Giardino Zen: il paradiso perduto (part.1)

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Giardino Zen

Ci fu un tempo in cui il Madison Square Garden era l’Eden del basket.
Sì lo so, tutti la chiamano The Mecca (e pochi sanno che l’appellativo deriva da un vecchio santuario massonico/musulmano trasformato in arena di box negli anni ‘20), però Eden rende di più l’idea: un giardino delle meraviglie in cui gli dei del basket hanno piazzato tutti i giocatori, dopo averli creati altrove, per farli divertire, apprendere ed esprimere al loro meglio. Biblicamente – e non – non fa una grinza.

Il Madison Square Garden è l’arena sportiva più antica d’America; entri lì dentro e senti l’odore della storia, dei 55 di Jordan al suo rientro in maglia #45, dei 51 e 18 di Ewing in una partita di tardo marzo del 1990, contro Larry Bird e Kevin McHale scesi in campo con il preciso intento di far impazzire Spike Lee in prima fila, dei 20 assist di Rajon Rondo nel 1° turno di playoff del 2011 (15-11-e-20), ribattezzata da Doc Rivers, allora coach dei Celtics, la partita perfetta, di quelle imprese lontane che molti di noi hanno visto solo nei filmati sbiaditi degli anni ’70, ma che i newyorkesi doc nei pub di Manhattan tirano in ballo ogni volta che hanno bisogno di credere in qualcosa di perfino più forte della loro cazzuta newyorchesità.
Bill Bradley, ex-senatore ed ex-candidato alla presidenza americana, dopo aver rivestito il ruolo di capitano e ala dei Knicks nei due titoli NBA (1970 e 1973), lo ricorda così:

Non tutti hanno la fortuna di raggiungere la vetta nella propria vita, non tutti hanno la fortuna di vincere un’elezione o chiudere il contratto dei propri sogni. Io nello sport ho avuto la fortuna di vincere qualcosa assieme ad una squadra e a dei tifosi dentro ad un palazzetto che ti faceva respirare l’attaccamento cittadino, il comune senso che insieme si può ottenere di più che da soli. Questa era la magia del Madison Square Garden di allora, dei Knicks di allora, perché dal primo all’ultimo, quando indossavamo quella maglia, credevamo che vincere un titolo servisse non solo a noi, ma a una città intera, per rialzare la cresta dopo una crisi economica che aveva fatto perdere un milione e mezzo di posti di lavoro ai nostri sostenitori, aveva riempito le strade di criminali e i cuori di rassegnazione.”.

È al Madison Square Garden che è nato il “Miller Time”; Finali di Conference del ’94, Reggie Miller in visita con i suoi Pacers per gara5, inizio del 4° quarto con Spike Lee in piedi a bordo campo che sventola l’asciugamano dei Knicks portato alla partita arrotolato attorno al collo. Reggie infila nelle maglie ogni cosa che gli capita tra le mani, da tre, da due, ancora da tre, commentando ognuno dei suoi 25 punti nel quarto con una frecciatina a Spike. I Pacers, minuto dopo minuto, recuperano lo svantaggio e Reggie si porta le mani al collo mentre torna in difesa. “Your guys are chocking!”, urla in faccia a Mister Fai La Cosa Giusta. “I tuoi Knicks se la stanno facendo nella mutande!”. A 18 secondi dalla sirena finale, i Pacers seguono ancora di sei e Lee si prende le sue rivincite verbali, ma Reggie usma la storia e la acciuffa per i capelli: inanellerà due triple consecutive in soli 5 secondi, convertendo due tiri liberi subito dopo, per un totale di 8 punti in 9 secondi, la vittoria dei suoi 93-a-86, 39 complessivi, 6 assist e 14 su 26 al tiro. Sul New York Daily News del giorno dopo un titolo a caratteri cubitali in prima pagina: “Thanks a lot Spike.”

È al Madison Square Garden che Bernard King ha scritto il record per maggior numero di tiri liberi convertiti in una singola partita regolare. Sera di Natale di 35 anni fa (1984), derby con i Nets, Bernard nell’anno dell’incoronazione a Scoring Champion con 32,9 punti di media in stagione. Il vero e unico Re di New York regala ai newyorkesi una festa di cui ancora si parla ogni volta che i Knicks scendono in campo vicino al 25 di dicembre: 60 punti, 7 rimbalzi e 4 assist, compresi 22 tiri liberi convertiti su 26, utilizzando ogni centimetro del corpo compresi i baffi contro ogni avversario che provi a fermarlo. La faccia impassibile, le lunghe gambe che danzano nel verniciato, il culo leggermente all’infuori ogni volta che libera dalle mani un personale. Il suo record resisterà altri 22 anni prima di essere corretto a 23 da Kobe Bryant (2006), ma per King e i newyorkesi conta di più la sua di impresa.

