Il giardino Zen 3: Euro steps

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NBA coronavirus

Quando il fenomeno Doncic è scoppiato in Europa, io sono rimasta orgogliosamente indifferente. Mi capita spesso di non provare forti emozioni per i giocatori europei, soprattutto quando li ammiro dentro alle cornici FIBA. Il mio non è pregiudizio, è DNA.
Se la prima partita di basket che guardi è una partita di NCAA, e le successive 200 sono ancora partite di NCAA, il basket FIBA sembrerà pallanuoto senza l’acqua per il resto dei tuoi giorni, non c’è niente da fare. Unica eccezione sono i campionati del mondo o le olimpiadi, ma in quel caso è la fiaccola delle identità cestistiche a prendere il sopravvento, il basket centra meno.

E non è ovviamente una questione di tecnica, di talento, di istinti o ingegni cestistici, è più una questione di ritmi, di naturalezza delle movenze, di “grazia atletica”, se mi permettete un termine decisamente troppo femminile.
Il basket è una danza con gli spicchi in mano per la sottoscritta, e si sa, i fratelli neri sono quelli che ballano meglio, con o senza Spalding tra le mani.
Ciò detto, chiunque neghi il talento di Doncic è un maniaco sessuale a cui non piace il porno.

Cifre da capogiro

Luka al suo secondo anno nella Lega dei Sogni sta tirando con un Antetokounmponesco 67,6 % sulle entrate a canestro (guidando l’NBA nella categoria), è secondo solo a James Harden per triple pull-up tentate, e ne converte il 36% abbondante, ha già imparato a leggere i set multipli di difese che gli schierano contro ed è a un mezzo assist di differenza dal tenere una tripla doppia di media (30.1/10.0/9.5) nel suo secondo anno nel Vietnam della pallacanestro. Oltre ad essere appena diventato il secondo più giovane di sempre (dietro a Sua Presceltezza James) a confezionare una tripla doppia da 42 punti, 12 assist e 11 rimbalzi.

Non c’è niente di elegante nel suo gioco o di intrinsecamente poetico; il suo basket ha la purezza dell’esecuzione, il coraggio del soldato in missione e l’ebrezza dei cuccioli quando si stanno divertendo. E il suo fisico, pur ridefinito dai pesi delle palestre NBA, è ancora acerbo se lo si compara ai cyborg americani. Eppure è l’unico motivo per cui i Mavericks siedono al 5° posto all’ovest, invece di contorcersi sul rettangolo per le doglie da ricostruzione post-Nowitzki.
Eppure guida la squadra per punti, assist e rimbalzi come se fosse uno di quei precog nei bozzoli di Minority Report che sapevano prima del resto del mondo quello che sarebbe successo qualche minuto più tardi. Doncic ha 20 anni solo al bar nell’America del basket di oggi; per il resto è un veterano travestito da sophomore, una pointguard di 6 piedi e 7 senza la quinta di Paul George, o la sexy marcia ridotta di Jokic, ma con una propria andatura costante che riesce a imporre agli avversari grazie all’uso sapiente degli specchietti laterali e retrovisori. Questo fa l’Europa nei migliori scenari: ti insegna a guidare meglio di chiunque altro e a sfidare le leggi pur rigando dritto.

Destino e Kristaps

Luka ha anche il destino dalla propria parte, il che serve sempre nella vita di uno sportivo professionista, se non altro per accelerare i successi e infonderti quella fiducia sconfinata nei tuoi mezzi che al Piano di Sopra fa la differenza 9 volte su 10. Chiamare Bargnani per la conferma ad ogni ora del giorno.
Rick Carlisle, che da giovane ha giocato accanto a Larry Bird e da allenatore si è trovato prima a plasmare l’immenso talento di Paul George e poi il diesel extra lusso di Nowitzki, sarà il papà cestistico perfetto per Doncic, così come quell’ira di Dio di Porzingis, che è nato per pensare e giocare a basket davanti ai miei teleschermi, sembra destinato a diventare il suo secondo violino ideale per i prossimi 15 anni a venire. Coach Carlisle, a cui di certo non trema la lavagna (mister 8 quintetti titolari diversi nelle prime 12 partite di novembre), questo autunno ha messo la palla in mano a Luka dal primo giorno di allenamento e gli ha detto: “Fai come se fossi a casa tua”; ugualmente Kristaps, reduce da un’annata di retropensieri da costa est, accanto alle onde positive di Doncic pare aver ritrovato estro, voglie offensive e il candore crudele delle rivoluzioni giovanili. Il fatto che acciuffi meno rimbalzi di Luka è solo la diretta conseguenza di questa nuova vague anti-posizione o ruoli stereotipati che sta attraversando il basket NBA da nord a sud e da un lato all’altro del campo.

Del resto i Mavs sono la pietra dello scandalo in materia: il giorno in cui Dirk ha mosso un passo dietro alla linea da tre e ha lanciato la sua prima tripla è anche il giorno in cui è stato piantato il primo seme di un nuovo gioco a spicchi. E oggi, quando Doncic abbandona il perimetro per compensare il vuoto sotto ai tabelloni lasciato dai nuovi centri post-Shaquilliani, il mondo della pallacanestro ne raccoglie semplicemente i frutti.

Nowitzki way

Mi ricordo i primi anni di Nowitzki, mi ricordo di averlo preso in giro: un lungo che non sa acciuffare rimbalzi o incidere in difesa per me era una bestemmia in tedesco, in altre parole una brutta cosa sia da gestire che da vedere. Poi sono arrivate le Finali NBA del 2011, le mie dodicesime finali seguite da giornalista, le finali dell’inarrestabile Big Three, le finali del 2-a-1 Heat, che suonava sinistro tanto quanto il sanguinoso 2-a-zero dei Mavs nel 2006, le finali dello Space Jam targato Lebron contro il resto del mondo. Non credevo che l’apocalisse del 2001 tra Iverson e Kobe fosse duplicabile, che la bellezza pittorica di Celtics contro Lakers nel 2008 fosse sfiorabile, o che lo spirito di squadra dei Pistons nel 2004 potesse rivivere in un altro palazzetto e in un’altra era a spicchi. Ma forse mi sbagliavo.

Nowitzki in quelle finali di abnegazione fisica, classe agonistica e patriottismo teutonico-texano ha toccato e sfondato tanti di quei limiti sportivi e umani sotto ai miei occhi da convincere me e tutti i presenti che i vincenti sono un’entità a parte nello sport, sono la sua anima pulsante e imprescindibile, un insieme di talento e tenacia e dignità e furbizia e ostinatezza e cuore, e altruismo, che non ha niente a che vedere con l’istinto o la naturalezza dei gesti, o le predisposizioni fisico/tecniche alla gloria, né tantomeno, vivaddio, con il mio risibile piacere estetico.

E forse un giorno Doncic mi riconvincerà una seconda volta.