NBA: Harden & Paul: Batman ha il suo Robin

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Quando due – o più – superstar si coalizzano in un’unica squadra per fare il salto di qualità, la frase che quasi sempre si sente è “eh, ma si gioca con un pallone solo: riusciranno ad adattarsi l’uno all’altro in tempi brevi?”. Anche la trade tra Rockets e Clippers per Paul non ha fatto eccezione da questo punto di vista, ma i risultati di squadra non hanno certo risentito della presenza in squadra di due giocatori del genere. O meglio, non come i più critici potrebbero pensare. Vediamo perché.

IL PADRONE DELL’ATTACCO

Patrick Beverley è sempre stato considerato il complemento perfetto per James Harden. Buon tiratore da tre da attivare sugli scarichi del Barba, poche pretese di palloni e, soprattutto, ottimo difensore.
Con l’arrivo di CP3, il gioco dei Rockets non è cambiato a livello teorico nel senso che la squadra corre molto (decima in pace) e tira tanto da tre (prima, con 8 tentativi di media a partita in più della seconda, Brooklyn).
Il modo per far coesistere Paul e Harden è abbastanza semplice, dal momento che, quando sono in campo insieme, si spartiscono equamente i possessi offensivi.

Houston non è una squadra che muove tanto il pallone – 22esima per percentuale di assist a partita, 56 – penultima per passaggi medi a partita e 23esima per assist a partita (22). Considerando quanto segnano i Rockets, secondi per offensive rating ad un niente dai Warriors primi (113.7), questo è indice di un numero alto di isolamenti: infatti la squadra di D’Antoni è prima per percentuale di isolamenti nella Lega, tre punti esatti in più di Oklahoma City, seconda (14.1 e 11.2).
In realtà ai Rockets non serve passarsi molto il pallone per produrre punti, avendo eccellenti tiratori sugli scarichi oltre ad uno tra i primi tre attaccanti nella Lega – Harden – e un altro, Paul, che è il miglior play della sua generazione, nonché uno che sa costruirsi tranquillamente un tiro da solo.
Quando l’ex Thunder fu promosso play titolare, almeno come etichetta, i puristi del vecchio basket sono inorriditi. Harden però è un eccellente passatore, sia come qualità dei passaggi, sia come letture.

Qui Harden in transizione (dove i Rockets segnano 1.20 punti per possesso, i migliori in NBA) ribalta il lato per la terza tripla consecutiva di Ryan Anderson nel primo quarto della partita contro gli Spurs.

Harden però è un eccellente giocatore di pick&roll. In questa situazione i Rockets segnano 0.93 punti per possesso, terzi in NBA. Il numero 13 di Houston è quarto per punti a partita segnati in questa situazione, appena sotto i 10. In questa clip vediamo la sua abilità nel passare il pallone nella tasca, nonostante il raddoppio…

…ma può anche far collassare la difesa su di sé e trovare un tiratore appostato sull’arco per un tiro da tre. Il pallone non si è mai mosso dalle mani di Harden, ma i Rockets sono comunque riusciti a costruire un buon tiro.

COMPLEMENTO PERFETTO

Il problema dei Rockets negli ultimi anni era trovare qualcuno in grado di sopperire alle mancanze offensive quando Harden riposava.
Nell’anno della finale di Conference (’14-’15), l’offensive rating dei Rockets senza Harden precipitava a 93.7, ampiamente il peggior dato della Lega se parametrato per una stagione intera (i Kings erano ultimi in classifica con un o.rtg di 100.6, fate voi). Già con l’arrivo di Eric Gordon le cose sono migliorate esponenzialmente; con Chris Paul, adesso, almeno uno dei tre rimane in campo quando gli altri due riposano, garantendo la presenza in campo di un giocatore in grado di crearsi da solo il proprio tiro.

CP3 ha cambiato il proprio modo di giocare almeno nella selezione delle conclusioni. Tre stagioni fa, il 32% dei suoi tiri 2 arrivava dal mid-range, l’anno scorso il 30%, quest’anno solo il 17, per rimanere in linea con i dettami del basket moderno (e di D’Antoni). Stesso dicasi per i tiri da tre punti. Lo scorso anno, i tiri da tre costituivano il 33% del suo gioco offensivo: quest’anno la percentuale è salita quasi al 42%.
La percentuale di conversione dei tiri dalla lunga distanza è ottima e in linea con quella dello scorso anno (40%). Sulla qualità, possiamo discuterne. Il 9% dei suoi tiri da 3 arriva very late, secondo la dicitura di NBA.stats (cioè con 4 o meno secondi sul cronometro), e vengono convertiti con il 29% scarso. Il 20% dopo aver compiuto 7 o più palleggi (qui però la percentuale arriva quasi a 42), e il 24% dopo aver tenuto la palla per 6 o più secondi (anche qui la percentuale è abbastanza buona, 38% abbondante). Insomma, CP3 si prende tiri difficili, ma lui non lo sa, e continua a segnarli.
Interessante è invece la situazione di gioco a due tra Paul e Harden, con l’uno che blocca per l’altro, e viceversa, obbligando la difesa a reagire e a fare una scelta in poco tempo.

Harden riceve il blocco di CP3. Tyler Johnson e Josh Richardson decidono di raddoppiare il Barba. Nessuno però ruota su Paul, e James Johnson non aiuta per paura di perdere Tucker in angolo. Risultato: tripla aperta per l’ex Clippers.

Qui invece il blocco porta ad uno scambio delle marcature, col piccolo Tyler Johnson che si sposta su Harden, perdendolo anche di vista per un attimo. Harden ne approfitta, mettendo il tiro che sigilla la partita.

L’arrivo di CP3 a Houston ha consegnato a D’Antoni probabilmente la squadra più completa che abbia mai avuto in carriera. Il roster è profondo e dotato di giocatori con punti nelle mani, tiro e capacità di difendere su più ruoli, un must nella NBA attuale, a maggior ragione se l’obiettivo è battere i Warriors, o quantomeno impensierirli. Soprattutto, lo scambio ha dimostrato che, quando i giocatori coinvolti sono di così grande spessore e, soprattutto, intelligenza cestistica, l’adattabilità e la chimica sono problemi relativi.