Italbasket: lettera di emozioni a Romeo Sacchetti, detto Meo

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Sacchetti
Alessia Doniselli

Caro Romeo Sacchetti,

se mai ti giungeranno queste parole, spero che la tua reazione alla fine della lettera sia diversa da quella riservata a Kokoskov e il suo staff. Non saranno le nostre scuse a ripagarti, economicamente e moralmente, della vergognosa e inaspettata comunicazione con la quale sei stato sollevato dall’incarico di coach della Nazionale. Il fulmine scagliato dall’olimpo di Gianni Petrucci era atteso, non è stato a ciel sereno: ma a una manciata di mesi da Eurobasket 2022, nessuno si attendeva la separazione tra la Federazione e l’allenatore che ha riportato gli Azzurri sui maggiori palcoscenici globali dopo anni d’ingiustificata assenza.

Quando il 5 agosto 2017 sei stato presentato in conferenza stampa a Cagliari come successore di Ettore Messina, i dubbi che aleggiavano sulla tua figura non erano pochi. L’attuale coach dell’Olimpia Milano, dopo la delusione del Preolimpico di Torino, aveva deciso di privilegiare il ruolo di assistant coach al servizio di Popovich a San Antonio. L’incompatibilità con la panchina azzurra aveva costretto la FIP a individuare un sostituto. Di disponibili a tempo pieno non ce n’erano di abbastanza convincenti; quindi, si è optato per un altro selezionatore part-time. La lista di nomi era lunga, neanche fosse la spesa mensile di una famiglia con quattro figli da sfamare. La scelta è caduta su di te, Romeo detto Meo, contestualmente appena approdato per un progetto triennale sulla panchina della Vanoli Cremona. Lo ammetto: l’idea che il coach della Nazionale non si potesse dedicare notte e giorno, dal lunedì alla domenica, mese dopo mese, a come rendere migliori le prestazioni di una generazione costantemente frustrata e scornata, mi lasciava perplesso. A distanza di quasi cinque anni, per mia grandissima fortuna, sono costretto a cospargermi il capo di cenere. Siamo tutti costretti. A prescindere che ci stia simpatico o antipatico, sia se apprezziamo il tuo basket sia se lo denigriamo in nome di un purismo ormai obsoleto.

Chiariamoci: in bacheca non hai aggiunto un bel niente neanche tu. Ma oggettivamente, al netto di slanci entusiastici o aspettative ingigantite da narrative costruite ad hoc, le possibilità non erano poi elevatissime. I 12 a disposizione per gli Europei del 2015 e per il Preolimpico di Torino costituivano forse i gruppi più competitivi che l’Italia abbia mai potuto mostrare. Non è questo il tribunale per condannare colpevoli e complici di risultati insoddisfacenti. Si possono imputare limiti tecnici o tattici, letture sbagliate delle partite o scelte di uomini inadeguate al contesto ambientale. Padre Tempo ha iniziato a bussare inesorabilmente alle porte degli esponenti più illustri della nostra pallacanestro, chiedendo sempre più insistentemente settimane e mesi di riposo in cambio del mantenimento del livello prestativo conosciuto sino a quei giorni. Era da sciocchi, presuntuosi, inguaribili Peter Pan aspettarsi qualcosa di diverso. Eppure, qualcosa di diverso è successo. E il merito, checché se ne possa essere appropriato qualche vertice federale, è in gran parte tuo, Romeo Sacchetti detto Meo.

Questo inutile esercizio di stile retorico non è sobillato da una passione partigiana per questa o quell’altro club che ha saputo apprezzarti come giocatore, assistente o allenatore. La regia ordinata in campo, tra Asti, Torino, Bologna e Varese. Gli inizi nello staff dell’Auxilium e un elenco infinito di realtà medio-piccole del basket professionistico italiano sulle quali, per pochi mesi o anni interi, hai impresso il tuo marchio indelebile. Non oso neanche immaginare quanto un tifoso di Capo d’Orlando, Sassari o Cremona possa delirare per te. Non sono in grado di quantificare quanto una persona legata a Brindisi, alla Fortitudo o a Udine, per quanto i referti di fine partita fossero più gialli che rosa, possa essere insensibile quando ripensa al tuo sodalizio con la società del suo cuore. Nel bene o nel male, non sei mai passato inosservato. Destinato a non lasciare indifferenti. Atavicamente e visceralmente condizionante. Nel mondo dell’appiattimento e dell’omologazione, non smetterò mai di ringraziarti. Ci hai regalato una speranza. Un germoglio, una scintilla di rinascita. E la cenere che mi sto cospargendo non è la stessa che ha spento l’ardore che hai riscosso in tutti noi.

Sei approdato sulla panchina dell’Italia in una delle contingenze storiche più crudeli possibile, Romeo Sacchetti detto Meo. Un ciclo apparentemente al crepuscolo. Una battaglia FIBA vs ECA che ha trasformato il giocare e vivere la canotta della propria Nazionale più come un peso ulteriore, che grava incommensurabilmente sulle spalle e sulle leve logorate da un calendario follemente oberato, che come una motivazione d’orgoglio e gloria. La disaffezione di un popolo cestistico la cui passione e seguito erano stati abbattuti ripetutamente da versioni tutto fumo e niente arrosto. Chi scrive era troppo piccolo nelle serate ateniesi dell’estate 2004 o nella campagna europea di Svezia 2003 per avere un ricordo di un’Italia vincente nella pallacanestro. Due decenni di delusioni, sconfitte annunciate o cocenti, polemiche inutili o eccessive. Quando nella serata di Varese, grazie alla vittoria con l’Ungheria, ci siamo assicurati l’accesso al Mondiale in Cina, non ero consapevole di cosa questo potesse generare. Perché ci eravamo abituati, ormai. Potevamo crederci tantissimo come non avere alcuna ambizione. In ogni caso, il termine da associare al termine di qualsiasi obiettivo a breve termine sarebbe stato delusione. Solo perché fallimento è termine che aborro, ora e sempre.

