Legabasket: lo splendore di Olimpia Milano-Virtus Bologna

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Jaiteh e Hines uno di fronte all’altro, sguardo rivolto all’insù. Sahin alza la palla a due sopra la testa dei due centroni. Sullo sfondo, qualche posto vuoto, ripreso impietosamente dalle telecamere, origine di più di qualche dibattito nei giorni successivi in quel di Bologna. Dalle 21 di mercoledì 8 giugno, tutte le polemiche generatesi attorno alla presentazione della finale scudetto di Legabasket sono finalmente messe a tacere. Parola al campo, palla a Olimpia Milano-Virtus Bologna. Lasciate alle spalle accuse di simpatie, presunto milanocentrismo, questioni politiche sulle quali era preferibile non concentrarsi, da una settimana a questa parte sono solo gli aggiustamenti di Messina e Scariolo, gli isolamenti di Shengelia e Shields, gli assist di Rodriguez e Teodosic a catturare gli occhi degli appassionati. Lunga vita alla pallacanestro, nonostante tutto.

In sede di avvicinamento alla rivincita dello scorso atto conclusivo di LBA, i punti di domanda erano molteplici. Saremo all’altezza di queste Finals? Ce le meritiamo davvero? L’impressione è che ci si trovasse di fronte a due roster troppo forti, troppo profondi per rappresentare degnamente e fedelmente il nostro basket. Un’occasione unica di rilanciare un movimento zoppicante, che sta cercando di muovere i primi e goffi passi verso un’attrattività diversa in un mercato in costante evoluzione. Eppure, non saremmo attendibili. In fondo, chi vorremo ingannare? Non ci crediamo neanche noi. È ovvio che Milano-Virtus non rispecchia la pallacanestro italiana. Sono meravigliose eccezioni a una regola stanca e noiosa, se paragonata alle due corazzate. Da qualcosa bisognerà pur partire, comunque. Allora si mistifica e si ricopre di magica aura una serie che corre sui binari dell’equilibrio. Ogni capitolo una trama diversa, protagonisti inattesi e comparse insperate, una perpetua altalena di emozioni. Ogni puntata una nuova fonte di thread, podcast, discussioni, sfottò. Riavvolgendo il nastro, ci si accorge della grandezza di cui abbiamo goduto. E di cui, almeno per altre due serate, potremo ancora godere.

COSTANTI E VARIABILI

Gara 1 è il momento della tensione. Percentuali dal campo infime, qualità degli attacchi oggettivamente rivedibile. Ma tanta, tantissima intensità per una partita di Legabasket. Anche troppa per gli arbitri, che non riusciranno a mantenere costante nelle successive partite il medesimo metro della prima uscita. Per utilizzare la parole del Gallo, una fisicità particolare, che si ritrova solo in una serie finale. Milano si aggrappa alle seconde opportunità prodotte dal dominio a rimbalzo offensivo di Bentil e Hines. Gara 1 sono i ferri che chiedono pietà per il continuo maltrattamento, i boati di disapprovazione della Segafredo Arena per le chiamate dubbie degli “amici” dell’Olimpia Begnis – Sahin – Ryzhyk. Un clima di inutile nervosismo che condiziona non poco la serenità di navigati campioni come Toko Shengelia, battezzato costantemente dalla difesa di Messina e incapace di sbloccarsi oltre i 6,75 mt. Gara 1 è lo 0/2 dalla linea della carità di Hackett, che impedisce a Bologna di mettere il muso davanti nel concitato finale, in una partita che avrebbe fatto invidia alla peggior UISP in quanto ad appoggi sbagliati e tiri liberi falliti. Gara 1 è la differenza tra il quintetto titolare dell’Olimpia e lo starting five di Scariolo: costringere la Virtus a una partita di continua rincorsa ha permesso a Messina di comandare le operazioni, gestendo delle rotazioni altrimenti deficitarie.

Gara 2 è il momento del riscatto. Subito 2 falli per Kyle Hines, che privano il coach milanese della possibilità di creare lo stesso divario coi primi cinque di due sere prima. Kaleb Tarczewski fuori per turnover, Mitoglou mai sostituito, capitan Melli ancora non a pienissimo regime. Come trovare un’arma alla pari di un ritrovato Jaiteh e all’indemoniato Sampson? Paul Stephane Lionel Biligha, da Perugia con furore. La cattiveria agonistica del centro azzurro è un fattore, visto poche volte anche nel contesto di Legabasket, ma non basta. Non basta perché gara 2 è di una Bologna che gestisce enormemente meglio la lotta a rimbalzo, è più profonda e, in fin dei conti, ha più campioni che possono risolvere a gioco rotto grazie all’infinito talento a disposizione. Milos Teodosic, per una volta più decisivo con gli assist che con triple o penetrazioni. Tornike Shengelia, reattivo nell’attaccare il ferro senza stazionare sul perimetro, il cui piede perno sarebbe da trasmettere quotidianamente in apertura ai telegiornali. Milano boccheggia, annaspa ma non affonda mai. Merito di uno Shavon Shields in grado di insinuarsi nelle pieghe della partita e sfruttare ogni minima opportunità. La coesistenza del danese di Kansas City con Devon Hall è suscettibile di miglioramento: la guardia da Virginia, come nella serie contro l’Efes, ha abituato a scalare gradualmente le marce dell’inesauribile diesel a disposizione. Immaginarsi un perfezionamento in tal senso non è così utopico. Gara 2 è il clinic difensivo di Alessandro Pajola, tanto sul portatore di palla quanto in aiuto, in rotazione o sotto le plance. Il play anconetano dirige magistralmente la panchina Virtus, costringendo i quintetti con Grant o Baldasso in campo a produrre offensivamente poco o nulla.

