NBA: Live dal Chase Center, i momenti di Warriors e Spurs

0
39
Warriors
Luca Francesconi

Chase Center, San Francisco, California. Finisce con un’altra (prevedibile) sconfitta per i vice campioni in carica la gara casalinga di venerdì sera. Popovich, nonostante faccia riposare Murray (load management: i back-to-back sono ancora vietati dopo il problema al ginocchio dello scorso anno) e controlli l’impatto di DeRozan (solo 7 conclusioni tentate in quasi 30 minuti giocati), si porta a casa l’ennesimo successo grazie ad un grande Mills (31 per lui con 10 su 16 dal campo) aiutato da Gay e White (rispettivamente, 16 e 14 nel tabellino).
Per Kerr invece gli enigmi (e i problemi) continuano ad aumentare: 4 starting line-up diverse in ognuno dei quattro match disputati ed una difesa ai limiti del codice penale hanno caratterizzato l’inizio stagione dei Warriors. Nonostante il sorprendentemente 46% da tre (contro la competente difesa di San Antonio e in contumacia Curry) i californiani subiscono pesantemente sotto entrambi i ferri, ma l’impressione più in generale è che non ne abbiano abbastanza per misurarsi in questa Western conference.
Buone le prestazioni di D. Russel -30 punti per lui, ma con 9 su 24 dal campo- più coinvolto nell’attacco Warriors vista l’assenza di Steph, e  J. Poole (?!) che si porta a casa un career-high da 20 con oltre il 50% dal campo.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un piccolo assaggio del Chase Center. Perché si, eravamo lì stanotte. #nba #warriors #chasecenter

Un post condiviso da Backdoor Podcast (@backdoorpodcast) in data:

A voler essere fantasiosi questo pezzo si potrebbe intitolare “la maledizione dell’infortunio di Kawhi Leonard”, perché le due squadre, da quel controverso fallo di Pachulia hanno visto proprio l’ex Spurs trasformare i loro sogni in incubi. Battute, credenze/superstizioni a parte, Spurs e Warriors sono le squadre più toste da capire in questo inizio di regular season, nonostante siano guidate saldamente e siano, ancora oggi, due esempi favolosi di management sportivo.
Personalmente ho la sensazione che navighino un po’ “a vista” per mari incerti, mossi più dal vento che non verso la loro rotta, con molte incertezze sul futuro e su che farne dei rispettivi equipaggi. Proviamo ad analizzare le due situazioni.

Il momento dei Golden State Warriors:

I Warriors, tutti, ad ascoltarli attentamente, nelle parole e nei toni, sembra che siano ancora rimasti in quel nefasto Giugno che gli ha portato via: titolo NBA, un anno di Klay Thompson, Iguodala, Livingston, KD e, più in generale, quela dinastia giallo-blu costruita in una decade. Guadagnandoci in cambio solo un palazzetto nuovo e D’Angelo Russel.
Iniziamo dalle cose positive, parlo ovviamente del Chase Center e non del buon D’Angelo, senza offesa.
La nuova arena dei californiani è uno spettacolo, punto.

Quando nella Silicon Valley dicono “State of the art facility” bisogna prenderli alla lettera. In questi anni di amore per il basket e di vita negli States di arene NBA ne ho viste abbastanza, ma, almeno per ora, non c’è nulla di paragonabile: finiture incredibili, lusso dovunque (spogliatoi della squadra in visita inclusi) e ogni optional ai massimi livelli (macchina dei popcorn e del gelato gratis nella media room: addio prova costume 2020). La location poi è semplicemente perfetta; proprio dietro embarcadero e Pier 39, due fra le zone più suggestive di San Francisco, ma…

“Ma” non è la Oracle. lo sono qui da tre anni, tre anni in cui i prezzi sono aumentati a dismisura e gradualmente ho visto questo pubblico imborghesirsi e tifare sempre di meno. “Imborghesirsi” per lo standard americano della ricca Silicon Valley, quindi non pensate che prima il clima fosse quello di uno stadio d calcio da favela sudamericana, ma tutta la “rugosità”, la rumorosità e l’animalità della “Oracle” è stata proprio piallata via.
Che peccato.

Sul fronte del basket, invece, la situazione è desolante: è notizia recente che la frattura alla mano terrà Steph Curry lontano per almeno 3-4 mesi portandosi via ogni speranza di una stagione vincente.

Tankare o non tankare, questo è il problema.