Ha vinto le partite che doveva vincere. Appena scontratosi con un avversario superiore abbiamo perso. Non siamo riusciti a battere la Spagna più scarsa degli ultimi 20 anni. Quasi quasi ci facciamo asfaltare da Portorico, dove volevamo andare? Le reazioni a caldo del settembre 2019, all’indomani del 10° posto del mondiale cinese, non raccontano nulla di nuovo. Anche per questo ti dobbiamo delle scuse, Romeo detto Meo. Non abbiamo colto i segnali di una riscossa, invisibile a livelli di allori o metalli ma tangibile nei battiti e nelle palpitazioni di ognuno di noi. Siamo stati restii a comprendere come mai tu, imperterrito lungo la tua strada, abbia insistito nel non accettare passivamente l’ennesimo traguardo mancato, intuendo che quel qualcosa che stava bollendo in pentola avrebbe regalato emozioni gustosissime se lasciato cuocere a fuoco lento. Ti abbiamo tacciato come un Don Chisciotte quando dichiaravi che loro erano la Serbia, una grande montagna da scalare, ma che il gruppo avesse le motivazioni per picconare le pareti del Pionir e raggiungere la vetta di Tokyo 2020. Quello sì che è stato un fulmine a ciel sereno. Per tutti. A parte te, Romeo detto Meo, e forse i tuoi ragazzi, giovani che hanno rigettato il razionale per affidarsi alla tua incoscienza onirica. Hai saputo far breccia in un collettivo privo dei picchi di talento delle tornate precedenti, lontano dalla fisicità e dalla taglia di cui potevano disporre le altre selezioni. Non hai mai avuto paura, non ce l’hai e, se abbiamo imparato un minimo a conoscerti, mai avrai timore di dire pubblicamente le cose come stanno, in faccia e a squarciagola, anche a costo di perdere punti nelle classifiche di politically correct, gradimento e tolleranza nella stanza dei bottoni. Siamo controversi, zero compromessi. Sembra scritto pensando a te, Romeo Sacchetti detto Meo.

Gli ori dell’atletica. Le medaglie di Paltrinieri, in dubbio sino all’ultimo a causa della mononucleosi. Le imprese di Vanessa Ferrari e del quartetto nel ciclismo su pista. Le istantanee che riportano alla memoria delle 40 medaglie della spedizione olimpica migliore della storia d’Italia sono numerose ed emozionanti. Eppure, pochi ori, argenti o bronzi hanno raggiunto il livello generato da voi, Romeo detto Meo. Non siete riusciti ad essere l’eccezione di Olimpiadi avare di squadre azzurre medagliate. Eccezione lo siete stati, perché eravate l’unica a non avere aspirazioni di medaglia. Ci avete fatto fare delle levatacce, costringendo compagni di vacanza a concedersi ancor meno ore di sonno del necessario o datori di lavoro a sopportare la nostra palpebra cadente per il resto della giornata. Se l’abbiamo fatto è perché ne valeva la pena. Valeva perché hai estratto una sinfonia da un violino che pensavamo irrimediabilmente scordato. Germania, Australia, Nigeria, Francia. Poco importa come sia finita. La schiacciata di Rudy Gobert sulla sirena del quarto di finale non deve farci dimenticare il percorso compiuto. Anzi. Occorre che sia monito per ricordare quanto abbiamo realmente creduto di poter guardare negli occhi senza salire su alcun gradino i giganti d’Oltralpe. Quella cosa per cui anche il futuro scontro col più forte giocatore al mondo in una sera di settembre al Mediolanum Forum avrebbe fatto meno paura. Magari anche in quel caso non avremmo fatto il miracolo. Ma non è neanche giusto chiamarlo così, forse. Perché la tua Italia, Romeo detto Meo, si sarebbe trasformata in Prometeo. Rubando il fuoco a Zeus, probabilmente sarebbe stato punito da Zeus. Ma avrebbe regalato a tutti coloro che stavano dalla sua parte un motivo per sostenerlo in un’impresa altrimenti impronosticabile. Questo pesa più di trofei, dischi di nobile metallo o coccarde di ogni genere.

Hai scosso. Hai riportato alla luce. Hai insaporito un piatto sciapo. Un giovane gruppo operaio che, rimanendo orgogliosamente tale, ha costruito il più bello degli edifici possibile. Con quella chicca decorativa che consente di immaginare oltre, a cosa sarebbe potuto diventare se si fosse dato ulteriore tempo al capomastro di completare la facciata e gli interni. Romeo Sacchetti detto Meo è capocantiere bizzoso e esigente, però. Se i fornitori non concedono di esaltare la materia prima, a prescindere dalla qualità più o meno alta, è difficile accontentarlo. Lontani da metafore e retorica, la strada comunque è tracciata. Non c’è alcun motivo di credere che il prossimo coach, che sia Gianmarco Pozzecco o chiunque altro, debba allontanarsi dal modus operandi di Romeo Sacchetti detto Meo. Fontecchio, Polonara, Pajola, Gallinari, Melli. Ma anche, perché no, i ritorni di Belinelli, Datome o Hackett. Non importano i nomi scritti sulla schiena, ma l’Italia che si sfoggia sul petto. Se mai avremo la bontà di raccogliere l’eredità di Romeo Sacchetti detto Meo, stiamo pur certi che non saranno emozioni sprecate. In caso contrario sarò e saremo costretti nuovamente a chiederti scusa, Meo.

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.