Mondiali, team USA: i perchè del disastro in Cina

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Il Mondiale in Cina ha riservato un ampio ventaglio di sorprese, non tutte necessariamente positive. Il settimo posto per il Team USA è con ogni probabilità l’elemento più sorprendente di una spedizione che ha nel termine “fallimento” la sua definizione ideale.
È questo infatti il lascito degli oramai ex Campioni del Mondo nella spedizione in Cina. Un’avventura, a tutti gli effetti, da dimenticare per una squadra che mai aveva concluso un Mondiale con un risultato così deludente. Quantomeno nella storia moderna del basket un’epoca che ha designato gli USA come la squadra da battere, sempre e comunque. Ma non questa volta, dove sono subentrati una serie di fattori che hanno portato all’esclusione degli statunitensi dalle fasi finali.

CERCASI PRIME LINEE

Il primo dato, quello più evidente, è stato senz’altro l’esclusione dei top player dai 12 convocati alla spedizione cinese. Da Curry a Leonard, da Thompson a James e molti altri ancora. Un fattore senz’altro decisivo nell’andare della competizione, figlio di due aspetti essenzialmente.
Il primo è dato dalle priorità che i giocatori hanno dato alla propria estate. In molti, infatti, hanno rigettato la convocazione al Mondiale per potersi dedicare appieno alla propria preparazione, in vista dell’imminente inizio della regular season in NBA. Un aspetto che ha rappresentato, culturalmente parlando, uno smacco per gli ex Campioni. Il team USA era infatti chiamato a difendere titolo e tradizione, ma così non è stato a causa di ambizioni, a livello personale, che hanno destabilizzato l’ambiente fin dalla vigilia.

Il pronostico, insomma, è stato rispettato: l’assenza degli elementi cardine che rendono grandi gli Stati Uniti non soltanto ha complicato i piani del team USA, ma l’ha letteralmente affondato verso un destino ben peggiore del fallimento nel 2002 da parte dell’ex Jugoslavia. Il secondo aspetto, poi raggiunge un altro livello. Perchè se è vero che i campioni hanno rigettato singolarmente la convocazione in Cina, è altrettanto vero che questa scelta va considerata nel suo insieme. Tutti, infatti, hanno rifiutato l’occasione di rappresentare a livello mondiale il proprio paese, un aspetto sorprendente se si considera il patriottismo di cui gli americani vanno tanto fieri.
Se è vero dunque che l’NBA si prepara ad accogliere i propri top player al meglio della condizione, va considerato il lascito di questa spedizione mondiale: un autentico disastro del quale le stelle statunitensi sono direttamente responsabili.

E’ MANCATO IL GIOCO

Il secondo dato di analisi, poi, sta nel gioco offerto dal team USA. Nonostante alla spedizione abbiano preso parte quelle che, di fatto, sono seconde/terze linee, queste erano comunque chiamate a offrire un basket all’altezza della situazione.
Non è bastata, in primis, la mano di coach Popovich a cambiare sorti che sembravano già scritte da tempo. La pallacanestro mostrata dagli statunitensi ha fatto dell’improvvisazione e del mancato gioco di squadra i suoi punti cardine. La squadra, sia a livello di singoli che di collettivo, non ha mai convinto e si è dovuta arrendere fin dal principio delle fasi a eliminazione diretta, con la Francia che non ha lasciato scampo. Il gioco mostrato è stato fragile, privo di idee ben rodate, figlio di improvvisazione a livello di singoli e di fortunose circostanze (su tutte l’extra time contro la Turchia, dove gli Stati Uniti sono stati a più riprese graziati dagli errori dal tiro libero degli avversari).

Ha deluso su tutti la performance di Myles Turner: il mondiale sembrava l’occasione giusta per dimostrare di essere un centro d’élite: tuttavia ha giocato da star solo col Brasile, mostrando tutti i suoi limiti. Brook Lopez, poi, sembrava il centro ideale per le competizioni FIBA col campo più stretto: il tiro dalla distanza non è mai entrato, evidenziando le sue lacune. Le statistiche del suo Mondiale parlano da sè: 2.6 punti, 1.9 rimbalzi e 0.3 assist di media.
Un altro aspetto di cui tenere conto è stata il relativo impatto di Donovan Mitchell. Fra tutti i 12 convocati doveva essere senza dubbio il suo mondiale, l’occasione per poter emergere e fare il definitivo salto di qualità. I 29 punti con la Francia sono stati l’unico, vero sprazzo da top player in una spedizione da dimenticare; i 13.1 punti di media, 4.3 rimbalzi e 5 assist sono il lascito di un Mondiale le cui aspettative erano ben altre.

BACKGROUND TESO

Si consideri, infine, l’atmosfera intorno al team USA fin dalla vigilia di questo Mondiale. Le scelte e la preparazione intorno agli statunitensi avevano generato non poche perplessità fin dal prologo della Coppa del Mondo; la sconfitta in amichevole contro ‘Australia, poi, non ha fatto che peggiorare questo generale malcontento intorno agli americani.
Lo scetticismo non hai mai abbandonato questa squadra. Nonostante le vittorie nelle prime fasi, queste sono state figlie di un gioco non all’altezza, fragile, insicuro, basatosi essenzialmente sulla provvidenza delle singole giocate. Un fattore che, nel lungo andare del Mondiale, non ha retto, decretando la tanto prematura quanto pesante uscita dai giochi del team USA.

La pressione dei media si è fatta sempre più insistente e pesante per una squadra psicologicamente sempre più scossa dai risultati sul parquet. Non ha retto la situazione coach Popovich, che ha rilasciato, in seguito alle pressanti domande dei giornalisti, parole dure che sanno di sfogo per la pressione mediatica ricevuta in queste settimane.

Mancate di rispetto. Non è cosi che si fa. Non chiedendo se ci fosse stato questo o quel giocatore. E’ un grave sgarbo che si fa ai miei ragazzi, alla Francia ed a tutte le altre nazionali che partecipano a questo mondiale. Abbiamo perso ma io sono ugualmente soddisfatto e non potrei non essere grato a questi ragazzi, che hanno sacrificato le loro vacanze estive per essere qui oggi, nonostante non avevano mai giocato insieme. Non vi soffermate sui giocatori che ci mancavano, non esiste nessun altro giocatore al di fuori di quelli che sono scesi in campo”.

La testa, ora, è rivolta alle Olimpiadi del prossimo anno a Tokyo. Un’occasione di fondamentale importanza per voltare pagina e ripartire, onorando il peso dei colori statunitensi.

Stefano nasce il 19/11/1996 a Vigevano, vicino Milano. E' Studente di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. Sin da piccolo coltiva la grande passione per il giornalismo, in particolare quello sportivo, per il calcio, il basket e lo sport più in generale. Il suo sogno è quello di trasformare tutto ciò in un lavoro. Al momento scrive per Termometro Politico, Numero Diez e Backdoorpodcast.

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