(Per i meno avvezzi all’inglese con “tanking” si indica il processo per cui una franchigia NBA perde volutamente il maggior numero di partite nella speranza di avere delle scelte alte al draft dell’anno successivo).
Riposarsi  sarebbe la scelta razionalmente più giusta fra tutte: 5 anni di perenne rincorsa al titolo logorerebbero chiunque, così l’idea di prendersi una stagione di  pausa per recuperare Klay Thompson, Steph Curry, sviluppare i giovani e capire definitivamente che fare di Russel sarebbe la scelta più intelligente.
Ma siamo sicuri che una società che ha appena speso 1.5 miliardi (si, m-i-l-i-a-r-d-i) di dollari nel Chase Center possa permetterselo?
Il presidentissimo Joe Lacob dopo i primi rumors è corso immediatamente ai ripari:

Anche se più che una dichiarazione solida è parso un modesto tentativo di, dopo appena 4 partite (e con 40 mila fan in attesa dell’abbonamento stagionale), evitare la decapitazione finanziaria e mediatica.
Solo che dove li porti questi Warriors? Intrappolati da contratti molto onerosi (quello di Draymond Green, seppur con lo sconto, a molti sembra ancora insensato) una serie di infortuni e con un parziale rinnovamento obbligato del roster (su tutti Iguodala e Livingston) il futuro prossimo non è roseo e anche quello anteriore è incerto, a meno di qualche colpo di mercato (come la vedreste  bandiera greca a San Francisco?)

Per darvi una idea da insider del tipo di clima che si respira, la gara che ho vissuto sarebbe un match che va in diretta nazionale, quindi importante. Ci sono tanti pezzi grossi della stampa USA tipo Ric Bucher e Chris Haynes, ma nessuno di loro è a bordocampo a vedere la gara perché se ne stanno tutti nella media room a vedere in TV l’overtime di Dallas-Lakers, in TV (chiamali scemi).
Credo che basti.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Gregg Popovich post @warriors- @spurs #nba #popovich #spurs

Un post condiviso da Backdoor Podcast (@backdoorpodcast) in data:

Il momento degli Spurs

Due anni fa si parlava di un possibile ultimo giro di giostra di Popovich, franchigia in mano a Leonard e Messina, ma soprattutto un piano per continuare a vincere, e vincere a lungo. Oggi ci ritroviamo con Duncan e la Hammon in panca, ancora con Pop (che dopo la scomparsa ha posticipato il ritiro) e, occhio e croce, Kawhi Leonard non è più residente in Texas.
Sembrano passate due ere geologiche, e invece sono sono due annetti fa.
Gli Spurs sono un monumento da adorare per chiunque ami lo sport. Una di quelle sculture in marmo che resiste nel tempo a qualsiasi intemperia; sono sempre lì.
Popovich e RC Buford hanno costruito una macchina che (oltre i 5 titoli NBA) fa i playoff da 22 anni di fila. Un dato veramente incredibile, specialmente nella NBA; sistema costruito con precisione chirurgica per far ciclicamente fallire e ricostruire le squadre più dominanti in modo da distribuire più equamente fra tutte le franchigie oggettive chance di vittoria.
Gli speroni 2019-2020, hanno talento e bel gioco, due star in Aldridge e DeRozan, hanno finalmente recuperato un promettentissimo Dejounte Murray, ma nonostante questo si ha il forte sospetto che la loro massima aspirazione sia dare fastidio nel primo o secondo turno dei playoff, niente di più.

Il cambio da big three a dynamic duo avvenuto questa estate ancora va analizzato a fondo per capire se le franchigie meno attraenti e i mercati minori- come gli Spurs appunto- beneficeranno o meno della maggiore dispersione delle superstar NBA. Io sono dalla parte degli Spurs e dei loro simili, con tutto quello che questo significa (in termini di competenza, pianificazione, selezione/sviluppo dei giocatori e rispetto/conoscenza del gioco).

Bisognerà però capire se i texani saranno in grado di scambiare, attirare o selezionare qualche stella per il definitivo salto di qualità.
Anche le tempistiche iniziano a giocare un ruolo fondamentale: Aldridge, Leonard e Mills non diventeranno sicuramente più giovani da qui in avanti, ma la sensazione è che senza qualche colpao di scena la finestra non rimarrà aperta a lungo.
Nel mentre, come sempre del resto, non ho dubbi che sotto la “cura” Popovich quella panchina diventerà sempre più profonda e altri Murray, White e Walker continueranno a manifestarsi magicamente nel roster di San Antonio.
E magari saranno pronti proprio per quel momento in cui la maledizione di Kawhi Leonard finalmente libererà le due franchigie che si sono scontrate oggi nell’indifferenza di tutta la lega.

Alla prossima!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui