NBA, Houston Rockets: i mulini a vento della tracotanza

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Quando hai un gioco tanto spettacolare quanto arrogante, la differenza tra l’essere sconfitti o l’essersi battuti da soli è molto sottile. Houston è stata una squadra pazzesca per larghi tratti della stagione regolare, nonché dei playoff, ma in quel maledetto terzo quarto di gara 7 ha visto naufragare le proprie speranze nella fragilità del proprio gioco di cristallo. Con 27 triple sbagliate di fila, qualsiasi squadra ha ben poche possibilità di vedere il referto rosa alla sirena finale, ma a voler essere onesti, la spasmodica ricerca del tiro da tre non è l’unico crimine (e recrimine) della squadra di D’Antoni. Se è infatti vero che i Rockets ricordano agli appassionati di questo sport che nella pallacanestro il primo comandamento è quello di “prendere quella maledetta palla e buttarla nel cesto”,  bisogna considerare anche che la seconda e ben più cattiva legge recita tesualmente: “gioca al meglio delle tue possibilità ma non insultare il tuo avversario”. La tragedia greca indicava col termine “ubris”  la tracotanza  dell’eroe, costretto a subire il castigo divino per il suo guanto di sfida alle disposizioni di madre natura; nello sport il concetto non ci va molto lontano, non ha un nome preciso, ma di sicuro poggia i suoi confini a cavallo tra il fair play e la legge di Murphy.

Sono i minuti finali e decisivi di gara 5, Paul prende la squadra per mano e decide di risolverla da solo: si gioca un isolamento contro Curry, che lo attende, pronto e deciso, per il duello di cavalleria rusticana tra due play di categorie diverse. Ora, CP3 non avrebbe forse bisogno di caricare emotivamente la contesa, ma dopo quel canestro, che ha un coefficiente di difficoltà assurdo, si toglie la polvere dalle spalle in un gesto sardonico, che magari non irride, ma di sicuro schernisce tutta Golden State. Potrebbe dirsi finita lì la serie per gli Houston Rockets, che poco dopo perderanno il proprio Don Chisciotte per un problema muscolare, ma queste non sono pagine di letteratura o di tragedia. Golden State, nelle due gare successive, si appropria del polso della serie, con Thompson e Curry che sono chirurgici, Durant che fa il suo e il resto della combriccola che s’iscrive alle festa per chiudere, anche in maniera piuttosto facile, quella gara 7. Si, forse è vero che quelle 27 triple in fila sbagliate incidono, eppure è  un po’ come la lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento, sterile, farraginosa ed quivoca. Gli scettici diranno che non è ancora arrivato il momento per la pallacanestro da 7 second or less per imporsi a livello NBA nel suo modo semplice e dinamico, ma non c’è da seguirli fino in fondo. Infatti, quando i ragazzi di Kerr fanno pressappoco la stessa cosa sul parquet, la domanda non può che sorgere spontanea: siamo davanti alla stessa bottega artistica o sono due metodi diversi?

LE STAGIONI DELL’AMORE DI PAUL

Si dice sempre che una squadra fatta con lo stampino da coach Mike D’Antoni, debba partire necessariamente da un play di qualità. Ai Rockets mancava sicuramente un geometra che sapesse giostrare le sorti del ritmo e dal mercato era arrivata, con annessi e connessi, la “rivoluzione losangelena” per vincere e fare il salto di qualità. Eppure, tra alti e bassi, il percorso di Chris Paul e compagni si ferma con una finale di conference dopo il primo posto in regular season.
Allora, fu vera gloria? I numeri non parlano a favore del play ex Clippers, che è stato amalgamato dal sistema solo con l’incedere delle gare post infortunio. Sempre un passo indietro rispetto agli altri, sempre a compensare con le letture e il talento un sistema in cui poteva incidere meno. Sembrava un notturno calante, prima della grande esplosione di talento che si è vista nei playoff, dove ha confermato sia di essere l’unico vero erede di quella dinastia di point guard anni ’80 per carisma e voglia di lottare. Ecco, però il cuore non basta a una squadra che vuole competere per il titolo, perchè Paul ha dimostrato con estrema schiettezza il suo cruccio più grande, ossia quello di essere un amabile perdente.

