Werther Pedrazzi: Milano da bere? Un calice amaro…e il paradosso Melli

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Foto di Alessia Doniselli

Queste sono brutte sconfitte (in Coppa Italia contro Venezia e in Eurolega in casa contro il Khimki), cara Milano. Sconfitte amare. Strategiche e non tattiche? Code di rospo che lasciano il veleno nell’organismo della squadra? Se non si trova subito un antidoto…
Diciamo, prima di ogni altra cosa, che personalmente non sopportiamo quelli che… Messina è bollito… la squadra è sbagliata… nelle varie declinazioni. E non li sopportiamo, indipendentemente dal torto o dalla ragione, sostanzialmente per una questione di metodo. Perché si passa a conclusioni sommarie mancanti delle dimostrazioni. Sintesi senza analisi. Giudicare piuttosto che cercare le cause. Cercare è sempre costruttivo. Giudicare spesso è soltanto distruttivo. Invece, troppe conclusioni sommarie che in alcuni casi si spingono fino al rimpianto del passato. Come se il passato non fosse fatto di macerie, da sgomberare. E qualcuno pensa già di arrendersi al “male oscuro”, a Milano “una casa maledetta”, alla “malattia dei muri”…

Milano da bere? Un calice amaro…

Molto umilmente cerchiamo di riportare l’analisi dentro il vecchio canale della logica. Secondo lo schema classico.
1) Il fatto.
2) Il suo significato. Ovvero la ricerca delle cause che lo determinano.
3) Che fare? Ipotesi per modificarne le cause.
Vediamo….
Il fatto. Brutte sconfitte, sempre uguali. Milano parte bene, e finisce male. Nelle sconfitte, almeno a livello macroscopico, incidono percentuali inaccettabili nel tiro dalla lunga distanza (4/27 contro Venezia e 3/21 contro Khimki). La squadra non crolla mai ma perde (troppo) spesso. Inizia bene e non finisce l’opera.
Il suo significato. Progressiva perdita di energia? Possibile: dicono che la squadra sia “vecchia”, almeno nella sua ossatura fondamentale… Energia, tuttavia, è termine vago, noi preferiamo sostituirlo con progressiva perdita di lucidità.
Che fare? Solo ipotesi. Senza presunzione di indicazioni, ma soltanto quello delle riflessioni. Concedeteci il beneficio del “periodo ipotetico”. SE… “E sottolineo se” cantava Mina… Visto che, come stanno attualmente le cose, si perde, e che non è bastato, ad esempio, tenere la Reyer a 67 punti e il Khimki sotto gli 80, se si provasse ad invertire l’ordine dei fattori? Trasformando i vari Rodriguez, Micov, Scola, Nedovic (se e quando mai sarà perfettamente efficiente) in giocatori di incremento (nel corso della partita), piuttosto che di logoramento? Contestualmente lasciando a Sykes, Cinciarini, Moraschini (quando sarà recuperato), Della Valle, Biligha o Burns, il peso di sostenere, e valutare, l’impatto iniziale degli avversari. E soprattutto Jeff Brooks.

Quale il motivo di un utilizzo e rendimento sotto dimensionato del buon Jeff, che per ruolo ed interpretazione tecnico-atletica dovrebbe/potrebbe essere l’ago della bilancia della squadra? Domande: troppe. Risposte: poche. Insomma, resterebbe solo provare qualcosa di diverso, come appunto l’inversione dell’ordine dei fattori. Il risultato non cambierà? Ci sembra già di sentire l’obiezione: eh, ma questa non è gente da Eurolega! Ok, allora avanti così, a perdere. Senza esplorare o creare nuove opportunità.
Andando in questa direzione, però, ci toccherà dare ragione ad un caro amico, l’eccellente professor Vincenzo Carlà, che da tempo cerca di convincerci che il basket sta declinando verso una dimensione quantitativa a scapito di quella qualitativa. Ma, se a Milano non è sufficiente la dimensione dei suoi giocatori di maggior qualità, perché non provare con la quantità? Che poi… Anche la nazionale di Meo Sacchetti, con l’unanime apprezzamento nelle sue recenti uscite, starebbe a dimostrare l’assunto per cui l’entusiasmo fa scorrere basket nelle vene anche a chi non si chiama Belinelli, Gallinari, Melli o Datome…

L’ansia dell’errore

Passando, ulteriormente, alle incresciose percentuali nel tiro da fuori, cercandone la causa, rifiutando la banalizzazione di fortuna o sfortuna, avventurandoci ancora una volta nel campo minato delle ipotesi, basandoci, però, non sulle sensazioni, ma sulle osservazioni, che dire? In attacco abbiamo visto troppe volte fare quel che si deve e non quel che si può, o potrebbe, fare. La causa potrebbe risiedere in un tecnicismo esasperato? Nella ricerca di un controllo assoluto, che uccide la fantasia? Lo stesso Ettore Messina ha dichiarato: “Devo togliere l’ansia dell’errore”. Ed anche in questo caso, prioritario sarebbe chiedersi da cosa è generata l’ansia. Perdendoci per l’ennesima volta nel labirinto astratto delle ipotesi. SE… Fosse vero quel che abbiamo sentito dire, cioè che gli allenamenti dell’Armani sono sempre sottoposti all’occhio freddo e spietato delle telecamerine che registrano ogni singola imperfetta esecuzione, allora, e forse, basterebbe toglierle, per diminuire anche l’ansia dell’errore. Questo pensiamo per tre ordini di motivi.

