Il virus dell’Armani: una “corona” di spine…(di Werther Pedrazzi)

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Armani
Flickr Olimpia Milano

All’Isola del Diavolo, Guyana francese, uomini dimenticati da tutti, e dimentichi perfino di se stessi, nell’inferno di una galera cui tutti si arrendevano, tranne il meraviglioso Papillon, con le sue indomabili e meravigliose ali della libertà, che guardando sprezzante il suo aguzzino, sussurrava:

Passerai. Passerai anche tu, maledetto sergente…”.

E così, passerai anche tu, maledetto virus. Passerai. Lasciando, tuttavia, una brutta e dolente Corona di spine. Un virus ben strano. Che agisce nei teatri, nei musei, negli stadi e nei palazzetti, dove la gente “vive”, ma NON nei centri commerciali, dove la gente consuma, nello squallido spettacolo dell’accaparramento !!! E tu, Herbert Marcuse, mito della nostra gioventù, per cosa sei vissuto, ed hai scritto? Per cosa e per chi? “L’uomo ad una dimensione”, dove affrontavi il tema dell’annullamento di ogni sentimento e ragione, nella funzione (unica) del consumatore: lo intendevi come un monito, si è rivelato una previsione. Nell’era in cui l’IO, con le sue mille diverse e particolari, egoistiche, declinazioni, ha sostituito il NOI, portatore degli interessi superiori e generali. E se lo sport è il riflesso della vita e della cultura, ne abbiamo colto il delirio.

Corona virus: basket-calcio 1-0

Diciamolo subito: molto meglio il basket del calcio, quest’ultimo con le sue tiritere e manfrine. Almeno il basket ha deciso: tutte le partite a porte chiuse. Tutti scontenti, naturalmente. Ovviamente. Economicamente, ma anche moralmente. Poiché lo sport senza il pubblico rasenta l’umiliazione. Ma cosa si poteva fare, altrimenti? Tutti o nessuno, dicevamo da bambini. E allora, meglio tutti scontenti che qualcuno più contento di altri (vedi lo spreco di tempo, e dignità, nelle furibonde polemiche tra Inter e Juve). Almeno nessuno potrà dire (come è stato detto del calcio): campionato falsato. E il merito, onere più che onore, va ascritto per una volta tutto alla Fip, con la Legabasket impegnata e immersa nel guado di transizione.
Non che, anche nel basket, non ci sia stato chi ha provato a far danni di irresponsabilità collettiva. Però, respinto. Come quell’allenatore che ha dichiarato:

Per come sono fatto io, il basket viene prima della salute.

E magari sei fatto male? Ma forse intendeva dire che il basket viene prima della salute… altrui? Più probabile che, in un mercato (degli allenatori) ad altissima competizione, intendesse qualificarsi come uomo di passione assoluta. Dimenticando che poi, magari, uno scarso valore dell’intelligenza avrebbe potuto ridurre anche il potenziale della passione. Peccatuccio sciocco, comunque veniale. Rispetto alla tracotanza dell’Eca (la società di gestione di Eurolega ed EuroCup):

Noi non ci occupiamo della regolarità dei voli o delle problematiche sociali, se la Virtus Bologna non si presenterà ad Istanbul sul campo del Darussafaka, perderà la partita 20-0.

L’abbiamo sempre saputo, non avevano bisogno che ce lo confermassero, che il loro ambito è quello esclusivamente economico. E il basket un mezzo (bello, e se volete anche ben organizzato) di profitto. Naturalmente il coro di proteste, anche in questo caso in testa la Fip, li ha costretti alla retromarcia. Ma, come diceva Mike Buongiorno, la prima risposta è quella che conta.
Passerà, passerà anche questa Corona di spine.

Olimpia Milano

Olimpia: è buio pesto oltre la siepe

Intanto a Milano. Addio… Una serata lugubre. La notte delle civette. Il Real Madrid arrivato a Milano nel primo pomeriggio, ripartito immediatamente dopo la gara. Porte chiuse. E l’Armani che doveva vincere, ben oltre la paura madrilena del virus, perché il Real si è presentato senza cinque titolari. Ma sono bastati Tavares (13 punti e 12 rimbalzi, Mvp della gara), Fernandez, Laprovittola e Thompkins, per il veni, vidi, vici. Nonostante il cecchino Carroll (1/10) non avesse mai tolto la sicura al suo fucilino. E il temuto Campazzo? 1 punto in 39 minuti e 7 negli ultimi 60 secondi: davvero Facundo…
E Milano? Saremo poco professionali, ma, lo confessiamo, non troviamo parole. E non le troviamo in assenza di ogni logica. Per una squadra ove non si distingue più il vero dal falso. Primo periodo, 25-11, soprattutto 35-4 di valutazione! Con il vantaggio che si allargava fino al +17 (30-13): è questa, dunque, la vera Milano? NO, falsa. Poiché immediatamente subiva un parziale di 0-17 (30-30). Però tornava vera? Riallungando per due volte a +10 (45-35 e 55-45). Vedete, sa reagire, è quella vera. Una squadra vera? Più falsa di Giuda, che tradisce, e subisce un altro parziale di 0-14. Forse una non-squadra. Perché? Domande senza risposta.

Motivo logico per quelle ricadute non c’è. E’ una sindrome acuta. Una storia vecchissima. Quella dei buoi e della stalla. La lasciano aperta e poi cercano di richiuderla quando i buoi sono ormai lontani, che pascolano nella pianura. Logica assente, dicevamo, soltanto flash… Zero Scola, zero Nedovic e Roll, poco più di zero Gudaitis e Tarczewski, fuori Brooks, zoppo Rodriguez, e il professor Vlado Micov che appena dopo aver riavvicinato Milano (67-69) con due tiri liberi spara una tripla forzata e si ripete a 18 secondi dalla sirena (73-76) senza nemmeno arrivare al ferro.
Morale: se non c’è patria non ci può essere il salvatore. Peccato soltanto per Ricky Moraschini (21 punti con 4/6 da 3 e 6 rimbalzi) che anche quando sbaglia mostra quella faccia (giusta) che altri, tutti gli altri, non hanno. Ci arrendiamo. Domani chissà, forse troveremo qualche spunto di analisi seria. Al momento è soltanto buio pesto oltre la siepe…

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