Pesi e misure che vanno analizzati con lucidità. CP3 ha saputo raccogliere il testimone di una squadra abituata a giocare con Harden – e quindi con una stella che costruisce prima per sè – in punta; è diventato inoltre l’uomo franchigia nelle fasi cruciali dei match, un ruolo che non gli si vedeva da tempo, ma il risultato non è arrivato. Col sole, però, si è vista anche la pioggia. Il fisico sembra non sorreggerlo più ed il suo impatto difensivo non è notoriamente la chiave per vincere le partite. Aggiungiamoci un sistema da alti possessi e ritmi e che non può prescindere da una single coverage adeguata quando le cose si fanno serie ed ecco che i dubbi sul numero 3 affiorano. Rinnovarlo al massimo salariale per l’ultimo stint della sua carriera e tenerlo con tutti i suoi pregi e difetti, oppure lasciarlo andare? Una scelta di cuore vorrebbe la riconferma di CP3, anche solo per la sua voglia di aver sfidato Curry e – di fatto – l’intero establishment NBA, che appare ammaliato dal gioco e dalla balistica impossibile del figlio di Dell. Eppure il campo ha detto altro e quindi la decisione pesa come uno di quei suoi tiri forzati: la palla ora va ai GM, che valuteranno se c’è carne in fase di cottura sulla griglia, e si sa che in Texas di bistecche se ne intendono.

SULLA LAVAGNA DI COACH MIKE D’ANTONI

Quando disegni una pallacanestro armonica e di spaziature non puoi prescindere da alcuni interpreti che sappiano valorizzare il tutto. Eric Gordon è di sicuro la bella conferma per i biancorossi. Il suo impatto ha dato solidità al pacchetto esterni sia in termini realizzativi che di circolazione, rendendolo un pezzo unico del mosaico che ricorda – un po’ sommessamente – quel Raja Bell che faceva da collante al gioco di Mike ai tempi dei Suns. Spesso è stato proprio il quintetto con tre small guard a funzionare, a far volare la squadra con quelle miriadi di giocate inside-out che hanno mandato al bar difensori e spettatori. Il segreto sembra essere quello di aumentare le chances di segnare, non solo di creare il miglior tiro possibile: se Houston va fuori è proprio perchè Golden State ha fatto questo lavoro ancora meglio, compattandolo con una difesa che sa come negare le giuste spaziature.

È in questo contesto di spazi e libertà che s’inserisce poi anche Tucker, che magari mal si sposa con Ariza nel giudizio finale basato sul risultato, ma che compone un duo che ha cambiato il modo di concepire la 7SoL. Se eravamo fermi al gioco offensivo a cui si aggiunge un pivot dalle mani educate alla Stoudemire – e su Capela si parlerà a breve – di certo in Texas quest’anno la musica è cambiata: D’Antoni ha scritto nuove opzioni e dettami sulla sua lavagna. Ha visto finalmente la possibilità di usare l’ex Lakers come specialista difensivo capace di cambiare anche sui lunghi da situazioni in movimento, mentre con l’inserimento a pieno regime dell’ex Suns ha potuto avere energia e intensità a rimbalzo, ovvero due caratteristiche che fanno evolvere la sua pallacanestro. Sarebbero loro il discrimine e il fattore determinante per la vittoria, così come avviene nella Baia di Oakland, dove un buon mattoncino è portato dalla “difesa” di Green e da Durant. Eppure le cose non vanno così. Se è vero che la coppia funziona, anche discretamente, nel dare al gioco dei Rockets una dimensione diversa su tutto il parquet, sono proprio i due frombolieri in questione a perdere quel giro in attacco che poi di fatto indirizza le due sfide finali della serie. Il gioco vale la candela o si deve cancellare tutto?

