Ja Morant: un anacronistico Derrick Rose

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Spulciando i vari profili social inerenti all’universo NBA, negli scorsi giorni ci si è potuti imbattere in un paragone all’apparenza blasfemo. Ja Morant, leader dei Memphis Grizzlies, attuale quarta forza della Western Conference, paragonato al Derrick Rose formato MVP. Due giocatori che, per quanto abbiano caratteristiche fisiche e tecniche simili, rappresentano due ordini di grandezza differenti nell’immaginario collettivo. Se il primo è un giovane al terzo anno che, pur avendo trascinato una squadra dal talento grezzo minore rispetto alle dirette concorrenti a Play In Tournament e Playoff, non è stato ancora selezionato per la Partita delle Stelle (errore madornale, ma questi sono gusti personali…), il rimpianto di tutti gli appassionati è non aver potuto godere delle ginocchia integre di D-Rose. Una guardia esplosivissima dai bagliori di onnipotenza atletica. Mannaggia a Tom Thibodeau…

Il 2010-2011 era il terzo anno nella Lega anche per il nativo di Englewood. Una stagione regolare letteralmente dominata. Una cavalcata trionfale, interrotta crudelmente da quegli ultimi inutili possessi in gara 1 di primo turno contro i Sixers. Il messaggio era chiaro: nessun LeBron o KD che tenga, quelle cifre e quegli highlights segnalano un dominio incontrastato. Undici anni dopo, le cifre di Ja Morant sono in tutto e per tutto raffrontabili con quelle di quel D-Rose. Che siano base o avanzate. Parametrate sui 48 minuti o sui 100 possessi. Per quanto stia facendo bene Morant, però, in pochissimi si azzarderebbero a inserirlo nella cerchia ristretta dei candidati al premio di Most Valuable Player. Come mai?

Ripensando al basket del decennio scorso, spesso ci si lascia andare a considerazioni di pancia. Politicamente, si definirebbero “populiste”. “Eh ma il basket è diventata un’altra cosa”. “Ormai conta solo il tiro da tre”. “Se non giochi in un big market, nella NBA ormai conti pochissimo”. È più complicato di così, ma la sottovalutazione delle prestazioni di Ja Morant è da leggere tramite questa chiave. Quello che si richiede al leader tecnico di un quintetto, in USA come in Europa, è radicalmente variato nel corso di pochissime stagioni. Se l’estrema agilità e la potenza nelle gambe erano caratteristiche distintive per descrivere l’unicità e la superiorità di Rose, ora le stesse incidono meno a livello globale.

Ja Morant non può non dichiararsi sfortunato. Non solo è nato probabilmente con 10 anni di ritardo. Non solo la sua grandissima annata sta coincidendo con il plausibile ultimo canto del cigno di due fenomeni generazionali come Kevin Durant e Stephen Curry o una prima parte di stagione statisticamente insostenibile come quella di Nikola Jokic. Morant è espressione malinconica di un freestyle che, nel basket organizzato e codificato degli ultimi anni, viene sovente represso dagli aggiustamenti tattici e dall’analisi delle statistiche. Quasi come se fossimo tutti più disillusi, convinti che la magia della bellezza sia fine a se stessa una volta a contatto con la dura realtà. Un’epoca che vive il complementare della sindrome di Stendhal: tentare di ridurre anche le espressioni più artistiche, originali e lontane dalle convenzioni entro dei canoni prestabiliti. Come se abbandonarsi alle emozioni, viverle senza la paura di passare per visionari o schizopatici derealizzati, fosse un crimine per cui ci accusiamo in primis noi stessi. Che Ja Morant possa insegnarci a rivivere i sentimenti più liberamente. Anche se non dovesse ricevere nessuna statuetta a fine anno.