NBA: gli Heat hanno già vinto il loro anello

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L’incubo Covid pare ormai essere stato accantonato grazie alla Bolla di Orlando e la tornata 2019/20 si avvia alla faticosa conclusione. Alla vigilia della finale a Est e di gara 7 tra Clippers e Nuggets per raggiungere i Lakers, possiamo però già fare qualche bilancio ed assegnare il primo anello stagionale, quello di comeback team of the year, assolutamente tutto degli Heat, seconda franchigia dal 2000 ad arrivare tanto lontano con un seeding così basso (5°).

Un miracolo gestionale da dividere in tre

Alzi la mano difatti chi avrebbe pronosticato un campionato dignitoso dopo la debacle passata, nella quale il ritiro di Wade era coinciso con l’assenza dalla postseason dopo anni di dominio nella patetica Southeast Division. Miami non si è fermata invece a questo, bensì ha giocato un basket autoritario e feroce sin dallo start, perdendo solamente un paio di brutte gare in modo troppo rilassato (Wizards e Magic a dicembre), mantenendosi altresì sul pezzo in ogni dove dando a vedere una nuova mentalità che ha coinvolto tutto il cast all’interno del parquet. Tale fame di arrivare e progredire è tuttora presente e i Celtics ne avranno la riprova, anche se lo splendido viaggio intercorso dovesse fermarsi al loro cospetto. I meriti vanno ascritti a tre protagonisti principali, il genio delle stanze dei bottoni Pat Riley, che dal nulla è riuscito a ripulire il roster di ingaggi estremi per presunti crack rivelatisi poi mastodontici bust, puntando Butler quale unico uomo della provvidenza per una rebuilding istantaneamente vincente, un coach tra i migliori dell’ultimo ventennio capace di adeguarsi a qualunque nuova soluzione, ed infine appunto il carismatico 31enne texano, probabilmente ad oggi l’unico assieme a LeBron decisivo nel modificare la psiche di un club intero non appena entratovi a farne parte, dai giocatori fino al front office, per arrivare a focose fanbase come quella di South Beach! Il traguardo delle Conference Finals – ottava apparizione sotto Riley – è un risultato prestigioso e inaspettato se si pensa che è il primo dopo l’era dei Big Three (2014) e che i mezzi a disposizione sono nettamente inferiori.

Max Kellerman on the Heat: Pat Riley's leadership, Erik Spoelstra's coaching & Jimmy Butler's grit - YouTube

Abbiamo a suo tempo già decantato le lodi dell’ex Bulls e di quanto la tumultuosa off season da lui trascorsa abbia modificato in meglio le ambizioni qui a Miami e successivamente asfaltato quelle dei Sixers; adesso dobbiamo continuare e rimarcare il percorso netto intrapreso durante questi pazzi playoff, nei quali gli sweep da considerare sarebbero stati due, dato che la dipartita di Giannis ha inconsciamente evitato il cappotto ai poveri Bucks dopo quello ai Pacers, provocando rilassatezza da un lato e orgoglio nell’altro. Gli Heat non sono una macchina da guerra e non hanno la superstar in grado di segnare in ogni modo, ma per merito di Spoelstra (quinta finale a est in 12 tornei da head) si sono riciclati in un asfissiante team in grado di coprire tutte le zone del parquet, bypassando pure l’assenza di una point guard tradizionale e perciò il cruccio delle palle perse dal palleggio; nel clutchness difensivo inoltre sono la migliore squadra NBA (plus 28, 64.1 def rtg e 97.1 pti su 100 possessi nel quarto quarto), e la fiducia ottenuta al fianco del loro deus ex machina, conquistata sputando al suo fianco sangue e sudore, permette a tutti gli interpreti di dare un contributo paritetico nelle due fasi. Miami è oggi la franchigia più profonda di tutta la lega, e niente hanno a che fare con loro persino i Clippers, da noi a questo punto erroneamente esaltati per il loro deep chart, dimostratosi invece negli step salienti dei playoff isolato a Leonard e saltuariamente a George e Williams, anch’essi però poco glaciali. Qui invece gli skills-men non si contano in un palmo della mano, specialmente nelle soluzioni da fuori, e fanno degli Heat un agglomerato di play creator offensivi per di più affamati e feroci a protezione dello score.

La postseason da corazzata in nome di Butler

L’All in contrattuale verso Butler, rifiutato da Brand a Phila, dà i suoi frutti nella postseason alla stessa maniera che in regular e ne fa il nostro indiscusso MVP, per l’abilità empatica di trasformare chiunque gli sia vicino e provocare verso gli avversari una sorta di corazzata intestata a suo nome! Oltre alla verve dominante sul parquet va addizionato un sur plus tecnico non da trascurare, con la solita sentenza dalla lunetta, dove presenzia pressapoco 11 volte per game (numero uno fra tutti), e nelle realizzazioni nel paint, arma micidiale che performa insieme a Dragic – pure lui nella fase reboot della carriera grazie a Jimmy – con 8.4/8.7 punti a partita, quasi 22 totali al 48%, 5.6 rimbalzi e più di 4 assist e 2 rubate, in linea dunque con le medie annuali, con la sostanziale differenza nelle percentuali da tre e fuori dal pitturato, migliorate dallo scarno 24.4% al 43.

