La gratitudine nel basket è rinunciare alla propria carriera?

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Banks
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In questo particolare periodo storico, ovvero da quando LeBron James ha lasciato per la prima volta i Cleveland Cavaliers, le scelte dei grandi giocatori d’intraprendere nuove esperienze professionali e sportive sono diventate una specie d’immotivata caccia al colpevole: maglie bruciate, frasi offensive contestazioni gratuite per una supposta mancanza di gratitudine verso la squadra/città/franchigia che tanto gli ha dato….

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Adrian Banks, MVP indiscusso se la stagione di Legabasket fosse stata portata a termine, che ieri ha deciso di dividere le strade con Brindisi e accasarsi alla Fortitudo. Non c’era contratto che lo legasse alla sua ex squadra e lui doveva semplicemente decidere come far fruttare al meglio due stagioni notevolissime anche alla luce della sua non più giovane età. Ricordiamoci che i giocatori senza contratto hanno PIENA facoltà di decidere dove andare o di accettare la migliore offerta per loro, anche questa fosse economicamente meno remunerativa. Ma nel 2020 ci appelliamo ancora, in uno sport professionistico, alla parola riconoscenza o contestiamo le scelte personali e umane di un giocatore:

Purtroppo Adrian Banks ha scelto Bologna. Abbiamo fatto un’offerta importante, volevo provare a firmare un patto a vita con Adrian e fargli terminare la carriera qui. Però nel basket a volte la gratitudine non esiste. Abbiamo preso un giocatore a fine carriera quasi due anni fa, che veniva da due stagioni incolore in Israele. Di fatto lo abbiamo fatto diventare MVP facendo due annate meravigliose che rimarranno nella storia dei tifosi, della società e magari anche di Banks. Con la sua famiglia hanno scelto una nuova avventura. Ci siamo rimasti male. Abbiamo fatto un’offerta con due anni più il terzo garantito“.

Queste le parole del presidente di Brindisi Nando Marino nel commentare la decisione del suo ex giocatore. Un’esternazione che fino al momento in cui si ferma al dispiacere e alla comunicazione di aver fatto tutto il possibile per trattenere il giocatore è positiva sia per l’immagine che per i tifosi, consapevoli di avere una società disposta a tutto ciò che è in proprio possesso per restare in alto. Da quando si parla di gratitudine e di “aver fatto diventare un giocatore l’MVP” si cade nello sterile e immotivato attacco al giocatore.
Per quale motivo Banks non dovrebbe sentirsi libero di affrontare una diversa sfida professionale, una nuova situazione per la sua carriera e la sua famiglia o semplicemente monetizzare due annate di grandissimo livello?
Per riconoscenza a una società che ha dato l’ambiente giusto per crescere e in cambio ha ricevuto prestazioni da MVP? Si, perchè senza Banks è improbabile che la squadra sarebbe potuta arrivare a due finali di coppa Italia e lottare sistematicamente per i playoff. Perchè questa famosa riconoscenza viene chiamata in causa unilateralmente? Per quale motivo chi ha vissuto un biennio positivo debba autolimitare i propri orizzonti solo per i bei ricordi dei tempi andati? Si gioca a basket, i giocatori vengono pagati e se le LORO PRESTAZIONI meritano di più, è automatico coglierne le occasioni.

Questa la risposta del giocatore che poi è stata rincarata anche dal suo compagno Kelvin Martin:

Quello che bisognerebbe tenere da questa storia sono i messaggi di supporto, di ringraziamento e d’in bocca al lupo dei tanti tifosi Brindisini riconoscenti a Banks per ciò che ha dato loro (lui lo è ugualmente per ciò che ha ricevuto). Queste cadute di stile non dovrebbero esserci nemmeno nelle discussioni da bar, figuriamoci se a a pronunciare tali parole è un presidente di una società di serie A. Quando impareremo davvero che questo, per i giocatori professionisti è un lavoro al 100%, forse proveremo a immedesimarci nelle loro scelte di basket e di vita…perchè non venitemi a dire che se nel vostro lavoro tradizionale vi offrissero 200 euro in più al mese voi rifiutereste in nome della “riconoscenza”.