Kemba Walker: lampo di talento di un All Star dimenticato

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Mancano pochi secondi alla fine della gara, tirata, punto a punto, il pubblico ruggisce in un’aria tesa ed estatica, la palla è nelle sue mani, palleggio, finta, primo passo fulminante e poi la parabola di tiro morbida, che il canestro non può che accogliere. “Kemba at the buzzer!“ grida il telecronista di ESPN, non era la prima e non sarà di certo l’ultima volta che sentiremo quella frase. Madison Square Garden, 10 Marzo 2011, torneo della Big East, sfida secca tra una Uconn che sembra essere fuori da ogni pronostico e Pittsburgh. Kemba Walker, davanti al pubblico di casa sua, davanti a gente che magari ha affrontato nei campetti del Bronx, si prende il palcoscenico sotto gli occhi di un campione NBA, che nell’intervallo è passato in spogliatoio a fare un saluto a coach Calhoun: Caron Butler.

Nonostante sia un avido comunicatore ed un ragazzo solare, Kemba Walker è rimasto silenzioso alla visita dell’ex atleta, rispettoso certo, ma ha pensato prima a sé e alla squadra – sorprendendo lo stesso giocatore allora in forza ai Mavs – ha arringato i suoi, si è preso le sue colpe per qualche tiro sbagliato di troppo, volendo portare la squadra ad un livello superiore. Il buon Caron – a fine carriera – ammetterà di aver saputo fin da quel giorno che cosa ne sarebbe stato della stagione di Uconn (che vincerà il titolo nella finale contro Butler) e della carriera di Walker, un All-Star sui generis contro il quale, più volte di quanto pensi, c’è ben poco da fare, una caratteristica che – per ciò che attiene ai finali di partita – lo accomuna e non poco all’attuale owner della sua suadra, His Airness MJ.

Quella notte del MSG è un placido ritorno al passato, quando su quello stesso parquet, ai tempi della Rice High School di Harlem, aveva battuto, in un altro finale mozzafiato, la Simeon CA guidata in cabina di regia da Derrick Rose. Come volete sia finita? Uno contro uno, step back con cui si prende lo spazio del tiro, palla che sfiora il cotone e pubblico in visibilio. Ecco perché Uconn gli dà spazio fin dal primo anno, ecco perché al secondo entra in quintetto e forgia la sua anima in quello spogliatoio, ecco perché in quel 2011 lui è il motore di una squadra che farà faville, sorprendendo ogni pronostico.

 

UN TALENTO DA RAFFINARE…

È raro che una superstar del college sottodimensionata possa diventare un All Star anche nella NBA, specie se questi, chiamato alla 9 al draft, finisce nella squadra che avrà, in quell’anno il peggior record della storia NBA, gli Charlotte Bobcats di Paul Silas, quelli che avevano in Maggette e Najera gli unici con esperienza sul groppone, ed Henderson a rubare tiri a tutti. La svolta della sua stagione avviene con l’infortunio di DJ Augustin, che da dicembre gli lascia spazio per poter mostrare le sue doti. Rapidità, capacità d’imbucarla e un istinto da killer, seppur in un contesto perdente. Si tratta di un bivio per la carriera di un atleta.

Un primo violino del college ha due possibilità: rimanere fedele a se stesso, con i suoi pregi e i suoi difetti, dove sarà un onesto mestierante del giro sempre e comunque, oppure iniziare a mettersi in discussione, lavorare sulle debolezze e perfezionarsi, giorno dopo giorno, specie in estate. Non sappiamo se Jordan lo abbia preso sotto la sua ala protettiva, ma quando Walker è alla sua seconda stagione, appare migliorato. Finirà all’All Star Game dei grandi, come sophmore un grande risultato, e quest’etica del lavoro maniacale lo porta ad essere oggi tra i primi 5 attaccanti tra le small guard della lega, specie se consideriamo la squadra perdente in cui era finito.

Non si dica che forse il contesto di low profile aiuti le sue cifre e il suo talento. Magari ha più tiri e più responsabilità, ma la sua crescita va in ogni direzione del gioco. Abituato sempre ad un centro di stazza, che poteva essere Byombo prima, Jefferson poi ed oggi Zeller, ha sempre messo il pick and roll al servizio della squadra, perfezionando la tempistica di passaggio. Ha inoltre sempre dato quel qualcosa in più in termini di miglioramento collettivo dei suoi compagni e se uno come Lamb, che a Okc faceva fatica, può essere decisivo in quintetto, e se Batum è un difensore sublime, qualcosa lo si deve anche e soprattutto al #15.

NUMERI DI OGGI, SITUAZIONI DI DOMANI

Se vogliamo però citare la sua stazza fisica, sia per peso che per altezza, dobbiamo dire che forse, fatta eccezione per Steph Curry, non si trovino altri come lui. Il suo primo passo lascia ancora sbalorditi, dopo 7 anni, i difensori. Si resta come imprigionati nelle sabbie mobili, incapaci di poter reagire. Se poi siamo nel finale di partita, tutto il pubblico sa che è il Kemba time, e quella frase “at the buzzer” continuerà a ritornare puntuale nella sua carriera. I numeri non sono necessari, ma nel contesto di low profile che è Charlotte, anche e soprattutto dopo la trade che gli ha portato Jeremy Lamb al suo fianco, ricomponendo la coppia della Uconn vincente, si vive troppo alla giornata ed anche il centrare un posto playoff – che poi ad est è cosa non troppo complicata – sembra essere un successo da celebrare. Walker inanella triple doppie, partite ad alto punteggio in cui dimostra di essere un All Star vero, ma il suo cammino sembra essere sempre legato alla squadra in cui è sbarcato nel mondo NBA, in un’aurea mediocritas. Un concetto inaccettabile per uno che ha quei mezzi e quell’etica e dedizione del lavoro.

Entrato in contract year nella stagione appena iniziata, ha iniziato con le marce altissime, con i 41 punti, inutili per la vittoria, contro i Milwaukee Bucks, ed i 26, con grandissima padronanza di sé, nella vittoria contro gli Orlando Magic. Sembra sempre mancare la squadra giusta per lui, non può finire in troppe trade per limiti di salary cap della sua squadra, ma soprattutto intorno a sé sembra avere tanti giocatori che non hanno la sua fame. A meno che Charlotte non dovesse arrivare in fondo alla post season, difficilmente ci sarà il margine per poterlo rifirmare agli attuali massimi che una superstar come lui merita. Sarà forse il caso di muovere le tende dal North Carolina e andare altrove. Non sarà però questa la ragione che porterà Kemba a farvi dubitare. Se c’è un finale punto a punto, se la gara va decisa, attenti al ragazzo venuto su dal Bronx.