Io e Federico Buffa, incontro a sorpresa alla Oracle Arena

Per chi adora il basket e vive a San Francisco la giornata di martedì 6 febbraio proponeva un programma serale niente male. Alla Oracle Arena gli ospiti dei Warriors sarebbero stati gli Oklahoma City Thunder. Una partita da non perdere, tant’è che avevo richiesto l’accredito con largo anticipo e avevo avvisato il mio capo al lavoro (quello vero!) che sarei uscito un paio d’ore prima del gong.

Alle cinque del pomeriggio – due ore e mezza in anticipo rispetto alla palla a due – ritiro il mio pass e mi avvio in sala stampa, dove cerco di comprendere quale sia la postazione assegnatami in zona media (al primo anello). È interessante notare come i Warriors abbiano sostituito i classici fogli A4 con un grande schermo a 5o pollici sul quale compaiono i nomi dei giornalisti e il rispettivo posto. I due titoli NBA vinti in tre anni hanno gonfiato le casse a tal punto da rendere possibili questi lussi. Settore 124, posto 9. La sorpresa è leggere al numero 10, a fianco del mio nome, quello di un altro italiano: Federico Buffa. Alla prima lettura non ci faccio troppo caso, poi però riguardo, rifletto e dico, fra me e me: “Sarà proprio lui?”.

Ci penso ancora qualche istante, poi, presa visione di dove andrò a sedermi, metto da parte l’informazione e proseguo nel mio ormai consueto rituale pre-partita. C’è il riscaldamento delle squadre che rappresenta sempre un momento interessante per ammirare il modo in cui i giocatori si avvicinano all’impegno agonistico. Appena percorso il tunnel che porta al campo vedo Russell Westbrook impegnato in una serie di “uno contro uno” con il suo preparatore personale.
L’intensità è notevole, due palleggi e jumper improvvisi. Apprezzate da vicino, la reattività e la potenza sono impressionanti. Il numero zero di OKC prosegue poi con una sequenza di tiri da tre, per poi concludere con un paio di tiri dall’angolo, ma con i piedi fuori dal campo. Segnando l’ultimo dei due tentativi che si era prefissato, Wes si lascia andare a un grido e si avvia correndo verso gli spogliatoi per ricompattarsi con la squadra prima di scendere ufficialmente sul parquet.

Ora è il turno di Steph che ho avuto la fortuna di vedere già diverse volte dal vivo. E ogni volta ne rimango incantato!
Stiamo forse parlando (non me ne vogliano Ray Allen e altri grandi tiratori) del migliore cecchino della storia del gioco e vederlo in azione, in sequenza, nel riscaldamento, è uno spettacolo per cui molti, io ovviamente incluso, sarebbero disposti a comprare un biglietto.
Curry comincia con una serie di palleggi a velocità impressionante per riscaldare i polpastrelli. Ogni volta che lo osservo in questa fase, tra me e me penso: quante ore di lavoro quotidiane serviranno per poter arrivare a quel controllo di palla? L’MVP 2015 e 2016 sembra una macchina perfetta in ogni suo piccolo movimento. Passa poi alle serie di tiri e qui è lecito parlare di “poesia in movimento”. Il rilascio è sinuoso, il follow through su cui tanto insistono gli allenatori del tiro è perfetto, il polso che si spezza prendendo la forma di collo e testa di un cigno è da manuale del basket. La velocità con cui Steph prende palla e la rilascia è qualità rarissima. Poi ci sono i tiri dal logo che Steph lascia andare con irrisoria facilità, facendomi pensare che tra qualche anno magari la NBA deciderà di introdurre il tiro da 4, chissà!

La mia attenzione si sposta a questo punto sul dj dei Warriors, posizionato a bordo campo, è il “Black Month” e D-Sharp fa girare i dischi con un’energia e un coinvolgimento speciale. La musica? Ovviamente hip-hop con selezioni tra “old school” e ultime hits. Poi un boato fa ritornare la mia attenzione su Steph che ha appena segnato dal tunnel, al primo tentativo (vabbè, non sei umano …).
Guardo l’orologio e ormai sono le sette, quindi manca mezz’ora all’inizio. Ritorno nell’area dedicata ai media per mangiare qualcosa. Il menù prevede meatballs e mac-cheese (un misto di pasta e formaggio), serviti dalla solita “black mama” che mi accoglie sempre con un sorriso e mi presenta i suoi piatti come se fossero prelibatezze da ristorante stellato. “Se ci fosse mia mamma a cucinare qui, sfornerebbe una delle sue fantastiche lasagne”, penso con un po’ di nostalgia. Ma per sette dollari mi posso anche accontentare. Bicchierone di cola per facilitare la digestione delle polpettone e sono pronto per salire al 124.

È DAVVERO LUI!

