NBA, Dallas Mavericks: Luka Doncic, il paradosso del giovane guidatore

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Doncic

Rockerduck, acerrimo nemico di Paperon de’ Paperoni, amava condire le bombette da masticare dopo ogni sconfitta finanziaria col magnate di Paperopoli con una corposa ma essenziale dose di sale. Non sappiamo quanto Travis Schlenk apprezzi lo stile affumicato del barbecue della Georgia, ma almeno la carne affumicata dovrebbe avere un retrogusto migliore. Il sapere di rimorso, però, rimane invariato. Perché lasciarsi sfuggire una gemma così, scintillante ma altrettanto misteriosa per gli osservatori oltreoceano, rischia di trasformarsi in una scelta ai limiti del drammatico. Il 21 giugno 2018 corre il rischio di passare agli annali come la data simbolo delle mancate opportunità o della lungimiranza più acuta, a seconda della prospettiva da cui si analizza la questione. Luka Doncic è uno in grado di spostare gli equilibri, di stravolgere le sorti di una franchigia e dell’intera NBA. Le dimostrazioni già forniteci sono sotto gli occhi di tutti. Ma la sensazione è che la superficie sia stata solo grattata.

“Il più giovane a…”; “a soli 19 anni…”; “mai nessuno così precocemente…”. Quando il talento sloveno riscrive i libri di record NBA si tende costantemente a mettere l’accento sulla sua giovane età. Non saremo noi a farlo. Volenti o nolenti, la formazione e l’educazione ricevuta da Doncic nel Vecchio Continente ha un’influenza sottovalutatissima nel considerare cosa Luka sia già in grado di fare. Innegabile: veder comandare le operazioni in campo con tanta disinvoltura e nonchalance fa rabbrividire ogni santa volta un coetaneo come il sottoscritto. Ma le doti tecniche e i doni di Madre Natura, a parità di primavere, si erano ormai notate più volte nella storia del Gioco. Kobe, LeBron, Garnett, solo per citare gli ultimi in ordine di tempo. Qual è, allora. La grande differenza? È tutto ciò che Doncic ha saputo diventare prima di sbarcare al Barclays Center nel giugno di tre anni fa. I paragoni con WunderDirk si sprecavano già al tempo, ma la maggior parte degli addetti ai lavori americani in sede di Draft avrebbero dovuto richiedere una visita specialistica per valutare meglio il loro astigmatismo. Da lontano, la loro visione è offuscata. Annebbiata. Distorta. Per “noi” europei, invece, il #7 in camiseta blanca ha regalato bagliori di pallacanestro adamantina sin dalla tenera età. Tenerissima.

PREDESTINATO

Guardate, come Kill Bill!”. Chissà quante volte il piccolo Luka avrà esclamato così verso papà Sasa e mamma Mirjam, estasiati nel vedere il pargolo giganteggiare contro avversari che, son dalle elementari, giocavano in categorie di età nettamente superiori a Doncic. E no: quello di Luka non era una cotta infantile per Uma Thurman. Era amore viscerale per Vassilis Spanoulis. Esatto: la schiena targata #7 è gesto di emulazione e imitazione dell’idolo di infanzia. Come la volontà di raccogliere sulle proprie spalle l’eredità del geniale e mortifero playmaker greco e trasportarle in un’altra dimensione. Luka sfrutta la militanza del padre tra le fila dell’Olimpia Lubiana per entrare nelle giovanili della squadra della capitale, ma basta pochissimo per intuire che il suo talento è destinato a sbocciare in altri lidi.

Nato per la pallacanestro. Prima i prestiti per vari tornei under 12 e under 13, poi, appena reso possibile dalla legislazione spagnola, il tesseramento. Luka è argenteria madrilena da esporre nei vari tornei giovanili internazionali, nei quali fa incetta di trofei individuali e di squadra. Dopo l’esordio condito da tripla in Liga Endesa, l’8 dicembre 2015 Luka attira per la prima volta l’attenzione del grandissimo pubblico. Che ci crediate o meno, già in questo momento i più visionari spendono per il prodigio sloveno auspici con sfumature paradisiache. Giustamente, faranno notare i prudenti e gli assennati, una rondine non fa primavera. Altro che volare basso: “El Nino Maravilla” deve tener ben piantati i piedi al terreno, e la gestione di coach Pablo Laso non può che essere la migliore possibile. Le successive due stagioni sono uno statement che cammina: il premio di MVP delle Final 4 di Belgrado (sì, signor Causer, lo sappiamo…) rappresenta unicamente la ciliegina sulla torta a coronamento di un’annata che regalerà a Doncic anche il terzo titolo spagnolo in quattro anni. Gli occhi del mondo cestistico sono puntati sul Wonderboy sloveno. Ma la lente d’ingrandimento di qualche scout NBA, evidentemente, ha crepe profondissime.

Fonte: The Athletic

Che anche i suoi più acerrimi detrattori e critici si siano dovuti cospargere il capo di cenere, questo è fuor di ogni dubbio. Le tre stagioni regolari in canotta Mavericks hanno mostrato al mondo intero non un giocatore unico nel suo genere. Badate bene: non tanto dal punto di vista tecnico. Luka Doncic è la perfetta trasposizione di Earvin “Magic” Johnson nel basket del 2021. Playmaker, mega creator, scorer, leader. Torniamo all’amato parlar materno. Un creatore di gioco dotato di una notevole stazza e tonnellaggio. Sinistramente incline alla giocata spettacolare, talvolta deragliante in scelte poco comprensibile  giustificabili per dei poveri mentecatti quali noi sul divano e i suoi compagni in campo. In grado di assumersi totalmente le responsabilità offensive della squadra grazie a un’intelligenza fuori dal comune e a un carattere modellato dall’invidia e dalla gelosia di chi ha sempre cercato di far percepire un’autorità di status mai realmente confermata sui 28×15, lì dove più conta. Sarebbe inutile soffermarsi sulle grezze statistiche della ancor breve carriera del campione sloveno. Neanche le percentuali più immacolate o le medie esorbitanti potrebbero rendere conto totalmente della grandezza di cui siamo tutti testimoni. Perché di Doncic, se lo si considera giovane uomo oltre che sportivo o atleta, non se ne sono mai visti.