NBA: la lunga corsa verso il medio evo: Kyle Korver

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Senza voler essere del tutto fuori luogo, parlare dei Cleveland Cavaliers come di un regno di pura matrice medievale non è del tutto peregrino. Un re, potente e penetrante nelle sorti fino ai suoi confini, un paio di frombolieri che devono fare la guerra, se necessario, ma che non finiranno nei libri di storia, un paio di consiglieri/ministri che hanno le proprie sfere d’influenza, e poi ci sono i vassalli. Ci si dimentica spesso dei vassalli, che non hanno titolarità di sangue, ma di fatto tirano le fila dell’intero sistema produttivo. Lebron e soci battono i Celtics 4-3, in una serie che aveva rispettato sempre e comunque il fattore campo, tranne nella “decisiva” e, oltre ai numeri pazzeschi del “Re” che ha di peso portato la squadra sulle proprie spalle, molto si deve ad un ragazzo dalla faccia pulita, di quelli che ispirano fiducia al primo sguardo. Saranno i suoi occhi di ghiaccio, l’area sbarazzina di un giovane che però ha gli anni del veterano o i piedi veloci di chi sa andare avanti, non necessariamente correndo. La serie è svoltata quando in gara 3 coach Lue – anche se James avrà influito nella scelta – decide di affidarsi a Kyle Korver, il ragazzo nato a Paramount, in California, là dove creano i sogni in celluloide e che ha fatto della sua vita e della sua carriera un’opera d’arte in continuo divenire.

Nella serie contro i Celtics è la sua intensità difensiva a far svoltare il gioco dei Cavs. Magari in uno vs uno non sarà il vostro uomo da ultimo possesso, ma sui cambi, sulla difesa “intelligente” è capace di sciorinare un trattato di mille pagine. Del resto la creatività non gli è mai mancata, ma quello su cui ha costruito tutto se stesso è di sicuro l’arte della comunicazione visiva – che tra l’altro è la sua laurea portata via da Creighton. La percezione dello spazio, la capacità di cogliere non solo la giocata che l’avversario andrà a fare, ma anche e soprattutto la fisica di dove i corpi andranno a trovarsi, gli permettono quelle letture che cambiano partita e inerzia. Al diavolo la sua etichetta di tiratore. Questa è l’evoluzione di un giocatore che capisce di non poter vivere di solo tiro, che quando va in ritmo resta comunque una macchina, ma sa di dover essere il primo a ripiegare verso il proprio canestro. Non importa se parte dalla panchina, magari nel bel mezzo di un parziale avversario: Korver sa cosa portare alla squadra e che non avrà più gli elevati minutaggi di squadre di seconda fascia in cui è una delle colonne dell’attacco, serve quantità e qualità senza poter aspettare.

Il tempo. Non esiste forse la perfezione diacronica e sincronica per il proprio essere, ma Korver era la trade che doveva scompaginare il banco lo scorso anno per Cleveland, anche se il titolo non è arrivato. Quella definizione di onesto mestierante di squadra di medio livello sembra essergli appiccicata addosso, come uno di quei vassalli del medioevo che magari aspiravano a riscattare la propria posizione sociale, rimanendo delusi ogni volta. Eppure la nobiltà non è solo di sangue, c’è quella di spada che si conquista sul campo, e il cecchino californiano con tante sgomitate, non soltanto dopo questa serie, il suo posto alla tavola di King James ha dimostrato di meritarlo, forse anche molto più di tanti che vestono la maglia Cavs e sono additati come superstar di accompagnamento. Le ragioni di questo continuo oscillare del pendolo va ricercato in tutto il tortuoso percorso che ha portato Kyle Korver fino ai 3 punti di questa gara 7. È una corsa lungo il perimetro e ci saranno dei blocchi, che talvolta ti liberano spazio, altre ti fanno prendere dei colpi, perchè non tutto è scritto dall’inizio.