Come da programma al numero 10 c’era il cartellino recante il suo nome e pochi minuti dopo, con mia grande gioia, si palesa proprio lui: il mitico Federico Buffa. Lo accolgo con: “Federico sei qui, sei qui!”, indicando il suo posto, proprio a fianco al mio. Un po’ sorpreso di sentire qualcuno parlare in italiano, mi fa un cenno con la testa e dice “Ok… ok!”.  Azzardo un: “Federico, ci siamo conosciuti qualche anno fa, sono Sergio Cerbone”. Lui per gentilezza mi allunga la mano e mi dice piacere, ma tanto non si ricorda di certo di quel nostro primo incontro, così abbassa lo sguardo e si siede con comprensibile distacco. Tra di me penso: “Sarà venuto qui per godersi la partita ed ecco un italiano palesarsi, pronto a rompergli le scatole con mille domande e riterrà che neanche dall’altra parte dell’Oceano si può stare tranquilli”.

Preparo quindi una strategia per creare un dialogo, perché avere a portata di mano uno tra i giornalisti di basket più importanti del panorama italiano, uno dei maggiori conoscitori del gioco, non capita abitualmente. La stretta di mano non mi bastava, dovevo assolutamente strappargli qualche battuta. Ecco il piano: partenza soft, ignorandolo per qualche minuto (quanto avrei resistito?), poi passo all’attacco e incalzo con qualche domanda tra una tripla di Steph e una schiacciata di Westbrook, sperando in una sua apertura. L’inizio, con quella stretta di mano un po’ fredda, non mi era parso granché e più che altro temevo di infastidirlo con le mie domande. D’altronde era lì per la partita. La scena mi ricordava un vecchio approccio con una ragazza in treno, la dinamica era simile. Confidavo in un esito migliore rispetto ad allora.
Dopo cinque minuti di silenzio, butto lì qualche commento ad alta voce, favorito da una partita divertente. E vedo che Federico mi risponde. Buon segno, dico tra me.
A un certo punto lui mi chiede, ma Steph è il secondo canestro che segna? No, è il primo. L’altro è farina del sacco di Thompson, dall’angolo. “Giusto!”, mi fa. In quel momento credo di aver conquistato la sua fiducia. Avevo notato un particolare che gli era sfuggito o era un test?
Da quel momento la mia autostima è comunque alle stelle e mi sento autorizzato ad impostare un dialogo. Così mi gioco la prima domanda, pensata per qualche minuto, un banale quanto cortese:
Come mai da queste parti?”.
“Sto girando un documentario per Sky” mi risponde.

Intanto la partita prosegue ed è davvero bella, con OKC determinata a giocarsela per davvero, nonostante Carmelo Anthony si sia infortunato dopo pochissimi minuti e Roberson sia fuori dai giochi fino a fine stagione.
I duelli in campo sono di altissimo livello: Westbrook, come sempre vede rosso quando si trova di fronte Durant e, anche se i due non si marcano praticamente mai, è comunque una partita nella partita tra di loro, con azioni su azioni dove sono loro a giocarsela.
Buffa, dopo un intervento difensivo di Westbrook, si rivolge a me:
Vedi, non c’era nessun bisogno che si allungasse per cercare di recuperare quel pallone. Non ce n’è come lui, a quel livello di intensità sulle due metà campo”.
Il suo commento mi stuzzica, così provo a fare un rapido excursus in quella che è la mia memoria cestistica. Azzardo un Bryant, specificando che mi riferisco al primo, quello che indossava la numero 8.
Uhm, no questo è diverso” -dice- e non mi sento di smentirlo, ma gli occhi ritornano sulla partita.

A un certo punto, a sorpresa, è proprio lui invece a farmi una domanda, chiedendomi cosa faccio a San Francisco.
Gli spiego che sono in città da quattro anni per lavoro e catturo definitivamente la sua attenzione, forse anche un pizzico di stima, perché scatta un “Bravo, complimenti, sei davvero in gamba”. Parole davvero sentite e il mio orgoglio, in quel momento, è alle stelle.
Sarà stata la parola Product Manager o l’aver citato ingegneri americani a far breccia, inoltre sapevo benissimo, avendo letto molto sul suo conto, che proprio San Francisco è la sua città preferita, mi lancio chiedendogli quante volte fosse state alla Oracle: “Una ventina”. Vorrei rispondergli ”Io cinquanta!”, ma evito, non avrebbe senso.
Una domanda su cosa stesse facendo in Italia, però, mi sorge spontanea, visto che lui aveva chiesto di me: Federico tu sempre impegnato con il teatro?
Si, diciamo che c’è un sipario e che quando si apre io esco, ma è tutto…”.
Vabbè, sempre modesto sei…”.

