Marc Gasol: certi amori non finiscono…

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Marc Gasol

La sconfitta al supplementare contro il Gipuzkoa ha acceso definitivamente i campanelli d’allarme. Le uniche due vittorie nelle prime nove uscite stagionali hanno costretto il presidente del Girona, compagine della Liga LEB Oro, equivalente della nostra A2, a prendere una decisione drastica. Dalla prossima uscita, il proprietario del club scenderà in campo insieme ai propri dipendenti e stipendiati. Folle, penseranno i più. Ma il presidente del Girona non è uno qualunque. Quanti presidenti annoverano nel proprio palmares due argenti olimpici, due allori mondiali e altrettanti europei, con aggiunta di altri tre podi continentali? Quanti proprietari hanno vinto sul campo un campionato spagnolo, una Eurocup e un anello NBA? Nessuno? Risposta esatta. Eccezione che conferma la regola: Marc Gasol Saez. A 36 anni suonati, per la gioia di tutti gli appassionati, Marc tornerà a calcare il parquet. Animato da una passione per il Gioco pari quantomeno alla sua intelligenza e competenza cestistica mostrata lungo tutta la carriera, sia nel Vecchio Continente che in Nord America. Quanto la sua presenza possa spostare gli equilibri della seconda serie spagnola? Non è dato sapere. Ma cosa c’è di più romantico di un campione sul viale del tramonto che, pur limitato da un chilometraggio infinito e delle gambe ormai appesantite, si caracolla contro giovani imberbi che potrebbero essere suoi figli, insegnando loro l’essenza della pallacanestro praticamente da fermo? Niente? Risposta esatta.

HERMANITO

Brutto, sporco e cattivo, Marc Gasol non lo è mai stato. Nonostante i dati ci parlino di 116 chilogrammi distribuiti su 211 centimetri di altezza, il nativo di Barcellona non ha mai espresso una propria versione “grezza”. Sin dall’esperienza liceale negli Stati Uniti a Lausanne. Sin dalle giovanili blaugrana e dagli esordi da professionista in maglia Barcellona e Girona, era chiaro a tutti che a marcare la differenza tra Marc e il resto della compagnia non fossero l’atletismo o la strapotere fisico. Mani, polpastrelli, visione periferica, coordinazione, velocità di esecuzione sono invece di un altro pianeta. Gli scienziati spagnoli si sono interrogati non a sufficienza sulla bontà dei geni della famiglia Gasol, considerate le qualità anche del fratello maggiore Pau. Quando Marc esordisce in Spagna, Pau è già al terzo anno in NBA, con la maglia di Memphis. Il destino dei due fratelli si incrocerà nuovamente nel 2008: Pau viene scambiato dalla franchigia del Tennessee, approdando alla corte giallo viola di Phil Jackson e Kobe Bryant. Dei successi di Pau coi Lakers e del fantastico rapporto creatosi con la famiglia del Black Mamba, prima e dopo la scomparsa di Kobe, si sono sprecati fiumi di inchiostro. Uno dei tasselli che hanno reso possibile il passaggio di Pau a LA, oltre alla presenza in dirigenza Grizzlies di Mr Logo, era proprio il fratellino: Los Angeles aveva draftato Marc nel 2007, concedendogli di rimanere a giocare in patria col Girona, prima di cedere i diritti a Memphis nella trade che porta Pau in California. I due non giocheranno mai insieme nel corso della carriera, ma sembra che Marc rincorra sempre l’ombra di Pau. Non tanto col desiderio di emularlo. Non tanto con la smania di ripercorrere le stesso orme per la paura di non essere all’altezza. Pau e Marc, semplicemente, sono troppo simili e legati per allontanarsi troppo. L’uno allunga, l’altro accorcia. L’uno fa un passo avanti, l’altro uno indietro. Marc approderà solo nel 2020 ai Lakers, fallendo l’assalto al secondo titolo consecutivo di Lebron in maglia LA. Poco male. La storia di Marc in NBA è stata già scritta. Nella maniera più inattesa.

