Mike Hall’s of truth: Law and Basketball Overseas

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Aristotele diceva che “un falco vola in alto per potere abbracciare con lo sguardo una visuale più ampia sulle zone sottostanti, ed è per questo che gli uomini lo ritengono divino, unico fra gli uccelli” e leggendo i tweet del pomeriggio infuocato di Mike Hall viene da pensare che forse i detti antichi non sono poi così peregrini. Se a ciò aggiungiamo che il nativo di Chicago, che oggi è stato ufficialmente confermato dalla Kleb Ferrara in A2, è registrato all’anagrafe letteralmente come Michael Horus – il dio egizio con sembianze di falco – Hall, sembra arrivare una conferma schiacciante. Benvenuti nel mondo di un ragazzo che ha visto e vissuto innumerevoli delle umane peripezie, che non lascia spazio alla menzogna e che ci regala un biglietto, di sola andata, verso l’inside della pallacanestro italiana ed europea, in un discorso che esula da numeri e statistiche del campo, ma si concentra anche sul mondo legale e di lifeline di un atleta americano “overseas”.

Se già qualche settimana fa era scappata la parolina in risposta alla proposta di Tanjevic di una A1 con meno stranieri, che a detta dell’ex Olimpia non avrebbe fatto altro che abbassare il livello tecnico dei giocatori sul parquet, favorendo una innata promozione di giocatori delle minors nel massimo campionato, il pomeriggio del 12 luglio 2018 può essere annoverato come la rimozione del velo di Maya delle tante e troppe leggende metropolitane dentro e fuori uno spogliatoio.

SOCIAL MEDIA ADDICTED

Se siamo abituati oramai ad accogliere le opinioni dei giocatori a caldo sulle gare non solo per il certosino lavoro dei bordocampisti, ma perché un tweet o uno status sono davvero immediati e non necessitano di pensare, Mike Hall ricorda della multa di 5000 euro per un galeotto post di Facebook in cui aveva lamentato un ritardo dei pagamenti (a cui ha “risposto” comprando all’allora Armani Jeans Milano 20 bottiglie di champagne), primo caso in cui i social network entravamo a gamba tesa sui campi da gioco.

Se la NBA ha prima accolto tale mondo e, dopo Chandler Parson e i front office di Portland e Sacramento, ne ha poi limitato la portata, il mondo europeo non ha mai affrontato tali vicende con lo stesso metro di giudizio, senza sanzioni di alcuna sorta per “incazzature” per questa o quella sconfitta e finanche critiche arbitrali, lasciate andare en passant. Ancor più significativo che dichiarazioni non dissimili da quelle di MH furono rilasciate a mezzo instagram qualche tempo fa da Edgar Sosa su Caserta – con i commenti di conferma di Siva, Hunt ed altri ex bianconeri – che han portato alla slavina della squadra campana culminata nel fallimento dichiarato qualche giorno fa a un anno dalla sospensione delle attività agonistiche della prima squadra.

CONTRACT MANAGER

Lo spessore di un campione che ha saggiato il mondo dei “ten-day contract” NBA (Washington Wizards dove fu chiamato a sostituire Butler e Jamison), che è stato suo malgrado tagliato non per motivazioni tecniche, ma solo per quelle esigenze di salary cap che rendono il mondo americano “fine and under control”, ci permette di analizzare le vicende del mondo europeo e specie di quello italiano in cui tutto ed il contrario di tutto appaiono possibili.

Sono molti i tweet, con un significato denso e un messaggio ai colleghi più giovani, a non fidarsi dei propri agenti, che non guardano a tante piccole cose quando ti assegnano ad una squadra pensando solo al contratto economico. La disparità che Mike Hall denuncia senza troppi giri di parole è per lo status contrattuale che viene offerto ad un ragazzo come lui di 34 anni, onorato dal poter essere il mentore di un giovane ragazzo della squadra che lo vuole, ma di certo sorpreso dal sistema che vede l’inesperto under pagato più del doppio di un veterano straniero.

Questo appare il sinallagma intangibile del basket italiano, in cui sono poche le squadre vere, che puntano in alto, mentre le altre sembrano aspettare “il miracolo”. Il discorso si sposta anche su quei fattori economici che troppo spesso sono ignorati dalla federazione e la proposta del ragazzo da Chicago sarebbe quella di un confronto in quel di Luglio tra lega e team per valutarne lo stato economico effettivo.  E se le sue parole dicono che un club di Serie B (3^ serie) può arrivare ad offrire 3-4 volte in più di uno di serie A o di A2, si capisce che il problema non è solo relativo a chi gioca. Il paradosso di questo sistema è che in determinate situazioni si arriva o all’estremo del taglio che Hall subì a Teramo, quando fu fatto allenare con gli under 16 affinchè, dopo lo 0-5 iniziale e l’area rarefatta, fosse lui a sciogliere il contratto senza costi per la società, o al paradosso dello scorso anno del Barcelona che voleva decurtare lo stipendio ad alcuni giocatori per “scarsi risultati del campo”, come se il contratto di un atleta fosse legato solo alle prestazioni di squadra.

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Il resto dei cinguettii è un compendio di una carriera, che Mike Hall definisce condizionata da quel “maledetto” doppio contratto di Jumaine Jones tra Milano e Kuban che lo eliminò dal roster meneghino e lo portò all’ombra della madonnina. Divertenti gli aneddoti in Venezuela, con la pausa sigaretta a metà partita, e in Argentina, dove gli venne data una bici anziché un auto ed il campo aveva un buco nel soffitto che impediva gli allenamenti e le partite in caso di pioggia. O ancora in Spagna, gara di Eurochallenge caratterizzata da un “presidente scontento” che fece le veci dell’allenatore e la deleteria Nbdl o G-League, fatta di situazioni spiacevoli ed imbarazzanti.

Eppure la conclusione è divertente, sardonica e goliardica, sia per la rabbia – mista ad alcool – che accompagnò il buon Mike di ritorno da una finale di coppa persa, senza che potesse prendere l’ultimo tiro, sia per il tentativo di fargli condividere un appartamento – rectius un “dentist office” minuscolo – con un compagno di squadra, scena che ci dice che oltre al talento, attraversano l’oceano giovani uomini. Magari avranno la maschera arrogante di chi ha ricevuto da Dio un talento che possono mostrare sul campo e permettergli di guadagnare, ma non va mai dimenticato che sono ragazzi spesso lontani da contesti veri come quelli americani, per di più catapultati in un mondo pieno di pressione e pregiudizi in cui a tratti è davvero difficile vivere, specie per chi sa dire solo la verità.