NBA: tra Wilt e Jellybean, l’impatto di Embiid sui Sixers

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Scindere l’uomo dall’atleta non è un compito facile, se ci stiamo riferendo a Joel Embiid. I Philadelphia 76ers non sono, al primo impatto, identificabili nel centro nativo di Yaoundè, perché le luci della ribalta finiscono sempre su Simmons, che ora comanda le operazioni dalla cabina di regia, mentre le tante Q&A si spendono su Fultz, forse una delle peggiori prime scelte dell’ultimo decennio. Di Embiid spesso si parla più per il suo off court che non per quello che spende sulle lastre del parquet, e tra il flirt non corrisposto con Rihanna e i vari tweet sopra i massimi sistemi, di materiale ne ha fornito tanto ai suoi detrattori. Eppure dal suo arrivo – tardivo causa infortunio – nella Lega, i suoi numeri parlano di un pivot senza eguali, che segna, anche dalla lunga distanza, muove bene i piedi e cattura rimbalzi, integrando appieno la pallacanestro spaziale che Philadelphia vuole mostrare. Fu vera gloria? Vale la pena approfondire il discorso.

UN ECLETTICO CENTRO CAPACE DI MAGIE

Se è vero che nella città dell’amore fraterno di centri eclettici se ne intendano, è rimarchevole pensare che Embiid sia uno dei giocatori più sottovalutati del panorama. Sarà che il clown circus magari ne fa deprezzare il valore, ma per mobilità di Jellybean Bryant e per numeri alla Wilt Chamberlain, i 76ers possono ben dire di avere un giocatore fuori dal comune. La prova è data dal fatto che è la sua costanza di rendimento ad aver aperto il gioco di coach Brett Brown con una minore pressione sul pacchetto esterni. Embiid riesce ad essere efficace dal pick and roll, anche perché se l’innesco è solitamente quello di Ben Simmons, mentre si viaggia per tecnica e fisicità a delle altezze che non consentono all’avversario una marcatura significativamente valida. Da solo, il centro camerunense, crea mismatch e situazioni sempre al limite che si tramutano in punti e falli subiti.

Quando però la difesa non concede il pick and roll, con un blitz alto degno di un sack sul quaterback in NFL, è interessante il gioco che coinvolge Embiid: al di là del classico isolamento sulle tacche, che lo aveva già reso famoso ai tempi di Monteverde prima e Kansas poi, vale la pena rimarcare come siano tante le situazioni di post up e di catch and shoot che coinvolgono il giocatore camerunense. Quello che però fa la differenza tra i normali centri e il buon Joel, è quel primo passo bruciante degno di un esterno, che manda letteralmente al bar l’avversario, accomodandogli la tavola per una schiacciata, per cui non serve chiedere il permesso.

SOGNANDO HAKEEM, TROLLANDO DRUMMOND…

E dire che non doveva neanche giocare a pallacanestro, che si è innamorato di questo sport solo in tarda età, guardando Hakeem Olajuwon, e che avrebbe preferito la pallavolo. Tutto va ricondotto a Luc Mbah a Moute, che in un camp neanche troppo remoto lo scova e fa in modo che arrivi in America, dove alla prep school di Monteverde viene sgrezzato dal punto di vista tecnico. Ora, se l’idolo è “The Dream” e il fisico cresce in misura proporzionale al suo obiettivo, è chiara una mentalità di assoluto dominatore. Non sa che finirà a ripetere, almeno per quantità di minuti giocati, cifre che nella lega di Adam Silver non si vedevano dai tempi di Wilt, a cui non ha nulla da invidiare, neanche per la goliardia fuori dal campo.

Sarebbe facile guardare ai numeri e dipingere il grande campione, ma quello che viene dal campo è diverso. La partita contro i Pistons è l’emblema della sua pallacanestro. Il suo primo tempo, chiuso a quota 30, cifra che ritocca un record di Allen Iverson per Philadelphia, è un clinic della sua sapienza cestistica. Marcato da Griffin e Drummond, non certo due che badano al sottile in difesa, delizia il proscenio con una serie di spin move degni di un ballerino, volando più volte anche sulle teste degli avversari. Ecco, magari calerà nel secondo tempo, ma si mette al servizio della squadra, con tanto lavoro a rimbalzo e, nel finale, quando sembra che oramai la difesa lo abbia ben arginato, con la potenza nelle gambe per catturare carambole in attacco e convertire un errore di un compagno nella schiacciata che va a cementificare la vittoria.

Forse il suo destino non sarà quello di dominare come Olajuwon, probabilmente se Philadelphia non cambierà registro, magari potrebbe non arrivare un titolo a breve, eppure la sua capacità di giocare potrebbe tracciare una nuova strada. Quella di un centro, capace in più occasioni, anche consecutive, di una prestazione di 40 punti e 17 rimbalzi, proprio come contro Detroit, che domina non solo “in the paint” ma che all’occorrenza prende e spara dalla lunga distanza, fa il bello e il cattivo tempo con i piedi ballerini e, semmai dovesse servire, sa mettere tutto questo su un piatto ben condito da tanta salsa piccante, come il troll, anche pesante nei confronti di Drummond, suo ultimo avversario, che vale la pena citare solo per mostrarvi che oltre l’atleta, c’è davvero molto di più.