Grizzlies

Come tradurre l’espressione Grit ‘n Grind? L’italiano non è in grado di renderla compiutamente: “qui si fa sul serio”, “qui ci diamo dentro” restituiscono parzialmente lo spirito di quei Grizzlies. Le parole di Zach Randolph, compagno di backcourt di Marc, sono un manifesto: “Noi siamo questi: combattivi, orgogliosi, determinati. Noi non siamo belli da vedere. Non corriamo su e giù per il campo ad alzare lob e schiacciare in windmill. Noi siamo nel fango”. Difesa asfissiante sulla palla. Fortissima pressione esercitata sugli esterni avversari. Completa assenza di timore nell’affrontare gli avversari spalle a canestro. Movimenti offensivi orchestrati dall’acume di cervelli finissimi come Conley, Z-Bo e Marc, coadiuvati da cagnacci alla Tony “First Team All Defense” Allen e realizzatori come Rudy Gay. Lontani anni luce da quello che definiremmo “bel” basket, i Grizzlies a cavallo degli anni ’10 del Nuovo Millennio hanno saputo appassionare per il temperamento. Per il cuore perennemente gettato oltre l’ostacolo. Per le serie playoffs combattute con squadre dotate di un talento di gran lunga superiore, costrette a sudare sette camicie per fiaccare le resistenza dei beniamini della città di Elvis o condannati addirittura a uscire sconfitte dal confronto. Chiedere per ulteriori informazioni agli Spurs del 2011, ribaltati completamente nel pronostico. Chiedere ai Clippers e a OKC, rivali con alterne fortune nel biennio 2012-2013. I sistemi creati negli anni da coach Hollins e Dave Joerger hanno potuto basarsi sulle medesime fondamenta. Un nome e un cognome. Marc Gasol. Totem offensivo e difensivo. In grado di dominare in entrambe le metà campo grazie a una padronanza dei fondamentali con pochi eguali nella storia. Doti da passatore che lo hanno reso tra i più grandi passatori tra i lunghi della storia NBA, forse anche migliore del fratello Pau. Qualsiasi giovane centro dovrebbe ammirare le partite di Marc con la canotta degli orsi. Per imparare come gestire i movimenti dell’attacco dalla punta. Per carpire i segreti di un’efficiente comunicazione difensiva, che permetteva a Marc di colmare le lacune fisiche contro i pari ruolo gestendo a meraviglia le rotazioni difensive dei suoi. A quei Grizzlies, però, è sempre mancato qualcosa. Un pizzico di fortuna, una percentuale di imprevedibilità, un condottiero al quale affidarsi con la massima fiducia nei momenti clutch. Quanti rimpianti.

CAMPEON

Jonas Valančiūnas, Delon Wright, C.J. Miles e la seconda scelta al draft del 2024. Questo il prezzo che i Toronto Raptors sono stati disposti a pagare per ottenere le prestazioni di Marc nel febbraio 2019. Fosse stato per lui, il più piccolo dei fratelli Gasol non avrebbe mai richiesto di essere ceduto. Il ciclo di Memphis, d’altro canto, era ormai concluso. E, sotto sotto, Gasol era consapevole che alla sua carriera mancasse qualcosa che legittimasse a pieno la bellezza del suo basket. Qualcosa che andasse oltre i successi ottenuti con la generazione più forte di cui il basket spagnolo abbia mai goduto. L’opportunità offertagli dalla franchigia canadese è irripetibile: l’arrivo in estate di Kawhi Leonard ha trasformato i Raptors in una contender a tutti gli effetti, dopo anni di delusioni primaverili targate Lowry-DeRozan. 8 punti, 6 rimbalzi, 4 assist. Numeri mediocri, al massimo discreti. Le cifre, come sempre per Marc, non dicono nulla dell’effettiva influenza esercitata dal centro spagnolo sul campo. Dopo una stagione da 58 vittorie, i Raptors superano il primo turno contro i non irreprensibili Magic, pur perdendo, come da tradizione, gara 1 alla Scotiabank Arena. La successiva serie contro Philadelphia racconta tutto ciò che è stato Gasol. Di fronte uno dei centri fisicamente più dominanti del panorama mondiale, Joel Embiid. L’arsenale difensivo di Marc, dotato di conoscenza maniacale dei movimenti dell’avversario e capacità di posizionarsi sempre nella maniera corretta, al posto giusto e nel momento giusto, limita per quanto possibile le velleità del centro camerunense. La serie arriva a gara 7 e, come tante altre volte nel recente passato di Marc e dei Raptors, sembra mancare uno per fare trentuno. La Storia s’ha da riscrivere, però. I rimbalzi sul ferro del game winner di Kawhi. I limiti mentali di un Antetokounmpo troppo acerbo e immaturo. La ricaduta di Durant e l’infortunio di Klay in gara 6. Gli astri si allineano. Titolo a Toronto. Anello per Marc. Un famoso commentatore tirerebbe in ballo gli dèi del basket. Ammesso che siate o meno adepti al culto, giustizia è stata fatta.

Venerdì 3 dicembre, ore 19, Pabellón Municipal Gerona-Fontajau. La decima giornata di Liga LEB si apre con Girona-Huesca. Partita priva di particolari interessi, se non fosse per uno stempiatissimo padrone di casa col numero 33. Perché Marc è capace di ricordarci sul campo che lui va oltre il campo. Nel 2014 ha contribuito a rifondare la società cestistica della città di Girona, fallita a causa di una dirigenza scellerata, cercando di riportarla ai livelli di quando aveva fatto drizzare le antenne agli scout NBA nei primi anni Duemila. Nell’estate 2018 Marc ha ottenuto invece una vittoria se possibile ancor più grande di qualsiasi titolo NBA o Campionato Mondiale. A bordo di un’imbarcazione dell’ONG Open Arms ha partecipato al salvataggio dell’unica naufraga superstite di un naufragio al largo della Libia. Una vita conta molto di più di oro, coppe o onorificenze. Marc Gasol uomo vale più di Marc Gasol giocatore. Impossibile a dirsi, meravigliosamente vero a farsi.