mentalità vincente. Si riferisce, anche e soprattutto, all’atletismo e al fisico applicati ad essi. Come per un prototipo di giocatore alla Giannis (nessuno al suo livello, chiaro, ma permetteteci una semplificazione) il contesto americano rende vita più facile, per giocatori come Mirotic, Larkin, Rudy Fernandez e Datome la pallacanestro del Vecchio Continente risulta più congeniale.

Non per questo occorre denigrare la FIBA o screditare l’NBA. Entrambe hanno pregi e difetti, punti di forza e lati oscuri. Il potere economico soverchiante del mercato americano porta a pensare che una franchigia NBA, catapultata in Eurolega, vincerebbe la competizione in ciabatte. O che Efes, Real o Olimpia, trasportate negli USA, non riescano a portare a casa nemmeno un referto rosa. Ma, rimanendo nell’utopia di questo esercizio di stile, diamo la possibilità agli Giannis o ai Fontecchio di turno di adattarsi al contesto. E vedremo come, al netto di tutto, il Gioco avrà l’ultima parola.