Mondiali 2019, promossi e bocciati

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Mondiali 2019

Con la Spagna di Sergio Scariolo Campione del Mondo da imbattuta, si è conclusa un’edizione dei Mondiali FIBA di assoluto interesse. Sorprese, controversie, divertimento. I quindici giorni di kermesse iridata non hanno certo mancato di darci motivi per appassionarci e discutere.
Tiriamo allora le fila di quanto visto in Cina andando a indicare i nostri promossi e bocciati.

PROMOSSI

La Spagna di Don Sergio

Scontato, quasi pleonastico. Ma non si può che partire dai nuovi Campioni del Mondo. Arrivati a fari spenti, con il gruppo forse meno talentuoso di quest’ultimo, incredibile, quindicennio, le Furie Rosse hanno fatto un percorso perfetto. Come un motore diesel sono partiti a rilento, illudendo molti che le vittorie risicate con Porto Rico e Iran fossero sinonimo di debolezza. Per poi schiantare tutti quando si è iniziato a fare sul serio

La partita con l’Italia è stata forse quella della svolta. Dove veramente Gasol e compagni hanno rischiato di vedere il proprio Mondiale a rischio. Ma gli ultimi cinque minuti giocati con il solito spietato cinismo li hanno lanciati verso il poker di vittorie che ha significato tornare sul tetto del mondo tredici anni dopo la prima volta.

Un successo costruito su una difesa arcigna, che ha mostrato una fisicità impareggiabile (93.4 il defensive rating, miglior dato del torneo) e in finale ha stritolato le punte Argentine: 7/36 complessivo per il trio Campazzo-Scola-Laprovittola.

Una difesa che ha sopra il marchio di Sergio Scariolo, probabilmente al capolavoro della sua carriera, che va a far compagnia al titolo NBA con Toronto, per mettere il sigillo a un 2019 da favola. La sicurezza con cui la Spagna ha giocato le fasi decisive del torneo è andata di pari passo con quella con cui il tecnico bresciano ha gestito i suoi da bordo campo.
Dopo tre ori e un bronzo Europeo e un argento e un bronzo Olimpico mancava un risultato a una competizione Mondiale. E non c’è dubbio che Scariolo abbia fatto le cose in grande per completare il suo palmares.

La locura Argetina

E’ stato il Mondiale degli inaspettati. In particolare di quelle squadre che sembravano avere alle spalle i propri giorni migliori, salvo poi mettere in riga tutti. Se nella Spagna i vari Gasol, Rubio, Fernandez, Llull erano presenti ma col dubbio degli anni ad appesantire le gambe, l’Argentina arrivava orfana della propria Generacion Dorada. Quasi completamente, con Luis Scola all’ultimo ballo quasi più in maniera romantica che per dare un reale contributo in campo.

E invece… In braccio a un meraviglioso Facundo Campazzo e trascinati dallo stesso Scola, la Seleccion si è fatta largo fin dalle prime partite, eliminando prima la Serbia ai quarti e poi dando una lezione alla Francia in semifinale, cedendo le armi solo a una Spagna veramente superiore, quasi che l’incantesimo si fosse rotto con quaranta minuti d’anticipo.

I sudamericani hanno giocato un basket bellissimo ed estremamente efficace, alzando i ritmi, pigiando sull’acceleratore per sfogare un motore che ha tratto forza da un gruppo compatto come pochi. Dove ha dato tantissimo un Gabriel Deck come al Real forse non si sono mai sognati. E in cui Vildoza e Laprovittola sono stati compagni perfetti per il playmaker del Real.
L’abbraccio commovente tra Ginobili, spettatore a bordo campo, e Luis Scola al termine della vittoria con la Francia è stato il simbolo di una squadra che ha trasferito, ancora una volta, il concetto di famiglia in campo, elevando al massimo il proprio rendimento per due settimane.

Quale sarà il futuro di un movimento che dietro ai propri primissimi giocatori non sembra avere molto è difficile da pronosticare. Ma questo argento ha mostrato per l’ennesima volta che l’Argentina non va mai data per sconfitta in partenza.

Nella beffa, la conferma australiana

Secondo quarto posto consecutivo per l’Australia, dopo quello di Rio 2016. Fatale, ancora una volta, la Spagna. Ancora una volta in una partita tiratissima. Alle Olimpiadi il successo degli iberici fu di soli due punti, questa volta sono serviti due supplementari e un paio di fischi piuttosto dubbi in semifinale.
Ma quella sconfitta, e la successiva con la Francia, non tolgono il valore a quanto di buono mostrato dai Boomers, a tratti forse la miglior squadra della competizione per impatto offensivo e difensivo.

