Game of the Week: Olimpia Milano-Happy Casa Brindisi

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Brindisi
Dalla pagina Facebook Happy Casa Brindisi

Seconda sconfitta in quattro partite ufficiali di campionato per l’Olimpia Milano, che cade ancora tra le mura amiche travolta da una Happy Casa Brindisi spietata in attacco. Ancora un ko per gli uomini di Messina che sono partiti decisamente a rilento in campionato e sembrano ancora alla ricerca di una propria identità, tra un amalgama di squadra da trovare e i problemi di infortuni, ultimo in ordine temporale quello di Shelvin Mack, a rallentare il processo. Vediamo in dettaglio alcune situazioni che ha proposto il campo.

UN’OLIMPIA SENZA DIFESA CHE IN ATTACCO HA PERSO TROPPI PALLONI

Una delle chiavi del match è stato, indubbiamente, il cattivo approccio difensivo di Milano nella propria metà campo. Non casualmente il dito di Ettore Messina, nel post partita, è andato a puntare proprio lì. D’altronde la sua squadra arrivava all’incontro forte della miglior difesa del campionato (92.3 il defensive rating dei biancorossi alla vigilia della gara con Brindisi), ma è finita per concedere 92 punti e un rating offensivo di 123.8 agli avversari. Un ritmo insostenibile anche per un roster lungo e talentuoso come quello dell’Armani.

Gli errori in campo sono stati di vario genere, sia sulla difesa a metà campo…

… che su quella in transizione.

Distrazioni e superficialità davvero inusuali per una squadra di Messina che, storicamente, mette grandissima attenzione sul lato difensivo, a costo, specialmente a inizio stagione, di lasciare per strada qualcosa in attacco.

Errori che l’Olimpia ha pagato doppio accompagnandoli a tantissime palle perse (17, record stagionale). Perse arrivate, soprattutto, in una infruttuosa ricerca del post basso. Più della metà di esse, infatti, possono essere imputate a situazioni dove la palla è andata in post o dove la circolazione si è bloccata nel tentativo di farlo. Con la difesa di Brindisi poi brava a inserirsi spesso e volentieri sulle linee di passaggio in uscita, quando non arrivava un fallo in attacco.

Da qui e, parzialmente, dal dato dei rimbalzi offensivi, è venuto il disavanzo in termini di tiri tentati che è stato decisivo per l’esito dell’incontro: 72-56 per Brindisi, che su quelle sedici conclusioni in più dal campo ha costruito il proprio successo.

L’ATTIVITÀ’ DI JOHN BROWN SEGNARE TIRI CONTESTATI: LE RICETTE DEL SUCCESSO

Per L’Happy Casa, ovviamente, si è presa tutti i titoli la prestazione offensiva monstre di Tyler Stone: 26 punti e 13 rimbalzi, ma, soprattutto, un 6/8 da tre punti che ha scompaginato ogni piano difensivo dell’Armani Jeans. Non da meno, però, è stato John Brown, che con il suo dinamismo ha mandato in panne tutto il reparto lunghi milanese, in particolare Kaleb Tarczewski.

Quattro situazioni in cui il centro milanese, ma anche Scola in un’occasione, non ha il passo per seguire il doppio zero brindisino. Il tutto per Milano, poi, è stato amplificato da come, in attacco, gli stessi Tarczewski e Scola non siano quasi mai riusciti a restituire il favore, imponendo la propria taglia fisica contro il sottodimensionato lungo di Vitucci. Che, anzi, di volontà e energia, spesso ha negato la presa di posizione in post, dettaglio ben visibile anche nel video precedente relativo alle palle perse di Milano e esteso in generale alla difesa brindisina.

In attacco, poi, decisiva è stata anche la capacità per Brindisi di segnare tiri contestati. Per vincere su un campo difficile come quello di Milano serve qualcosa che vada fuori dalla normalità e su questo particolare è arrivato il dettaglio che ha fatto la differenza: 3/9 su tiri “aperti” per la Happy Casa, 6/12 su tiri “contestati” o comunque con la difesa presente a disturbare.

Nei due quarti centrali Brindisi è scappata nel punteggio creandosi quel cuscinetto di vantaggio che le è servito per tamponare il ritorno di Rodriguez e compagni negli ultimi dieci minuti, guidati da una difesa a zona che ha spento l’attacco ospite.

Non è bastato per completare la rimonta, però. E ora Milano si ritrova a fare i conti con i primi fantasmi del passato, da scacciare prima che diventino un problema.

Classe 1985, bolognese di nascita. Folgorato da Danilovic, ammaliato da Ginobili, tradito da Abdul Gaddy. Incidente che mi ha portato a valutare le cose in maniera più disincantata. Classico esempio di paziente affetto dal "Disease". La vita è troppo breve per vedere brutto basket ma, se non c'è altro, il campionato ungherese resta un'ottima opzione.

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