Il primo: evidenziando TUTTI gli errori si ingenera soltanto il caos. La pretesa di correggerli tutti diventa ossessione, e se non ci riesci crea frustrazione. L’alternativa: aprire la mente e il cuore, a una più libera interpretazione del copione.
Il secondo: riteniamo assolutamente, e riconosciamo ad Ettore Messina competenza ed esperienza per selezionare gli eventuali errori e correggerli secondo un ordine di priorità, in funzione del rendimento complessivo della squadra.
Il terzo motivo. L’abisso in cui a volte precipitano le percentuali dalla linea esterna: è una concausa. La concatenazione di un effetto domino. Sappiamo di essere ancora una volta rimasti soli, ma ci ostiniamo a pensarlo: Milano (eccezion fatta per Luis Scola) non ha gioco interno, poco post basso, niente spalle a canestro. Belli che sono, e spettacolari, Tarcisio e Guda quando lanciati in volo dal P&R, attaccano, e staccano a due mani, frontalmente il ferro, ma il peso (e il loro sarebbe anche rilevante) dentro l’area lo fanno valere (troppo) poco. Così che il baricentro delle difese avversarie rimane sempre alto, pronte, come conseguenza, ad arginare il tiro da fuori, riducendone l’efficacia.

Opinioni, s’intende. Opinabili.

Ma il tempo stringe, per la prima volta Milano è virtualmente fuori dalle prime otto di Eurolega, e anche se il pane ancora non manca e sul ponte ancora non sventola bandiera bianca, la (difficile) trasferta di Kaunas è da vincere. Perdere potrebbe significare il primo visto sul passaporto per l’inferno.

Melli

E intanto Nik Melli…

Nel frattempo. Un’eco arriva da oltre Oceano… Il paradosso Melli…Nik infila sei triple consecutive contro Golden State Warriors, prima del suo unico errore dal campo. E quelli che… panchinaro fisso… vedrete che torna indietro presto…? Zitti gli onesti, sul carro tutti gli altri… Mentre noi guardiamo dentro e dietro le cifre: settimo per minuti giocati (23’) e terzo per punti segnati (20). Boia… l’intensità ed efficacia. Ha inizialmente faticato ad ambientarsi? Probabilmente ha faticato di più il suo allenatore a capirne il talento e il potenziale. D’altra parte con lo sciovinismo c’è poco da fare. Cosa volete: bianco, europeo, no tatuaggi o piercing, niente dread lock, unica concessione all’estetica, la barba, ma quella in Nba ce l’hanno (quasi) tutti. In più, il basket non lo ha salvato da nessun ghetto. Anzi il contrario. Provenienza da una piccola, civilissima, agiata città, ottima famiglia e solidi studi liceali… Che storia da fotoromanzo potevano inventarsi gli americani?
Il paradosso, dicevamo? Quando mancava Zion Williamson, la prima scelta, la stella designata, il suo allenatore lo teneva seduto o addirittura fuori squadra, da quando Williamson è rientrato è cresciuto anche il minutaggio di Nicolò Melli, e si va scoprendo il suo ruolo strutturale nella squadra. Perché, fortunatamente, qualcuno ha spiegato ad Alvin Gentry che oltre all’estetica dello spettacolo e delle schiacciate, esiste un’etica del lavoro, fatta di intelligenza cestistica e determinazione.

Oltre al fatto che se vuoi che la tua stella brilli, ha bisogno di un cielo in cui brillare... E quel cielo di basket chi meglio di Nik lo sa colorare? Con le sue difese, la sua intelligenza nelle letture del gioco e degli spazi, con il suo tiro dall’arco che apre l’area al devastante potenziale atletico di Zion. Insomma, funzionale alla squadra e alla sua stella. Diventeranno amici. Saranno famosi? Forse. Perché qualcuno, segnatamente il presidente dei Pelicans, David Griffin, e il general manager, Trajan Langdon, si, quello che avevamo conosciuto negli anni ruggenti della Benetton Treviso con il soprannome di “Assassino dell’Alaska” per il tiro mortifero, hanno capito tutto, e lo hanno spiegato ad un allenatore sulle prime refrattario. E’ presto per dire, ma quella di Nicolò Melli sembra nascere come la miglior stagione da rockie di un giocatore italiano in Nba, forse agevolato anche dallo sbarco nel pieno della maturità fisica e tecnica.
E lui, Nik, che ci scrive sempre: “Con calma. Passo dopo passo, arrivo”.

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