Won't Be Going to the NBA Finals": Former Celtics Star Makes Bold Predictions About Miami Heat - EssentiallySports

Tra i pupilli di Butler si esalta Adebayo, il feeling con il quale è emerso sin da subito, consentendogli fra l’altro la primordiale passerella All Star e ora un contributo fisico straordinario, per quello che è forse l’unico a scendere in campo senza la specialità da long range, realizzando comunque molto dalla media durante i raddoppi sui numerosi cecchini al suo fianco, passando dal 22.3% all’attuale 52.5. A 23 anni risulta decisivo il suo apporto, col secondo plus/minus di squadra, il 54% (16+punti) dal campo, l’87 dalla foul line, circa 12 rimbalzi, 4.8 assist per 35 minuti in 9 match: numeri a 360° esibiti in precedenza soltanto da Chamberlain, Barkley, Kareem e Giannis. Sensazionale pure il prosieguo di stagione da parte di Tyler Herro, leader da rookie per average e nell’elite di franchigia a performare da debuttante più di 10 punti in postseason, con D-Wade, Beasley, Steve Smith ed Eddie House nel lotto, al 41.3 percentuale dal field e il 40 dall’arco, lui punta di diamante da lontano congiunto a Duncan Robinson, re del catch and shot, entrambi aiutati nell’elevare il gruppo al terzo step di categoria dai servigi di Olynik e soprattutto Crowder, perfetto innesto da mid season, emigrato in Florida sotto traccia rispetto a Iguodala – comunque sempre utile in copertura – ma tassello fondamentale nelle due fasi.

Una squadra glaciale che non vuole fermarsi più

La sfida coi Celtics si preannuncia quale battaglia fisica, da contatti stretti e forzature estreme; d’altronde Boston è l’unica squadra con la miglior media punti subita rispetto a Miami, team camaleontico che eccelle sia nel limitare gli attempt da distanza profonda ma anche nel velocizzare i raddoppi a centro area, come visto contro i tiratori di Indiana e nell’annullare le transizioni di Giannis con Milwaukee. Gli Heat hanno il quarto miglior defensive rating playoff a 105.4 punti su 100 possessi, traendo vantaggio dall’inimmaginabile impatto che Crowder – oramai starter per il comunque recuperato Nunn – e Iguodala esplicano particolarmente nella parte finale dei match, impiegati a turnazione da Spoelstra in codesto frangente con Dragic, Butler, Herro e Adebayo a chiudere le maglie verso conclusioni non forzate. La freddezza a questo punto divenuta costante in close situation, si vede sia dall’offensive rating da quarto periodo (ben 118 punti) che nell’outscore sui rivali, prossimo al 50 di margine.

Miami Heat: Pat Riley won't retire until Heat win another championship

Quel che spaventa è la progressione a tutto tondo del team, mai domo nello spingersi innanzi vette estreme ed inimmaginabili a ottobre, perfezionata anche in attacco, dove a medie al tiro simili se non inferiori (da 46.8 a 46.1) corrispondono off rtg e tentativi dalla lunga aumentati (113 a 112 e 13.4 a 14.1), segno di autostima nell’aggiungere soluzioni al proprio arsenale. Alla vigilia della serie per proclamare il campione nella Eastern Conference, gli Heat arrivano sulla carta maggiormente riposati dei Celtics, ingarbugliati dall’orgoglio Raptors a restare in campo per 7 faticose gare, a differenza di Miami sempre in controllo sui Bucks, ma a questo punto ognuno darà l’anima per avere la meglio sull’altro, recuperando energie quasi scariche.

Qui in Florida comunque vada il proprio campionato è stato già vinto, superando le perplessità della vigilia di critici e analisti, ma siamo sicuri che fame e voglia di vincere acquisita al fianco di Jimmy Butler darà ai ragazzi di Spoelstra la forza per provare a sorprendere ancora!

Pazzo di NBA sin dalle sfide epiche Lakers/Celtics anni 80! DJ, Byron Scott, Isiah, Kevin Johnson, Vinnie Microonda, John Stockton, Sir Charles, Grant Hill e il Run TMC i miei idoli. Dopo turbolente esperienze scolastiche ho maturato la passione per la scrittura, forse per rivalsa verso le "odiate" professoresse del passato..collaboro infatti da 20 anni su fanzine, blog, pagine FB e siti internet per quel che concerne jazzfusionprog, cinema e sport USA!

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