THE WALKING “SWISS” MOUNTAIN: CLINT CAPELA

Clint Capela è l’uomo copertina per quello che attiene al mondo Rockets non ancora sbocciato. Dire che un centro dalla Svizzera potesse cambiare le sorti della squadra, e soprattutto non costringerla ad un quintetto con Ryan Anderson da falso numero 5, era impensabile anche ai più esperti di questo settore. La crescita muscolare, accompagnata ad un raffinamento tecnico delle doti balistiche, hanno portato il centro di sicuro ad una maturazione non indifferente, che lo rende non solo un perfetto anello di congiunzione del sistema, ma e soprattutto anche quel rim protector che serve a presidiare l’area dei tre secondi. Un uomo che sa anche sempre metterci il sorriso, essere un faro di luce e di speranza che parte con il lavoro oscuro e finisce per arrivare sul palcoscenico a dover chiudere i troppi buchi del secondario lasciati dai suoi compagni.

Non si parla solo di Most Improved Player of the year, ma anche e soprattutto di un ragazzo che davvero ha sgomitato per potersi affermare ad un livello quantomeno accettabile in NBA, diventando di fatto la superstar inattesa che si aggiunge ai big del gruppo. Houston ora se lo coccola a dovere e cercherà di tenerselo stretto, ma a patto di non modificarne la personalità. La condizione unica affinchè il ragazzo di passaporto svizzero possa continuare la sua crescita è miglioramento passa anche dal saperlo accettare per quelle che sono le sue attitudini, ben consci che queste mal si conciliano col tiro dalla lunga distanza che è prima opzione della franchigia. Se poi, invece, il ragazzo venuto da lontano dovesse imparare ad avere continuità con quel “mid range” – che è stato il cruccio di ogni membro in maglia Rockets di questa stagione – allora Mike D’Antoni si ritroverrebbe il centro dei suoi sogni, quello che gli sa innescare il gioco e proteggerlo dalla grandine.

UN UOMO “SOLO” (AL COMANDO): JAMES HARDEN

Impossibile fare altrimenti: o lo ami o lo detesti, per quanto sia forte. Ammettendo di essere stato nella categoria di chi ha sempre remato contro il Barba, questi playoff hanno mostrato, forse in maniera definitiva, che dietro a quei tre giocatori che sono attualmente alle Finals, si erge la stella di Houston. James Harden è un giocatore capace di vincere ed ammazzare le partite con il suo modo, del tutto singolare, di interpretare la fase offensiva. Uno che partito come uomo di ritmo, da sesto uomo, dalla panchina, è stato prima messo nell’angolo ad affinare la mano al tiro, poi a dirigere le operazioni dal palleggio e, soltanto ora, ha ricevuto la licenza di uccidere che attiene alle superstar senza tempo. Le ultime due gare in cui il canestro lo centra poco sono solo il sintomo di una brutta giornata, che può capitare a chiunque, ma non una macchia del suo talento. Emerge invece in maniera inequivocabile l’esatto opposto, e cioè che spesso è il suo talento che sopperisce alle mancanze altrui, circostanza che si verifica nella maggior parte dei casi, nonostante il gran numero di vittorie arrivate.

Le gare perse contro i Warriors, con buona pace dell’ultima, sono lo specchio di un film dalla trama trita e ritrita: quattro giocatori fermi, specie nel finale, aspettando che “lui” inventi qualcosa, si prenda un fallo, faccia quella giocata che cambia il corso di una sfida che altrimenti sarebbe già decisa. In questo Harden non  può nè deve avere rimpianti. Eppure la sua leadership solitaria e netta sembra non potersi conciliare, in questa squadra e alle condizioni di questa tipologia di gioco adottata, con il suo talento. Un estro che va accudito e coccolato, accompagnato, e non lasciato alla mercè della difesa avversaria che sa come aspettarlo, come limitarlo, come fargli cambiare idea. Se la partita di finale di Western Conference finisce in passerella per i Warriors, il merito è di Kerr, che magari parte da una concezione del gioco similare a quella di Harden, specie per la visione che si ha del campo fuori dall’arco dei 6,75 mt. Forse però va anche sottolineato il demerito della ripetitività di un gioco, quello di Houston e della sua 7SoL, che si conferma perdente nei radar NBA e che non può che estremizzare il talento dell’ex OKC. Da qui però non nascono solo problemi ma obiettivi e opportunità: fare meglio e migliorare partendo dai propri errori, individuali o di sistema poco importa. In questo il Barba è forse il migliore, analizzare il perché della sconfitta e rilanciarsi per fare meglio, come se fosse uno qualunque.