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Patty Mills, trascinatore degli Aussie (foto FIBA)

Dellavedova, Mills, Ingles, Bogut, Baynes, Landale: un nucleo che si è dimostrato di altissimo livello, forse solo un po’ troppo corto quando si è arrivati a giocare per i metalli preziosi. Kay e Goulding hanno portato contributo solo a fasi alterne e comunque non sono stati sufficienti.
Il futuro, comunque, appare luminoso. Con la crescita di Landale e il possibile rientro nei ranghi di Simmons e Dante Exum l’Australia potrebbe avere i suoi giorni migliori davanti a sé.

La Repubblica Ceca guarda gli USA dall’alto al basso

Alzi la mano chi si sarebbe aspettato di vedere, nella classifica finale, la Repubblica Ceca, priva pure di Jan Vesely, davanti agli Stati Uniti. Certo, ci è voluta una combinazione di prestazioni ottimali da una parte e pessime dall’altra, ma il tabellone recita così.
E da parte Ceca ci sono solo meriti. Nel corso del torneo sono sempre partiti con i pronostici che li indicavano come vittima sacrificale. Salvo smentire tutti partita dopo partita.

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Tomas Satoranski, leader della Repubblica Ceca (foto FIBA)

Prima hanno sorpreso la Turchia, ancora sotto shock dal KO con gli USA, poi hanno dato il benservito al Brasile al secondo turno. Infine si sono dovuti arrendere all’Australia, onorando però la competizione fino al termine, battendo la Polonia e poi perdendo con la Serbia nelle gare per il 5°/6° posto.
Comune denominatore in tutto questo è stato un sontuoso Tomas Satoranski, che chiude con medie di 15 punti, 6 rimbalzi, 8 assist e il 49% da tre punti. Una gemma, questo Mondiale, nella carriera di un ragazzo che a 27 anni entra nel culmine della propria maturità e, da qui in avanti, sarà chiamato ancora ad essere il faro della sua Nazione.

Bogdan meritava di più…

Il Mondiale di Bogdan Bogdanovic è stato di una bellezza stordente. Anche nei momenti peggiori di una Serbia che, inutile girarci intorno, ha ampiamente deluso le attese.
Il talento di Belgrado è sempre sembrato di un altro livello rispetto a chiunque fosse in campo con lui: letture sublimi, capacità di segnare quasi a piacimento, controllo della partita totale.

Tutte cose che aumentano solo il rimpianto per il collasso serbo e che non ci ha permesso di vederlo giocare nelle partite più importanti.
Chiude con numeri che fanno quasi sorridere: 23 punti, 60% da due, 53 da tre, 80 ai liberi, 4 assist e 4 rimbalzi di media. La consolazione è che il meglio, indubitabilmente, debba ancora venire.

BOCCIATI

La Serbia paga la propria ubris

E’ incredibile riguardare oggi come sia finito questo Mondiale ripensando a cosa dicevamo non più tardi di venti giorni fa. Il tappeto sembrava steso per una finale tra Serbia e Stati Uniti, dove, nell’ideale, gli uomini di Djordjevic avrebbero avuto una succulenta chance per dare agli americani una storica lezione.
E se da un lato gli USA hanno pagato il fatto di non considerare un evento come i Mondiali al pari delle Olimpiadi, dal canto suo la Serbia ha finito per scontare il senso di superiorità con cui si è presentata in Cina.

La partita con la Spagna era stata già una sveglia allarmante, ma contro l’Argentina sono stati ripetuti, al cubo, gli stessi, fatali, errori. Ancor più che tecnicamente ha sorpreso il crollo psicologico della squadra, con diversi interpreti, Jokic su tutti, che hanno avuto un atteggiamento, mentale e fisico, quantomeno rivedibile nell’arco della competizione.
Per una squadra fondata sull’impatto difensivo, uscire concedendo quasi 100 punti è un segnale chiaro che qualcosa non ha funzionato. La scelta di Djordjevic di portare quattro centri non ha pagato (nove minuti complessivi per il trio Marjanovic-Milutinov-Raduljca nei quarti di finale), a maggior ragione dopo la grande sfortuna di Micic che non ha certo potuto giocare al meglio le partite cruciali.
Il risultato è stata una enorme opportunità gettata alle ortiche, che chissà quando ripasserà.