“A New York prima o poi ogni giocatore dei Knicks viene fischiato, è una città di amanti del basket, di conoscitori del gioco, una città che pretende il massimo da tutti e a maggior ragione dalle sue stelle sportive. A me però non hanno mai fischiato, io ero di New York, sono cresciuto a Brooklyn, andavo a vedere i Knicks quando ero ancora bambino e vestivo quella maglia come un militare pronto ad andare in guerra per la propria patria. Quella sera ricordo di essermi segnato nella mente i nove punti esatti del campo da cui avrei dovuto tirare se volevo evitare le difese dei vari Nets che mi avrebbero marcato. Conoscevo a memoria le loro mosse difensive e avevo studiato delle contromosse in attacco per fregarli ad uno ad uno, da Michael Ray Richardson a Buck Williams. E così ho fatto. Tutti conoscevamo il mio baseline jumper, ma quella sera li presi alla sprovvista con cinque nuove finte da ognuna delle nove mattonelle che mi ero prefissato. Nel 2014, il giorno di Natale, mi chiamò Spike al telefono per dirmi che avrebbe girato una pubblicità sui miei 60 punti; gli feci gli auguri e poi andai a Flatbush a tirare due tiri al campetto. Non c’è Natale in cui io non giochi a basket a New York da quel lontano 1984.”.

New York non è l’Indiana dove in ogni fazzoletto di erba ingiallita dal sole sberluccica il ferro arrugginito di un canestro in controluce. Non si staglia la sagoma di un ragazzo che prova tiri in solitaria, mentre tutto attorno il mondo tace. A New York dove c’è un canestro c’è un brusio di voci, di urla, di sgommate e ossa che incocciano tra loro, mentre qualcuno fornisce il commento colorato appoggiato alla rete di recinzione. New York è tanti Madison Square Garden a cielo aperto, è un pre-gara e un post-gara pronti ad accadere ad ogni deli o barbiere della città, da Harlem al Queens passando sopra e oltre il Ponte di Brooklyn. New York sta al basket come Londra al teatro. Ovunque nel mondo ci sono attori che si esibiscono davanti a un pubblico più o meno pagante, ma è a Londra che ancora sorge il Globe Theater in cui andava in scena la compagnia di Shakespeare ed è al Globe e non a Broadway che Al Pacino ha voluto mettere in scena il Suo Riccardo Terzo.

Beh, è a New York e non a Los Angeles, o a Boston o a Philadelphia, che ancora sorge La Mecca del Basket, ed è al Madison Square Garden che ogni cestista sogna un giorno di avere le mani en fuego.
LeBron, nel 2009, mentre si vociferava che avrebbe lasciato Cleveland a fine stagione, scelse proprio New York per sciorinare l’insieme di quei talenti che poi – ahimè – avrebbe portato a Miami e non sulla 33esima, siglando 52 punti, 9 rimbalzi e 11 assist (con 17-su-33 al tiro e 16-su-19 dalla lunetta) per rispondere all’impresa di Bryant al Madison Square Garden di due giorni prima.

C’è Spike, c’è Chris Rock, c’è l’arena al completo per far capire al Prescelto cosa vuol dire vestire i panni di Batman a Gotham City e non nell’Ohio. Lui getta per aria il gesso e poi ne mette tre da dietro l’arco e due in faccia a David Lee, con tanto di sorrisetto. Tim Thomas prova a fermarlo, va a battesimo anche il Nostro Danilo, ma a metà gara siamo già oltre le cifre di Kobe. D’Antoni si sbraccia, il pubblico non smette di incitare i Knicks, ma è proprio a New York che l’America ha imparato ad accogliere lo straniero quando e solo quando se lo merita. James sfiora la tripla-doppia, Jay-Z gli dà il cinque davanti alle telecamere e il record di Kobe è intatto (61 punti, 3 assist, 19-e-31 dal campo per cancellare il record di 55, 4 e 2 di Jordan del ’95).

 

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