 

L’INIZIO CON TANTO MIGLIORAMENTO E POCO CREDITO

Educazione, rispetto e fede in Dio. Le tre qualità che derivano dal padre, un pastore di anime nel bel mezzo della California, che viene spedito nel Maryland, a Pella, una città che ha lo stesso nome di quella che aveva dato i natali ad Alessandro il Macedone. Una vita di lotta, ma anche di sacrifico, di allenamenti continui con i fratelli, di prova di un movimento che diventa più fluido, efficace, capace di creare vantaggi e punti. Le percentuali a Creighton gli danno anche gli onori della ribalta, ma non è una top pick al draft. Lo chiamano i Nets alla #51 e lo mandano a Philadelphia nella stessa sera, dove inizia a muovere i primi passi, sempre come gregario, anche perchè davanti nei suoi ruoli naturali ha gente che la palla in mano se la tiene parecchio e per un tiratore che corre sui blocchi lo spazio è davvero poco. Nonostante ciò in quattro anni nella città dell’amore fraterno migliora, anno dopo anno, si prende il record di franchigia per triple in un anno, si fa trovare pronto a ogni chiamata e attira su di sè anche qualche occhio interessato. Utah prima e Chicago poi: sembra indistruttibile, ogni anno sfiora o addirittura supera le 80 stagionali, ma allori ne arrivano pochi e, quando anche ci sono da giocare finali di conference, il suo ruolo è sempre ammantato nell’ombra.

Negli anni di Atlanta trova finalmente una dimensione di maggiore prominenza, scrive record su record per percentuali, diventa quel cecchino che è nato per essere, ma finisce per prendersi l’etichetta di un giocatore monodimensionale, capace di fare solo il compitino offensivo senza altri acuti. Va sottolineato che la crescita degli Hawks degli ultimi anni passava tanto da quel suo impatto che non finisce nei numeri statistici.

 

CLEVELAND, IL MERITO, IL LUTTO

La chiamata di Cleveland sorprende, ha una chance di competere per il titolo,  ma misteriosamente sparisce nelle rotazioni. I Cavs ne hanno tanti giocatori a disposizione e forse il sistema di Lebron fa a cazzotti col suo gioco di spazi e tempistiche. Quest’anno la prova più dura della vita: la scomparsa, improvvisa, del fratello Kirk, nel bel mezzo di una stagione abbastanza grigia e malconcia. Potrebbe essere il passo decisivo. Invece torna, si siede in panchina, entra quando serve, magari il suo sorriso sornione che ha accompagnato tutta la sua carriera non c’è, ma va avanti. La sua forza si mostra in ogni suo movimento, appare aver perso quel suo essere smaliziato diventando più maturo.

Il momento in cui si prende la squadra in gara 3, o meglio la sottrae a Lebron, è la chiave della rinascita. Con il platoon system e il tritacarne in cui si sono trovati a stare i Cavs, serviva una persona di equilibrio che mostrasse che non esistono solo gli attacchi di 30 o più punti che ti fanno vincere le partite. Se Love – il suo bersaglio nelle letture fino all’infortunio – spesso si siede a guardare in difesa, se giocatori come Smith e Hill hanno limiti fisici per arginare l’emorragia contro i piccoli di Boston, a coach Lue serviva qualcuno di cui fidarsi, laddove Lebron non può bastare. La scelta è quella di credere al ragazzo che tiene sempre tutte le emozioni dentro di sè, che entra in campo come se fosse la prima stagionale e ne esce con la faccia stanca e madida di sudore. Le triple arrivano, ma anche no, è il suo impatto quello che fa la differenza. Il suo plus/minus è la variabile delle gare che più va analizzata, specie quando si gioca in Ohio. È da qui che tutto può succedere, che inizia quel processo di inerzia positiva che alla fine regala ai Cavs le chances di giocarsi – e poi vincere – gara 7. Magari Korver ha fatto tantissimo, eppure di lui non si parla granchè, nè lui farà qualcosa per finire sotto le luci dei riflettori. Non dirà una parola, sarà a recuperare in palestra dopo l’1/6 dell’ultimo match in vista delle NBA Finals, in cui vuole farsi trovare pronto. Perchè forse i re vincono le gare, passano alla storia e finiscono sotto i riflettori, i ministri fanno la propria parte sotto l’ala protettiva del sovrano, ma senza un vassallo produttivo, l’intero sistema medievale finirebbe di esistere.