Gli USA sbattono nuovamente contro lo scoglio Mondiale

Non è certo un mistero che le stelle NBA diano molto più peso alle Olimpiadi che ai Mondiali. La pioggia di “no” detti dai principali giocatori statunitensi alla convocazione di coach Popovich è stato l’ulteriore segnale che ha confermato quello che già dicevano i risultati del campo: dal 2000 a oggi USA oro olimpico quattro volte su cinque, mentre ai Mondiali solo due.
Ciò non toglie che l’eliminazione ai quarti con la Francia e il settimo posto finale siano una bella delusione per USA basketball. Che, in ogni caso, arrivava coi favori del pronostico, dettati, quanto meno, dall’avere un roster composto da dodici giocatori NBA.
E qui forse la prima riflessione per il futuro: fermo restando che la soluzione più logica al problema sarebbe avere i migliori sempre disponibili, resta da valutare la formazione della squadra una volta che ci si è trovati di fronte a tante rinunce.

Detto che parlare a giochi fatti è sempre molto facile, per il futuro probabilmente sarà da ponderare la costruzione di un roster più funzionale. Magari con meno talento complessivo, ma con più senso tecnico in campo. Non limitandosi ad ammassare, dei migliori, quelli che non hanno rifiutato.
La squadra di Popovich è sembrata a lungo più una selezione di ottimi giocatori che un vero gruppo e i cinque minuti finali con la Francia hanno elevato al massimo questa sensazione. Nessuna tragedia e nessun ribaltone storico. La differenza tra loro e il resto del mondo rimane enorme. Ma certo, rimane una sconfitta che meriterà una valutazione approfondita.

Giannis si è scoperto umano

Fa strano dirlo, ma una delle delusioni di questo Mondiale è stato Giannis Antetokounmpo. Annunciato come dominatore incontrastato della manifestazione alla vigilia, quando poi si è scesi in campo la realtà è stata molto più dura.
Vuoi per gli spazi ristretti rispetto alle abitudini USA (il 22% da tre punti non ha aiutato), vuoi per la pressione non semplice da sopportare, l’MVP dell’ultima stagione a stelle e strisce ha giocato abbondantemente sotto le proprie possibilità.

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Passaggio a vuoto inatteso per Giannis Antetokounmpo

La sconfitta col Brasile, in cui nell’ultimo quarto ha tirato una sola volta dal campo, è stato un primo segnale di debolezza. La partita con gli USA, persa nettamente, quasi un segno di resa.
Va detto che attorno ha avuto poco aiuto dai compagni di squadra, che hanno mostrato tutte le debolezze del roster, non colmabili unicamente dal talento del numero trentaquattro. Ma resta innegabile che, dopo il preolimpico 2016, questo Mondiale rappresenti un altro passaggio a vuoto nella sua giovane carriera.

Flop tedesco

Si rischia di dimenticarsene perché sembra passata un’eternità, ma la prima delusione, in ordine temporale, di questo Mondiale era stata la Germania. Fuori inesorabilmente al primo turno, dopo una inopinata sconfitta contro la non irresistibile Repubblica Dominicana.
La squadra di Rodl arrivava come una delle possibili outsider. Probabilmente non con ambizioni di medaglia, che, comunque, con i giusti incastri, non sarebbero state del tutto impossibili. D’altronde, il meglio che attualmente il basket tedesco poteva proporre in termini di giocatori era presente.

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Dennis Schroder, volto di una Germania deludente

Schierato in fila a un Dennis Schroder che, nuovamente, è tornato ad alzare i dubbi sulla sua capacità di essere leader. I numeri grezzi parlano di quasi venti punti e dieci assist di media, ma anche il 40% scarso dal campo e oltre tre palle perse a partita.
La transizione da Nowtizki a lui continua a procedere non propriamente liscia. E il risultato della Nazionale va abbastanza controcorrente rispetto a un movimento che in generale continua a vivere una grande crescita.

L’arbitraggio è stato troppo spesso un problema

Chiudiamo con una piccola vena polemica sugli arbitri.
E’ quasi un leit motiv di queste competizioni, che si genera per varie condizioni esogene: dall’aprire alla presenza di arbitri di federazioni minori, cestisticamente parlando, e quindi meno pronti, al fatto di non avere, per scelta della FIBA, a disposizione gli arbitri di Eurolega.

Il risultato è stato un Mondiale dove troppo spesso i direttori di gara hanno finito per diventare protagonisti in negativo: l’eliminazione della Lituania contro la Francia grida ancora vendetta e il video della reazione ironica di Bogut ai fischi nel finale della partita con la Spagna sono ormai virali.
Aggiungiamoci una gestione dei replay non sempre ottimale e abbiamo un problema che, assieme al livello cestistico proposto in certe partite, andrà affrontato con attenzione.

Classe 1985, bolognese di nascita. Folgorato da Danilovic, ammaliato da Ginobili, tradito da Abdul Gaddy. Incidente che mi ha portato a valutare le cose in maniera più disincantata. Classico esempio di paziente affetto dal "Disease". La vita è troppo breve per vedere brutto basket ma, se non c'è altro, il campionato ungherese resta un'ottima opzione.

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