Gara 3 è il momento della consapevolezza. Prima, ma soprattutto durante la partita, ecco il primo fattore inaspettatamente decisivo. A scatola chiusa, chi avrebbe scommesso su un Mediolanum Forum più partecipe, caldo ed emotivo della casa della Virtus? Eppure, i 12200 di Assago sostengono i biancorossi per 40 minuti, soprattutto quando le V Nere cercano di creare uno strappo significativo e riprendere il fattore campo. È in quel momento che gara 3 si trasforma nell’esibizione del killer instinct della truppa di Ettore Messina. Essere competenti e competitivi ai massimi livelli non solo in Legabasket ma in Euroleague porta anche questo: saper attaccare alla giugulare nel momento decisivo, senza pietà sportiva alcuna, evitando di restituire i perdoni ricevuti da una Virtus che morde ma non azzanna. Gara 3 è il record di assist per una gara di LBA Finals del Chacho. Intendiamoci: non solo le immagini, ma anche le statistiche parlano di un’Olimpia ben più efficiente con Rodriguez in panchina piuttosto che sul parquet. L’importanza di mantenere il play spagnolo coinvolto nella serie, probabile ultimo canto del cigno in Lombardia, è tuttavia centralissima. Gara 3 sono i canestri estemporanei di Jerian Grant, che replica l’exploit in Legabasket di Santo Stefano, evidentemente affezionato alle partite casalinghe contro i bianconeri. La leadership, non solo emotiva e difensiva ma anche offensiva, di Nicolò Melli, lottatore commovente dal ritorno post infortunio al polpaccio. La pulizia del chirurgo Luigi Datome, parso fisicamente di un altro livello dalle quattro gare contro Ataman in poi. Gara 4 sono i sonori fischi per il mai troppo amato ex Daniel Hackett, che dal canto suo risponde con una prova da 18+6+5. Nonostante qualche sprazzo dagli altri virtussini, la guardia pesarese è stato l’unico a tenere aggrappata la Virtus sino ai possessi finali, quando anche un guerriero come lui ha dovuto issare bandiera bianca.

L’APPETITO VIEN MANGIANDO

La sfida è esattamente come avremmo auspicato che fosse. Come nelle migliori serie tv, ogni puntata delle Finals di Legabasket è ricca di colpi di scena e scene sorprendenti, capaci di ribaltare quello che si era pensato fino a qualche minuto prima. Dire cosa attendersi da gara 4 e dalle successive, perciò, è esercizio ai limiti dell’impossibile. Ci si aspetta letteralmente di tutto, a maggior ragione da chi non è ancora balzato agli onori della cronaca. Devon Hall, grandissimo in difesa ma balbettante offensivamente. Chacho Rodriguez, vistosamente segnato dalle fatiche di una stagione logorante ma sempre abile a estrarre conigli dal cilindro. Pippo Ricci, quasi escluso dalle rotazioni ma che sa quale mattoncino portare per la vittoria del trofeo. Marco Belinelli, le cui uscite dai blocchi sono state negate dai cambi dell’Olimpia, dallo status sufficiente per potersi accendere in un amen. Kyle Weems, da un paio di settimane a questa parte evidentemente sottotono, il cui apporto difensivo su Shields deve tornare sui livelli della stagione regolare. Se ne potrebbero citare altri, da una parte e dall’altra, che potrebbero recitare la parte del leone in una delle prossime sere. Ma se c’è una cosa che la serie ci ha fin qui insegnato è che fare previsioni e pronostici è tanto divertente quanto inutile. Mettiamoci comodi, allora. Al Forum, alla Segafredo Arena, sul divano o al pub con birra e amici baskettari. Perché uno spettacolo del genere non si vedeva da tanto, troppo tempo a queste latitudini. Con la speranza di goderne ancora di più negli anni a venire. Ma, come detto, spingere lo sguardo troppo oltre rischia di rendere miopi. Legabasket e tutti noi: carpete diem.