Messina: “L’allenatore ti deve mettere in difficoltà, per essere onesti io…”

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Messina
Foto di Savino Paolella

Per noi che siamo appassionati di pallacanestro, che cerchiamo di raccoglierne ogni briciolo che troviamo nei più disparati luoghi e momenti, avere la possibilità di ascoltare le parole dirette di una persona che lavora nel settore è sempre esperienza costruttiva e interessante. A maggior ragione se si sta parlando di uno dei più titolati coach dell’era moderna della pallacanestro europea, ovvero Ettore Messina. L’allenatore dell’Olimpia Milano è stato ospite dell’ultima puntata di Usap Talk, un podcast nato da un’idea di Demis Cavina e del Consiglio Direttivo dell’Unione Sindacale Allenatori Pallacanestro.

Un’occasione molto importante, quella registrata da Usap Talk, in cui Messina ha parlato da allenatore esperto ad altre grandi personalità del settore tra cui Mario Fioretti, Lele Molin e Giordano Consolini. Vi rimandiamo al LINK per ascoltare l’intervista completa, mentre di seguito riportiamo alcuni dei passaggi più interessanti.

 

Sulle cose da cui parte nei primi allenamenti della stagione secondo Messina: 

Nei limiti del possibile, ho sempre fatto una cosa poi che con grande soddisfazione personale ho visto fare anche a Popovich con gli Spurs, cioè ricominciare dalle piccole cose. Quindi come vogliamo, per esempio, servire la palla al pivot, come vogliamo difendere l’uno contro uno a seconda delle varie posizioni, e quindi una serie di cose basiche da un punto di vista di fondamentale. Una cosa che mi interessa sempre, è di cercare di mettere le basi per quello che gli eruditi chiamano il flow, la transizione, l’attacco di movimento. Mi piacerebbe avere tutti gli anni un attacco in cui da canestro subito riparti immediatamente senza la necessità di dover di volta in volta chiamare un gioco particolare. 

Sulle basi difensive da porre:

Le regole difensive sono incentrate soprattutto su come vogliamo difendere il pick and roll e come usiamo i cambi difensivi. Poi lavorare sui close out, che alla fine sono la cosa fondamentale. Siccome un buon attacco ti metterà sempre in rotazione, riuscire ad avere una dignitosa capacità di recuperare sui giocatori che stanno muovendo la palla da un lato all’altro, è lì dove giochi la qualità della tua difesa. Noi purtroppo, in ormai nove mesi di stagione (intervista precedente ai playoff LBA, ndr), quest’anno facciamo ogni tanto dei close out troppo scadenti e poco disciplinati. 

Sulle motivazioni che Messina cerca di trasmettere ai giocatori: 

Io non sono uno che parla tanto individualmente agli giocatori. Lo faccio quando credo che sia necessario. Credo più nel messaggio che può arrivare da un determinato modo di comportarsi, mio e dei miei assistenti. Voglio parlare a un giocatore quando sono sicuro di potergli dire qualcosa che poi posso mantenere, e non così giusto per fare il cordialone o il piacione.

Io purtroppo sono, non solo per l’età, ma per formazione, sono convinto che la motivazione uno la deve avere dentro. E io, per quanto possa essere più o meno bravo o appassionato, non posso creare artificiosamente una motivazione. Ripeto, credo nei comportamenti. Un valore importante è il valore del club in cui giochi.

C’è una frase di Kennedy che ogni tanto dico ai giocatori e sono sicuro che li fa incazzare: “Invece di continuare a chiedervi cosa può fare l’America per voi, provate a pensare cosa potete fare voi per gli Stati Uniti.” Invece di pensare sempre cosa può fare il club per voi, cosa può fare l’allenatore, cosa possono fare i compagni, cosa possono fare tutti per te. Prova a pensare cosa puoi fare per gli altri.

Quello che posso fare io, in aggiunta, è fare in modo di dare il giusto valore e il giusto riconoscimento anche a quello che fa un comprimario. E non solo dare il giusto riconoscimento, che è facile, a quello che fa 20 punti e ti aiuta a vincere la partita.

Sulle motivazioni degli allenatori: 

Parliamo tanto di motivazione dei giocatori, probabilmente c’è anche un tema fondamentale di motivazione degli allenatori. Di cercare di capire che cosa ti spinge ad allenare, se allenare può essere ancora un obiettivo della tua vita. Io non sono tanto sicuro che il sistema alimenti negli allenatori, soprattutto quelli più giovani, dei sogni come quelli che sono stati alimentati per me e una generazione di allenatori, che abbiamo avuto la fortuna di crescere sognando di poter vivere facendo gli allenatori di pallacanestro. 

Sul concetto di buon tiro e tiro in ritmo: 

È la parte più difficile forse del nostro gioco. Riuscire a fare giocare il gioco con un equilibrio che si relaziona soprattutto al senso di quello che stai facendo. Noi possiamo far giocare tutte le azioni che vogliamo, però poi i giocatori devono anche essere in grado di collaborare uno con l’altro. La mia squadra di quest’anno ne è un esempio abbastanza lampante. Noi abbiamo dei momenti in cui la palla va veloce e tiriamo bene e dei momenti in cui la palla sta ferma, ce la meniamo dietro alla riga dei tre punti, e alla fine facciamo un tiro del c***o da tre punti, detto come deve essere detto.

Arrivare a condividere già che quello lì è un tiro del c***o non è facile, e non è facile secondo me neanche con i giovani. E questa è la difficoltà. Non è solo con gli adulti, dove c’è quello che pensa di essere più bravo o meno bravo, ma anche con i ragazzi. 

Sul rapporto di lavoro tra Messina e i suoi giocatori:

Io nel contraddittorio sono ostinato, quindi è difficile, perché mi rendo conto solo a posteriori, ovviamente, perché nel momento non mi rendo conto. L’altro giorno ho letto un’intervista di Jerian Grant, un mio ex giocatore a cui sono affezionato, che ha detto: “Giocare con Messina non è facile, però lui è una brava persona”. Nel momento ci sono rimasto molto male, mi sono anche rattristato. Poi ho detto, ma devi essere contento. Cioè se fosse facile, non ti ho aiutato. Io credo molto che l’allenatore ti debba mettere in difficoltà.

Io poi dove devo migliorare nel recuperare i momenti in cui ti aiuto come giocatore e nelle difficoltà. Io ho avuto la fortuna sfacciata di avere una marea di grandi giocatori nella mia carriera. E ovviamente quello che ho fatto, poco o tanto che sia, lo devo a loro. Io certe volte mi rendo conto, a posteriori purtroppo, se no non lo farei, che è come se li avessi buttati nella piscina e non avessi fatto molto per farli uscire dalla piscina sani e salvi. E questo è un problema, detto come deve essere detto, con onestà.