Il dialogo tra noi pareva incanalarsi bene e non avvertivo più alcun timore nel chiedergli sul suo conto, anche se cercavo di dosare bene i momenti in cui fare le domande e quelli in cui tenere la bocca chiusa per permettergli di godersi la partita. Poi c’era anche da seguire il match, perché avrei dovuto scriverne un pezzo. Proprio mentre prendevo appunti, lui butta un occhio incuriosito sul mio computer e mi chiede se stessi lavorando. “No no, per il lavoro ho già dato, ora sto scrivendo il pezzo per la partita”. “Ah bravo mi fa, beh non male lavorare e seguire il basket che è la tua passione, mica male farlo a San Francico con questi Warriors”.
Tra un canestro di Curry e un coast to coast di Westbrook, la mia mente cerca di elaborare qualche altra buona domanda: i Clippers, ma certo! I suoi amati Clippers.
Senti, ma dei tuoi Clips cosa mi dici, visto che hanno appena scambiato Griffin?”. Mi guarda sorridendo come per dire, ehm cambiamo discorso, però poi mi dice che Gallinari ne stava mettendo 25 a sera, da quando Griffin se n’è andato.

GADGET, L’AMORE PER SAN FRANCISCO E PG CHE “PIPPENEGGIA”

Intanto scocca l’intervallo e Federico si avvia verso lo store:
Mi piacciono i gadget della NBA, vado a comprare qualcosa da mettere a casa”.
Prendi l’hoodie nuovo della Nike, ce l’hanno!”. Ormai avevo una certa confidenza con il personaggio.

Federico torna a mani vuote:
Vado dopo la partita”, mi dice.

Alla ripresa noto che Federico prendeva appunti su un taccuino, non gli chiedo però il motivo, saranno appunti che tiene per sé. Io invece tenevo il mio computer aperto per controllare i tweet dei giornalisti, ma decido di chiuderlo: cosa potevo trovare di meglio online, quando avevo di fianco uno dei più grandi esperti di basket in carne e ossa?
Federico si dimostra nuovamente curioso sul mio conto chiedendomi dove vivevo a San Francisco. A North Beach rispondo, e lui mi fa cenno con la testa, facendo capire che sa perfettamente di che quartiere parlo, tanto è vero che mi domanda: “Quindi prendi la Bart e scendi ad Embarcadero”. Ci aveva preso in pieno, conosce San Francisco davvero bene!
Federico mi fa notare che Javale McGee non ha messo piede in campo, ma farebbe comodo ai Warriors, in quanto OKC con Adams e compagni sta facendo il vuoto a rimbalzo. Era quella la chiave della partita con i Warriors sotto di 20 punti alla fine del terzo quarto e con Paul George a fare la voce grossa, definito “Pippenesco” da Federico. Il paragone ci sta anche se forse Pippen aveva meno tiro da fuori, ma per come ha detto Pippenesco dopo un suo jumper di un’eleganza fuori dal comune, mi stava bene così.
La partita scorre via, mentre Federico si mostra nuovamente interessato alla mia esperienza americana, prima mi dice:
Beh in questi quattro anni ti sei divertito con i Warriors!” e poi mi chiede se tornerò mai in Italia:  “A Natale” gli rispondo con lui che non mi dà motivi per tornare: “Beh, non ti stai perdendo molto, poi adesso siamo in clima elettorale e c’è un brutto ambiente con tutti che litigano”. Toccato l’argomento politico, mi chiede se voterò e allora gli spiego che noi italiani all’estero riceviamo la scheda elettorale un mese prima e che andiamo al consolato a votare. “C’è un mini seggio, quindi? E dov’è il Consolato?”, mi chiede interessato.
Lui conosce bene San Francisco, quindi non ha difficoltà quando gli dico che sta in Webster St.

C’è poi un tema caldo che m’incuriosisce a mia volta: la questione dei diritti del calcio e, visto che lui lavora per Sky, la domanda ci sta tutta. Pensavo dribblasse l’argomento, invece è un fiume in piena, in quanto il tema lo ha toccato e si vede.
L’attenzione di entrambi però torna sul parquet perché è finalmente il momento di Javale e con Federico ci scambiamo uno sguardo d’intesa: finalmente! Ma Javale o non Javale, i Warriors questa partita la perdono.
Gli ultimi minuti sono “garbage time” e quasi mi dispiace la partita stia finendo, vorrei andare avanti a chiacchierare con l’Avvocato, ma allo scoccare del minuto 48 è tempo di scendere giù. Io proseguo verso gli spogliatoi delle squadre per sentire le interviste post-partita, soffermandomi prima in quello dei vincitori. Federico invece mi dice che sarebbe andato via. Allora gli stringo la mano, lo ringrazio per la bella chiacchierata e gli chiedo una foto per immortalare l’inaspettato e gradito incontro. Non solo avevo assistito a una partita con in campo Durant, Curry, Westbrook e Paul George, ma addirittura l’avevo condivisa, avendo al mio fianco per più di due ore Federico Buffa, leggenda giornalistica italiana e mio idolo personale.
Il 6 febbraio 2018 è decisamente una data da ricordare.